Raffaella Resch
In mostra alla Gam di Genova

Esercizi di raffigurazione

L’idea di natura è il luogo privilegiato del lavoro artistico di Roberto Fanari. Che chiede al fruitore un impegno nel trovare la chiave per l’osservazione dell’opera pari a quello dell’artista che cerca un nuovo modo di guardare. Una sfida riuscita…

Meraviglie museali e naturali fanno da cornice alla mostra di Roberto Fanari. Il paesaggio dentro, in corso alla Galleria d’Arte Moderna di Genova – Musei di Nervi (fino al 24 settembre). Il Museo risiede nella splendida Villa Saluzzo Serra, secentesco edificio immerso nel parco pubblico coevo, che unisce in un’unica area verde affacciata sul mare l’intero complesso dei Musei di Nervi, la Galleria d’Arte Moderna, la Collezione Wolfson, le Raccolte Frugone e il Museo Luxoro. L’intervento dell’artista milanese si svolge lungo le sale della Gam a partire dall’idea di natura come repertorio e come ambientazione, che negli anni recenti è il luogo privilegiato della sua opera. Foglie, foreste, tronchi e cieli costituiscono il soggetto dei lavori pittorici e scultorei, che non di rado sono realizzati per essere collocati in esterno (come nel parco Trompenburg Tuinen & Arboretum di Rotterdam, dove Fanari ha esposto sue installazioni nel 2016) e sono qui presentati in un personale percorso creativo, che parte dall’oggettualità dell’immagine, come è utilizzata nella pittura dell’800 e del ‘900, per proporre una figurazione astratta eppure carica di percettività.

Il lavoro di Fanari racchiude una particolare processualità espressiva intorno all’arte e alla sua ricezione: la dinamica visuale che l’artista suggerisce ha quella stessa valenza ‘fondativa’ che si afferma a partire dall’estetica settecentesca, guardando alla creazione artistica nella sua dimensione organica, connessa alla genesi psicologico-percettiva dell’opera d’arte e al suo rapporto con la natura, col mondo che essa intende rappresentare. Orizzonte di riferimento della sua opera è l’arte paesaggista del XVIII e XIX secolo, rispetto alla quale Fanari riposiziona e ricontestualizza aspetti centrali per i pittori di quel filone, ovvero l’osservazione della natura, lo studio della luce e nuove vie di visualizzazione della realtà.

Fanari fogliaI cicli che l’artista milanese presenta a Genova sono stati selezionati tra le tele dei Paesaggi invisibili (2013-2017); le fotografie digitali Paesaggi al buio (2013) e Cieli al buio (2017); i bassorilievi bronzei della serie Fogli di bronzo (2013); le opere in ceramica quali le foglie composte delle installazioni Celles-ci sont des feuilles? (2015 -2016), i Tronchi (2016-2017) e i rilievi Sono soli (2011); e infine gli inediti Cieli (2017) su tela e in ceramica. Le pitture della serie Paesaggi invisibili rappresentano per l’osservatore oggetti apparentemente noti, ovvero tele acriliche monocrome. Tuttavia una sorta di scabrosità irregolare della superficie induce a guardare meglio, a muoversi avanti e indietro lungo l’opera, senza altro suggerimento o aiuto che non sia un senso di instabilità percettiva. Ed ecco che, in una sorta di ricostruzione anamorfica, con una particolare incidenza della luce che troviamo solo se ci spostiamo rispetto alla fonte luminosa, appare l’immagine. Ciò che finalmente emerge ai nostri occhi è una rappresentazione di un bosco estratta ed elaborata dalle incisioni di Carl Wilhelm Kolbe (Berlino 1759 – Dessau 1835) in una figurazione arcadica sedimentata nel nostro immaginario, che vediamo e capiamo senza indugi.

Ma l’operazione di Fanari ci costringe a fare qualcosa di più: all’immagine della foresta viene sottratto tutto, ci viene presentato soltanto un agglomerato astratto di colore opaco o lucido definito da contorni, in varianti di pattern diverse, a cui dobbiamo approcciarci in maniera dinamica. Questo percorso al cospetto dell’essenzialità dell’immagine ci induce a una costruzione ‘personale’ di un concetto di foresta, la ‘nostra’ foresta ‘interiore’. L’impegno del fruitore nel trovare la chiave per l’osservazione dell’opera è pari a quello dell’artista che cerca un nuovo modo di guardare. Se, come osserva Gombrich (in Arte e illusione, Einaudi 1965), nello studio del paesaggio si sono alternate tecniche e concezioni che partivano dall’assunto più o meno realistico di rappresentazione del reale, per cui «la verità di un quadro è sempre relativa, e ciò in misura tanto maggiore quanto più l’artista osa accettare la sfida della luce», Fanari arriva a una sfida estrema con l’irradiazione luminosa, provocandola ‘irrealisticamente’.

Nei Paesaggi invisibili utilizza il contrasto lucido/opaco per realizzare una sorta di inganno ottico di sparizione/disvelamento, mentre nelle fotografie Paesaggi al buio e Cieli al buio rifiuta la luce (o meglio non utilizza nessun ausilio tecnologico, né lampade aggiuntive né flash), annulla i toni di colore, per indurre un grado zero dell’osservazione. Rispetto ai pittori che ‘reinventarono’ il paesaggio tra il XVIII e il XIX secolo, il cui obiettivo era di indagare le leggi del mondo fisico, Fanari esamina piuttosto la natura delle nostre reazioni di fronte a esso. Tali esercizi di raffigurazione del reale vengono applicati dall’artista su diversi medium, in una ricerca il più esaustiva e originale possibile delle varietà di espressione della materia.

Concepiti appositamente per la mostra genovese appaiono per la prima volta gli studi dei cieli: una sorta di atlante delle nuvole che Fanari sembra riprendere dai maestri. I cieli di John Constable, come quelli di William Turner, o (più tardi) quelli del ‘Roi des ciels’ Eugène Boudin ci offrono immagini di nubi vaporose in cui si riflettono i colori del cielo, grigio della tempesta, viola e purpureo nel tramonto, rosa all’alba: sono cieli dove il colore viene dato con potente sensibilità colorista e fine gradazione, così da rendere profondità prospettica e un senso di ‘realtà’, a cui paradossalmente – come osservava Gombrich – non corrisponde un attributo reale veritiero, che sia una forma o un colore. Il ‘vero’ colore è solo evocato nella maniera scelta dall’artista per maggiormente influenzare la percezione dell’osservatore. Allo stesso modo, l’esito dei cieli del pittore milanese porta a un potenziamento della visione, qui più che altrove nella sua opera, evocando la parte onirica e fantastica del nostro immaginario.

Fanari, TroncoLo stesso canone destabilizzante, volto a reperire in noi nuove forze percettive, è utilizzato nella scultura ceramica dei tronchi cavi: essi aderiscono perfettamente a una rappresentazione tridimensionale di un tronco, ma ne costituiscono solo la pelle esterna, priva di ulteriori specifiche descrizioni, semplificata per ‘amplificare’ la percezione del tronco e vedere un ‘nostro’ tronco assoluto, sciolto dalla realtà ma massimamente rappresentante di essa. L’equivocità, lo scivolamento tra una forma e un’altra, tra un significato e l’altro, di cui Fanari è incessantemente alla ricerca, trapassa dall’elemento botanico all’umano e viceversa, come nelle anatomie risolte ambiguamente nelle serie Sono soli. Tali ceramiche presentano un agglomerato di forme senz’altro riconoscibili come umane: corpi rannicchiati o stesi su un fianco, uno accanto all’altro come tante tessere di un mosaico a riempire lo spazio dato. Eppure paradossalmente un tale accumulo anatomico ci appare come qualcosa di vegetale, un paesaggio di teste, dorsi, glutei, braccia e gambe, esplorati nelle loro variazioni morfologiche e dinamiche.

Se i tronchi si presentano cavi, i corpi, le foglie ceramiche e le sculture in bronzo insistono invece sul principio inverso, non di svuotamento dell’immagine, ma di riempimento ossessivo, fino alla massima contorsione e inturgidimento della materia, con un ennesimo, virtuosistico e immaginifico artificio di visualizzazione, attraverso diverse proposizioni oggettuali, di un nuovo concetto interiore. In questo senso il lavoro di Fanari è un mutuo gioco tra visione e pensiero, dove una sofisticata stimolazione sensoriale apre la strada a una forma originale di ricezione dell’opera d’arte.

Il procedimento di realizzazione delle opere di Fanari non è arbitrario, ma indica un percorso forzato, ineludibile, per riuscire a vedere quello che l’artista ha voluto rappresentare, attraverso la sorpresa e il disorientamento iniziale, dovuto alla ricerca della migliore incidenza della luce, all’osservazione delle volute ‘impossibili’ delle foglie presenti nelle installazioni ceramiche, alla scoperta della conformazione contorta della superficie del tronco (animale o vegetale?) come degli accumuli corporei, alla visione dei cieli rarefatti, onirici, metafisici, dove la nuvola si stacca dal colore del cielo nella maniera in cui realmente accade all’occhio fotografico contrastato dei nostri cellulari, ma che la nostra vista retinica accomoda diversamente. Le contrapposizioni antinomiche di opaco/lucido; pieno/vuoto; tridimensionale/superficiale; sfumato/denso vengono messe in gioco, ogni aggettivazione viene studiata nella sua qualità sensibile più intima e riproposta in maniera spiazzante, propedeutica per una nuova lettura della realtà.

(Info, prenotazioni e visite guidate: 010 3726025 / 010 5574739 – 18 ; biglietteriagam@comune.genova.it – www.museidigenova.it
Nelle immagini, in apertura: Cielo, 2017;  al centro e sotto: Ceci est une feuille, 2014; Tronco, 2016)

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