Valentina Fortichiari
In mostra la collaborazione tra i due autori

Zavattini & Strand, l’arte dello sguardo

Il fotografo americano e lo scrittore di Luzzara condivisero l’occhio infallibile per l'essenziale, ascoltando il paesaggio, l'umanità e le ragioni del cuore. Un modo di procedere diverso, sotteso all’immagine l’uno e alla parola l’altro, ma un incontro fatidico culminato nel libro “Il paese”

Si inaugura domani a Reggio Emilia la dodicesima edizione del festival di Fotografia Europea (a cura della Fondazione Palazzo Magnani). Tra le mostre previste nel programma, Paul Strand e Cesare Zavattini. Un Paese. La storia e l’eredità dedicata al libro su Luzzara (paese natale di Zavattini) e i suoi abitanti, nato dalla collaborazione tra il fotografo statunitense e l’autore italiano che hanno reso questo luogo della pianura padana simbolo e specchio dello spirito di un popolo. Pubblichiamo il saggio di Valentina Fortichiari tratto dal catalogo della mostra.

***

È sul senso del guardare, sull’arte dello sguardo, che Cesare Zavattini ha giocato la puntata più alta della sua avventura creativa.
Tutto occhio già dall’infanzia – occhio curioso, vorace, divoratore di immagini – ha coltivato una speciale propensione a guardare della realtà ogni minuto dettaglio, coniugando testa e cuore. Condividendo da subito la medesima attenzione trepida con la quale osservava i compaesani di Luzzara allineati sugli argini del Po, fissi con gli occhi sul fiume, sicuri del loro potere di fermare la piena. Za si accorse da subito di quel dono, il potere dello sguardo che compie prodigi: divorava il mondo e tutto ciò che era necessario imprimere sulla lastra della memoria; più tardi, avrebbe imparato a domarlo, a tradurlo in immagini e raccontarlo coi pennelli, con la penna, con la capacità di suggerire a chi stava dietro l’obiettivo di una macchina fotografica o di una cinepresa. A cinque anni, mentre in chiesa «tutti abbassavano la testa al suono del campanello», Za guardava e non si perdeva una virgola di ciò che accadeva intorno. «Le fiammate del camino sulla faccia della nonna che buttava i chicchi di granturco nella cenere» (1) potrebbero evocare un quadro di La Tour, dove il gioco di luci e ombre sta tra pittura e fotografia. La manutenzione dello sguardo, una attitudine naturale, poi una attività praticata con ostinazione e fantasia: viene da qui, da questo allenamento visivo e visionario, quasi un gioco, comunque uno stato permanente di estasi, di elaborazione, la nascita della parola, la parola zavattiniana che sa nominare le cose con l’occhio nudo, innocente, primitivo di chi il mondo deve ancora inventarlo, agli albori dell’umanità. Un occhio ariostesco, leonardiano, che mescola acutezza, ironia, compassione.

Paul StrandNon tutti conoscono l’arte di uno sguardo che passa per le ragioni del cuore, della mente e sa diventare palpito, passione – a volte grido. Quando il destino gli porta sul medesimo percorso Paul Strand (nella foto), un americano del New England, dall’occhio infallibile per l’essenziale (John Berger), uno che sa ‘ascoltare’ il paesaggio e l’umanità con una macchina fotografica, da tale incontro fatidico nasce un progetto unico. Strand, calmo, «ingoia le immagini come un formichiere, osservando tutto come un agente del fisco» (2), cammina per Luzzara, in mezzo alla gente intabarrata, tocca il catenaccio di una porta, uno stipite, indica la linea di un muro, aspetta l’istante in cui il vento cala sino all’ultimo alito, perché tutto deve essere fermo come per sempre. E allora, solo allora scatta: è un formidabile tecnico della fotografia.

Siamo nel 1953. Molti anni prima, nel 1940, Za meditava un film: Il mio paese. Ne annotò le linee essenziali sul Quadernetto di note, un taccuino ancora non sistematicamente diaristico: «Un operatore, un elettricista, un operaio, l’aiuto regista ed io. Viviamo al mio paese quattro, cinque mesi, si spende poco, solo la pellicola. E la trama, lo spettacolo? Non ne ho, tutto mi sembra polvere rispetto all’idea: tre, quattro mesi al mio paese, circondato da una cinquantina di bambini ai quali posso dire in dialetto: ver la bocca de peu (apri la bocca di più). Forse, con questi ragazzi, potremo impadronirci veramente del paese, un paese senza libri, ma con grandi boschi, argini e il Po, cinquanta o cento ragazzi padroni di un paese pieno di peccatori e di artritici» (3). Da soli due anni (1938), Za aveva preso in mano pennelli e tavolozza; non ancora quarantenne, prossimo al grande salto nella mecca romana del cinema, chiamato da De Sica, ancora ignorava che mai avrebbe incollato l’occhio sull’obiettivo di una cinepresa, con quella riluttante timidezza nei confronti del ruolo di regista che fu scalfita solo nei suoi felici, disinvolti, gioiosi ottanta anni (nel 1982, nel film La Veritàaaa, fece Tutto, ma proprio tutto, sceneggiatura, interpretazione, regia).

Zavattini a LuzzaraEppure, senza la regia occulta di Za non si spiegano i grandi film della stagione neorealista, e quel capolavoro della storia della fotografia che è Un paese (4). Quando Strand calò a Luzzara, Cesare ne diresse i primi movimenti, le scelte, da Roma. Come primo atto lo affidò all’amico Bruno Fortichiari, che forse masticava l’inglese quanto lui, ma fu una guida eccellente che lo introdusse e accompagnò nei vicoli del paese. Si trattò di una iniziazione sotto tutela, Zavattini ne impartì regole e programma con scrupolosa, imparziale severità: «vedere il Po, un caseificio, le biciclette che ci sono dappertutto, Luzzara vista dalla fornace verso sera in mezzo alla nebbia e ai fumi dei comignoli, pescatori, cacciatori, braccianti, le donne che fanno la treccia e le donne che fanno i capelli, quelli che giocano a carte, certe file di pioppi….» (5). Non è questa una autentica regia, sottesa al progetto del volume già chiaro negli occhi di Za?

Strand girò il paese con una carta donatagli del sindaco; Za invece, che non ne aveva mai consultata una, imparò a conoscere davvero Luzzara per suo tramite. Strand, allievo del grande Alfred Stieglitz, era – secondo John Berger – l’antitesi di Cartier Bresson: dove per questi l’evento fotografico è istante da inseguire «come se fosse un animale selvatico» (6), per il fotografo americano è momento biografico e storico, il cui accadimento si misura in relazione a una intera vita. Collocandosi davanti ai suoi personaggi, agli attori umani, Strand incoraggia una storia a raccontarsi: nei suoi ritratti ‘frontali’, i soggetti guardano nell’obiettivo e costringono noi a guardarli, come lui li guarda, li fissa. Le immagini di Strand sono autobiografie; le sue foto ci consentono di leggere la storia della vita dei personaggi ritratti, trasmettendo una sensazione di durata.
John Berger, poliedrica intelligenza per molti aspetti simile a Za (nei suoi novant’anni di vita, è stato critico d’arte, scrittore, saggista, autore di racconti, sceneggiature e testi teatrali), nello straordinario suo saggio Sul guardare (7) ha indagato la percezione visiva umana, processo selettivo ben più complesso di quello registrato da una pellicola, e si è soffermato sull’attrazione dell’occhio e della immaginazione nei confronti della luce, un meccanismo complesso che coinvolge tutta la mente e comporta una esperienza comparativa.

ZavattiniA suo modo Zavattini, nel condividere tale esperienza con Strand – «fra gli episodi più importanti della mia vita» – osservandolo lavorare, si rese conto di quanto diverso fosse il proprio approccio: la realtà preferiva ‘pensarla’ piuttosto che vederla. O meglio, vederla era un passo avanti: guardare, per Za, era solo il passaggio cruciale per arrivare alla parola. Eppure, silenzioso, un passo indietro alle spalle di Strand o di De Sica, pregava in cuor suo Dio che gli lasciasse per sempre gli occhi perché il suo vedere, il suo sguardo era qualcosa di più potente: ossia sapeva toccare l’essenza delle cose – come in mezzo a zone d’ombra misteriose e antiche – e raccontarle. Ci metteva la testa e ci metteva il cuore, la sua umanità: senza la simbiosi che seppe creare con Strand, senza quella pennellata unica e definitiva, intrisa nelle radici, nel sangue della sua terra, riflessa negli occhi dei contadini della Bassa, le immagini non sarebbero state così eloquenti, testamentarie. «Una vera carità di tempo, di occhi, di orecchi, data ai fatti, alla gente», questo si può dire, e questa del resto era la definizione del suo spirito neorealista.

Nel 1949 Za aveva donato a suo figlio Arturo una macchina fotografica, una Ferrania Condor, cambiandogli letteralmente la vita. Ne aveva intuito il talento, con quell’arte della pre-veggenza, quella medesima sensibilità che usò nel suggerire o regalare idee a tutti. «La fotografia è un ponte – disse. Il pericolo è fare di questo ponte non un punto di passaggio, ma un punto di permanenza…». Za quel pericolo lo aveva sempre scansato, superando il limite del mezzo meccanico e saltando dritto nei territori della pura immaginazione. Za ha sempre pensato per immagini, nuclei poetici densissimi, eloquenti, ha scritto lui stesso per immagini. Ha impresso il tocco umano di regista negli occhi degli altri. E quando, a Luzzara, nel 1956, seduto su una poltrona di vimini davanti alla sua casa, fa le prove della vecchiaia, ha in mente una sola cosa: «basterà quel fare tutto solo con gli occhi?» (8)

1) Zavattini, P. Strand, Un paese, Torino, Einaudi, 1955
2) Zavattini, Diario cinematografico, Milano, Bompiani, 1979
3) Diario cinematografico, cit.
4) Un paese, cit.
5) Paul Strand Cesare Zavattini lettere e immagini, a cura di E. Gualtieri, Comune di Reggio Emilia-Fondazione Un paese, Bologna Edizioni Bora, 2005
6) Berger, Capire una fotografia, Roma, Contrasto 2014; H. Cartier-Bresson, L’immaginario dal vero, Milano, Abscondita 2005
7) Berger, Sul guardare, Milano, Bruno Mondadori, 2003
8) Diario cin., cit.

Download PDF