Valerio Apice
Teatro popolare e didattica

Pulcinella Parade

Viaggio (con Pulcinella) al Sibiu International Theatre Festival, in Romania: luogo di incontro e scambio di emozione e esperienze. Ciò che il Italia sembra ogni giorno più difficile fare

È tempo di crisi per il teatro e sono quasi venti anni che ascolto questo «requiem per la morte (annunciata) del teatro italiano». E nel 1997 ho iniziato a starci nel teatro, con Pulcinella. E da allora non ho smesso di amare il senso del grottesco nel mestiere che ho scelto di fare: l’attore all’antica. E così il 13 e 14 giugno 2017 al Sibiu International Theatre Festival (in Romania) ho scoperto che la resurrezione porta il nome di Banda Pulcinella.

C’era la famiglia di Pulcinella, il Pulcinella cantante e attore, i musicisti Pulcinella, i clown Pulcinella, in una produzione del Teatro Laboratorio Isola di Confine che si è inserita nel festival con due parate e due concerti-spettacolo. La parata – Banda Pulcinella Parade – si basava su un canovaccio con scene classiche della commedia dell’arte in cui i Pulcinella cantavano, ballavano e narravano (in dialetto e in inglese) scene di festa, uccisione, morte e resurrezione. Gli spettatori dovevano seguirci in tre stazioni e il tutto si concludeva con una grande festa. (http://www.sibfest.ro/events-2017/banda-pulcinella-parade). Il concerto-spettacolo Il Ritmo di Pulcinella ha accompagnato il pubblico tra teatro d’attore, pezzi d’opera, canzoni popolari del Sud Italia e cori recitati dagli attori e dalle attrici in maschera. (http://www.sibfest.ro/events-2017/the-rhythm-of-pulcinella).

Pulcinella Parade di Rossano Farabbi

Un festival, quello di Sibiu, tra più importanti d’Europa e basta sfogliare il ricco e articolato programma di quest’anno e delle edizioni precedenti per rendersene conto. L’importanza di questo festival l’avevo già sperimentata nell’organizzare il nostro viaggio nella cittadina della Transilvania, con l’equipe che ci è stata vicina in tutte le fasi precedenti al nostro arrivo.

Ma ritorniamo a Pulcinella. Come da anni continuo a fare ogni volta che le discussioni passano di bocca in bocca (o da una testata teatrale all’altra) per affrontare la crisi del teatro, degli attori, degli spettatori (e poi vedo che le stagioni hanno sempre in cartellone gli stessi nomi), cerco di mantenere vivo il lavoro su me stesso, sulla maschera che indosso da venti anni, sul gruppo di persone che collabora con me, sulla comunità che accoglie le nostre proposte. Cerco di mantenermi vivo in quell’arte del debuttante di cui parlava Jerzy Grotowski per cercare di non morire come attore, regista, pedagogo e animatore di un piccolo teatro laboratorio.

Resurrezione di Rossano Farabbi

Nella stagione 2016-2017 abbiamo fatto una sola replica del nostro Don Giovanni in soffitta e abbiamo partecipato ad un solo festival, quello di Sibiu. Che cosa significa? La prima cosa è che potremmo considerarci dei pessimi attori, registi, oppure un gruppo che imiti i grandi pedagoghi e maestri dell’arte scenica. La nostra “sfortuna” è che invitiamo da 8 anni un maestro come Eugenio Barba in Umbria e che siamo “amici” dell’Odin? Per invitarci dovremmo essere adulati da critici o essere loro amici? Le risposte e le indicazioni concrete, però, me le ha date sempre Pulcinella e lo ha fatto in queste due sole date in Italia e Romania e, in queste occasioni, ho capito che il teatro può rinascere. Ma dietro Pulcinella c’è sempre un segreto ed è quello che, dietro la facciata di uno spettacolo, c’è un lavoro di laboratorio e che dal 2007 in Umbria il nostro percorso ha mantenuto questa caratteristica. Nel 2016 siamo stati l’unica realtà in Umbria a vincere il Bando del Miur “per la promozione del teatro in classe” e il lavoro con più di mille alunni ha infuso stupore e energia in un anno “povero” di spettacoli. Ma come definire il lavoro nella scuola a contatto con performer allo stato nascente? Come il teatro in classe entra a far parte del lavoro per le nostre produzioni?

Credo che a teatro sia necessario recuperare un senso di gioia dello stare in scena e, dopo avere intuito e sperimentato che la disciplina del Teatro Povero o del Terzo Teatro (due ambienti del Novecento teatrale che hanno mantenuto la dimensione laboratoriale sempre accesa) deve essere mantenuta viva durante tutto il cammino del mestiere, è tempo che la scena si faccia laboratorio e che l’apprendimento si con-fonda stando davanti agli spettatori.

Parata di Rossano Farabbi

È quello che è successo a Sibiu, dove tra gli attori-cantanti-musicisti vi era curiosità reciproca, dove i 29 Pulcinella sapevano di essere tutti indispensabili ma si riusciva anche ad essere compagnia che orchestrava la messa in scena con sapienza, gioco e rigore. «La Compagnia deve essere un’orchestra ben affiatata alla quale non deve difettare nessuno strumento, onde chi maneggia la bacchetta possa ottenere gli effetti voluti», scriveva Raffaele Viviani nella sua autobiografia. Ed è lo stesso Viviani, primo uomo di scena di cui ho recitato i versi a 13 anni grazie ad un suo allievo creativo, Ciro Madonna, a dare la risposta che anima la frontiera tra pedagogia e spettacolo, tra teatro e laboratorio, tra processo e prodotto, tra attore e maschera: «Chi è nuovo alle scene, vi porta sempre una freschezza propria, una sincerità non guastata attraverso i lunghi anni di mestiere; il novizio vi porta sempre il suo vivo entusiasmo, la sua illusione intatta, il suo proposito aguzzo per arrivare. Chi fa l’arte da quarant’anni, a meno che l’arte non gli abbia concesso le sue gioie, è un meccanismo più o meno arrugginito della convenzione scenica, non ha più miraggi, quindi nessuna febbre più lo anima e lo infiamma, egli è uno scontento e quindi campa di terzina e di pettegolezzi, ignorando sempre che l’arte vuole artefici e non manovali».

E, mentre scrivo, ho già in mente una Festa per il 10 anni del nostro Teatro Laboratorio Isola di Confine a cui parteciperanno Eugenio Barba, Julia Varley, la Banda Pulcinella, le scuole dell’Umbria e i giovani allievi, scrittori di teatro, registi e forse qualche critico che sappia leggere nel sorriso grottesco di un corpo in azione, un concreto desiderio di resurrezione.

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Le foto sono di Rossano Farabbi

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