Paola Benadusi Marzocca
Un romanzo per young adult

Nella bottega di Michelangelo

Carlo A. Martigli si ispira alla figura del grande artista per raccontare una vicenda avventurosa che assume i contorni del giallo. In una Roma pericolosa, piena di ombre e misteri, approda il giovane figlio di un lanaiolo che voleva fare l’artista…

L’aspetto più affascinante delle ricostruzione storiche di epoche lontane e personaggi famosi rivolte agli adolescenti è l’attuale tendenza a presentare il protagonista nella sua realtà umana e storica. È questo il caso di Michelangelo Buonarroti a cui Carlo A. Martigli si ispira fin dal titolo del suo romanzo: L’apprendista di Michelangelo (Mondadori, 243 pagine, 17 euro). La vicenda è ambientata a Roma nella prima metà del XVI secolo quando era papa Clemente VII. Come scrive l’autore: «Si viveva in tempi pericolosi, nonostante Roma stesse diventando la più grande e la più bella città del mondo, come lo era stata al tempo di Cristo, più di quindici secoli prima, quando sfiorava il milione di abitanti». Che fosse una città difficile e violenta se ne rende subito conto il protagonista, Jacopo da Pistoia, figlio di un lanaiolo che non approvava per niente la scelta del figlio di vivere a Roma per dedicarsi alla pittura.

Poco importa che la figura del giovane sia frutto dell’immaginazione dello scrittore. Attraverso di lui si dipana un’avventurosa vicenda che assume anche i contorni del giallo. Soprattutto emerge la realtà di quel periodo attraverso la figura di Michelangelo e della sua cerchia di amici, mentre dipingeva il soffitto e la parete maggiore della Cappella Sistina, il monumento forse più visitato al mondo. Erano tempi confusi e oscuri in cui l’Inquisizione anche nello Stato pontificio cominciava a mietere vittime. La stessa lunga vita di Michelangelo si dipana tra misteri e ombre pur nell’incontrastato e indiscutibile successo.

cop MartigliMalgrado i tempi oscuri, nel Rinascimento e ancora nei primi decenni del Cinquecento le donne godevano di notevole prestigio nella società, che riconosceva loro capacità intellettuali oltre che procreative, anche se non è il caso di discutere quanto fosse limitata e superficiale l’emancipazione femminile. Si può dire tuttavia che tra i due sessi c’era una comunanza di interessi, di doveri e di impegni che dava la sensazione che i ruoli si integrassero in forma abbastanza efficiente. Lo dimostra il caso di Vittoria Colonna, famosa poetessa, sorella di quell’Ascanio Colonna che sposò l’indomita Giovanna d’Aragona, e carissima amica di Michelangelo, che nel Giudizio Universale la ritrasse con il volto di Santa Caterina.

Nel romanzo compaiono personaggi storicamente esistiti, quali il medico Carracci e il principe Altieri e persino l’orribile e ipocrita Biagio da Cesena. Sembra che fosse stato proprio lui a causare la morte del papa anche se le versioni a riguardo sono diverse. Alcuni raccontano che Clemente VII morì per aver mangiato un fungo avvelenato, ma «molto più probabilmente, scrive l’autore, per aver aspirato il fumo di una candela ricoperta di un potente veleno, l’arsenico». Quanto a Biagio da Cesena, è raffigurato nell’immenso affresco di Michelangelo «in basso a destra, con le orecchie d’asino, il volto deforme e un serpente avvolto intorno al corpo, sembra quasi un personaggio da fumetto. Michelangelo dipinse anche se stesso, in una sorta di pelle vuota, quasi fosse un animale scuoiato».

Erano tempi oscuri e confusi in cui non era facile distinguere ciò che era lecito dal male e il diavolo era più che un’incisiva rappresentazione pittorica, una potenza malefica che condannava alla dannazione eterna. Per esempio la dissezione dei cadaveri era considerata dalla Chiesa un peccato, ma per Michelangelo e vari altri personaggi colti dell’epoca, era l’unico sistema per studiare i segreti del corpo umano. Lasciare il popolo ignorante e all’oscuro di tutto era la via più facile per renderlo schiavo. «Dubita sempre, Jacopo, di chi ti vuole comandare, di chi vuole spaventarti dall’alto del suo potere. È un diavolo che vuole rubarti il cervello e quindi l’anima». Le parole di Michelangelo rimbombano nella testa del ragazzo: dove sta la verità? «Michelangelo sicuramente era un gigante in mezzo agli uomini». E nel romanzo la tensione morale tra il bene e il male diventa alla fine il filo conduttore nella convinzione profonda che il senso della vita consista nell’impossessarsene.

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