Nicola Fano
Al festival delle Colline Torinesi

Ifigenia a Grenfell Tower

Valter Malosti con Roberta Caronia mette in scena "Ifigenia in Cardiff", un duro atto di denuncia politica dell'inglese Gary Owen: nel capitalismo non c'è salvezza sociale

A leggere la nuova drammaturgia inglese si capisce meglio che cosa sia successo pochi giorni fa alle elezioni britanniche e che cosa stia succedendo in queste ore dopo il drammatico rogo della Grenfell Tower a Londra. Proprio mentre ancora non si è spenta l’eco di Contrazioni, di Mike Bartlett – messo in scena al Teatro Libero di Palermo da Luca Mazzone – ecco che arriva al Festival delle Colline Torinesi Ifigenia in Cardiff del quarantenne Gary Owen, diretto da Valter Malosti con Roberta Caronia (in scena alla Casa del Teatro Ragazzi di Torino). Dei due, il primo, si ricorderà (clicca qui per leggere la recensione), trattava la violenza psicologica subita da una giovane impiegata costretta dalla sua azienda a rinunciare al marito e (in concreto) al proprio figlio. Qui, si parla di una donna che perde una figlia perché l’ospedale al quale si rivolge per partorire in un contesto d’emergenza non ha posti a sufficienza per accoglierla (a causa dei tagli alla sanità pubblica, come spiega con chiarezza l’ostetrica).

Nel segno di Ken Loach (come dichiarato apertamente da Malosti), i due drammi non hanno chiaroscuri: sono pura denuncia politica nei confronti di uno Stato che ha rinunciato al proprio ruolo fondamentale di tutela della vita stessa dei cittadini (in questa loro programmatica univocità sta il loro limite maggiore). La logica del profitto e quella della tutela dei privilegi legati alla ricchezza sono alla base di questi due testi, nelle cui pieghe, appunto, si percepisce il senso del clamoroso risultato elettorale dei “sinistro” Jeremy Corbyn , nonché il valore profondamente simbolico della protesta popolare seguita al roso della Grenfell Tower. Come se quell’incendio, reso ancor più drammatico dalla cattiva manutenzione dello stabile causata da una sorta di filosofia del risparmio, fosse un po’ il simbolo della disparità e dell’ingiustizia sociale che oggi imperano in Gran Bretagna.

La nuova drammaturgia di quel Paese, dunque, non solo riflette su questa situazione (che naturalmente è comune a tutto l’Occidente o, per meglio dire, a tutto il mondo capitalista) ma, forte della propria lucidità e del proprio senso critico, arriva in scena nei maggiori teatri. Come dire? In Gran Bretagna non solo ci sono autori e pubblico per il nuovo teatro, ma ci sono anche impresari che su tutto ciò rischiano e, alle volte, vincono (almeno a giudicare dal successo londinese, un anno fa, del testo di Owen). Dovrebbe essere un monito, questo, per il nostro teatro, ormai costretto com’è a inseguire le ubbie di un algoritmo ministeriale piuttosto che non le emozioni e le poetiche. Tant’è: i nostri teatri pubblici e privati, tradizioni o (come si diceva un tempo) d’innovazione sono sempre nelle mani degli stessi potentati e non pare ci possano essere margini di cambiamento.

roberta caronia ifigenia in cardiff2

Iphigenia in Splott (questo il titolo originale del testo di Owen, Splott essendo un quartiere a sud di Cardiff) ha qualcosa di più del semplice testo di denuncia. Qualcosa che lo rende particolarmente amaro. Della vicenda, si è detto. La protagonista, Effie (nello spettacolo di Malosti è Roberta Caronia che si misura con grande coraggio con un monologo così complesso) è una donna prossima alla disperazione: disoccupata, vive ai margini della società consumando droga, alcool e sesso per occupare il tempo. L’incontro casuale con un reduce dell’Afghanistan, un ragazzo menomato da una mina antiuomo, le farà vedere (ma come dal buco di una serratura) l’opportunità di un riscatto attraverso l’amore. La notte di sesso tra i due servirà all’uomo – in realtà sposato e padre – a recuperare il contatto psicologico con il proprio corpo che aveva perso nell’incidente, mentre Effie rimarrà sola, delusa e incinta. Dell’epilogo drammatico della gravidanza s’è detto. Resta da dire del finale del copione nel quale c’è tutto il suo senso: Effie fa causa all’Ospedale che non ha tutelato la sua gravidanza ma, quando è sul punto di vincere un risarcimento economico clamoroso, decide di ritirare la denuncia. Non sarà lei a impoverire ancore la casse dello Stato e i “suoi” soldi serviranno a salvare invece altre vite. Insomma, Effie diventa eroina tragica in senso aristotelico: le sue battute descrivono la catarsi che lei stessa vorrebbe produrre nella società. Però l’autore, lasciando sospesa questa (assurda, oggi come oggi) illusione, sembra suggerire che nessuna catarsi è più possibile poiché la tragedia non assolve più la sua millenaria funzione sociale. In altre parole, la tragedia di Effie non è e non potrà mai essere quella di Ifigenia. Perché quel che di peggio ci ha insinuato nell’anima il capitalismo è l’egoismo: nessun eroe tragico si prenderà mai più la briga di liberarci dai nostri limiti. E, del resto, non c’è traccia della scelta di Effie nella cronaca occidentale. E così le battute finali di Owen sembrano più che altro uno slittamento improvviso in un contesto onirico, irreale, dopo un’ora di acceso, estremo realismo.

Valter Malosti è un regista d’attori (dirige la Scuola dello Stabile di Torino) ed è plausibile che soprattutto nella direzione della difficile prova di Roberta Caronia si sia concentrato il suo lavoro, dal momento che per il resto si tratta di uno spettacolo dalla semplicità disarmante (quadratura nera in scena e due effetti luce). D’altra parte, è sul dramma della donna che si deve concentrare l’attenzione dello spettatore, ma non mi sembra che regista e interprete abbiano risolto lo snodo finale del testo, quel suo scarto improvviso dal realismo al sogno, quasi a dimostrare l’impossibilità della catarsi.

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