Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

La forza della Luce

Al Museo ebraico di Roma, in collaborazione con i Musei Vaticani, una mostra (ospitata in parte anche nel Braccio di Carlo Magno) celebra “La Menorà”, il candelabro a sette bracci simbolo dell’Alleanza uomo-Dio. Dalla Bibbia a William Kentridge…

Il giardino, non troppo grande e recintato, è come un hortus conclusus, sotto la mole del Tempio Maggiore, stretto tra il Lungotevere e la casa dei Vallati. Ma la vista è di quelle che racconta in un unico colpo d’occhio la storia di Roma: allineati sullo sfondo, ecco l’imperiale Portico d’Ottavia, il campaniletto medievale a vela della chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, la cupola barocca di Santa Maria in Campitelli. E, accanto, la Sinagoga, acme del Ghetto. Il Museo Ebraico di Roma, aperto tutti i giorni tranne che il sabato, lo shabbat dedicato al rigoroso riposo, è un “libro” aperto sulle vicende della Capitale che datano dal primo secolo – nel 70 dopo Cristo arrivò dal Tempio di Gerusalemme il mitico candelabro a sette bracci razziato dal conquistatore Tito insieme con i prigionieri ebrei – al rastrellamento nazista del settembre 1943 e all’attentato di terroristi palestinesi davanti al Tempio che nel 1982 fece tra le 37 vittime anche il piccolo StefanoTaché.

La raccolta è sistemata proprio sotto il luogo di culto, sorretto da arcate costruite insieme con il cantiere che a partire dal 1901, eliminate alcune case del Ghetto, eresse la grande Sinagoga. Una foto di tardo Ottocento restituisce dalle sponde del Tevere lo spazio occupato dai palazzetti. Poi vennero i Muraglioni e, con essi, il nuovo assetto della zona. La comunità ebraica decise solo nel 1960 di riunire gli oggetti della proprie tradizione e cultura in un museo. Ecco allora le donazioni: argenti romani del Sei e Settecento, tessuti preziosi provenienti da ogni parte d’Europa, pergamene miniate, marmi scampati alla distruzione delle Cinque Scole – il luogo deputato alla formazione dei giovani, intriso della sapienza della Kabbalah. Ma c’è anche la vita quotidiana nei 700 metri quadrati di sale che squadernano i duemila anni degli ebrei nella Caput Mundi, una delle comunità più antiche. Ecco una tavola apparecchiata per lo Shabbat, ecco gli strumenti per la circoncisione dei lattanti, con le vestine preziose e forbicine istoriate. E gli addobbamenti per la preghiera, damaschi sormontati da corone argento e oro. E le pesanti tende, come la parokhet donata da Iehuda Zaddik nel 1594 alla Scola Nova. E la lampada per la Khannukkà di Piero Zappati, cesellatore settecentesco. Dominata dal candelabro a sette bracci, il simbolo della religione ebraica.

Questa estate, fino al 23 luglio, è appunto il leit motiv del Museo, per la sensazionale mostra intitolata La Menorà, alla romana, senza l’acca finale. Una esposizione che affratella cattolici ed ebrei perché nata dalla liaison tra Musei Vaticani e Museo ebraico, che hanno messo a disposizione pezzi dalle proprie raccolte oltre ad altri prestati da istituzioni estere. Anche le sedi sono due, a sottolineare il “ponte” tra le due fedi: il Braccio di Carlo Magno, a sinistra del colonnato del Bernini in piazza San Pietro, e il Museo Ebraico. Del resto la Menorà è entrata come un cuneo anche nella iconografia cristiana: candelabri a sette bracci sono nel Santuario della Mentorella, su quel monte Guadagnolo che guarda la valle dell’Aniene, e nel Duomo di Prato, a Pistoia e a Palma di Maiorca, come testimoniano due giganteschi esemplari provenienti dalla cattedrale dell’isola spagnola.

L’aura di religiosità che promana la Menorà ha le radici nella Bibbia. In Esodo il Signore ordina a Mosè di forgiare il candelabro in un’unica colata di oro puro. Le sue lampade dovevano ardere perennemente alimentate da olio puro di olive schiacciate, preparato da Aronne e poi dai suoi discendenti. Non è questa la Menorà presente nel Tempio di Gerusalemme allorché l’esercito romano distrusse e depredò. Era invece la Lampada sistemata nel cosiddetto Secondo Tempio, che sostituì quello raso al suolo da Nabuccodonosor II di Babilonia nel 586 avanti Cristo. Ma anche del secondo candelabro, immortalato nell’Arco di Tito al Palatino, si sono perse le tracce nel V secolo, allorché fu razziato dai Vandali di Genserico. Forse finì a Cartagine, forse sotto l’altare di San Giovanni in Laterano, qualcuno ha ipotizzato, anche se dal Vaticano precisano che scavi mirati non hanno portato a nulla. Ma tant’è: la forza evocativa della Lampada, simbolo dell’Alleanza uomo-Dio e del roveto ardente, dell’albero della vita, si imprime sugli oggetti più svariati e compare nei luoghi più distanti: bassorilievi (dalla Galilea è giunto in mostra il pezzo più antico, una pietra scolpita del primo secolo), catacombe, sarcofaghi, iscrizioni tombali, graffiti, monete, vetri decorati. Ed è nella Bibbia di San Paolo d’epoca carolingia, in dipinti rinascimentali e moderni, come quelli firmati da Giulio Romano e da Marc Chagall. Perfino William Kentridge l’ha raffigurata nel lungo fregio realizzato per i muraglioni del Lungotevere e che troviamo, in bozzetto, esposto al Museo Ebraico (nella foto). Dove destini di diaspora si incrociano.

 

 

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