Erminia Pellecchia
Alla Fondazione Querini di Venezia

Tempo dell’arte

Omaggio a Giovanni Anselmo in margine ai fasti della Biennale: con il maestro dell'arte povera, la leggerezza si fa guida per un viaggio tra derive e approdi alla ricerca di un centro di gravità permanente

Campo Santa Maria Formosa, Sestiere di Castello. Fuori dal formicaio impazzito del turismo mordi e fuggi della vicina San Marco. I passi conducono lenti al Campiello Querini, un piccolo canale e un ponticello, un palazzo che sembra sorgere dalle acque. Varchi la soglia con pudore e la consapevolezza di essere ammesso in un luogo sacro. Nel tempio veneziano del sapere. Sorto per volontà del conte Giovanni Querini Stampalia, morto senza discendenti, che, nel 1868, lasciò in eredità alla città di Venezia la dimora di famiglia con i suoi arredi e le sue collezioni artistiche e librarie per «promuovere il culto dei buoni studi e delle utili discipline». Lo sfarzoso passato e la genialità contemporanea convivono, la grazia delle originarie strutture cinquecentesche è esaltata dal raffinato intervento di Carlo Scarpa che, nel 1963, restaurò il piano terra e il giardino con la sua cifra minimale e poetica. Attraversi in silenzio questi ambienti metafisici e, in un cortocircuito emotivo e sensoriale, ti «affacci alla finestra della nostra immaginazione», sospesi sull’infinito. Oltre il tempo. Oltre lo spazio. Oltre il visibile. «Dove le stelle si avvicinano di una spanna in più, mentre oltremare appare verso sud-Est e la luce focalizza… Un particolare». È una narrazione – sta anche a noi completarla con le suggestioni che trasmette – l’installazione site specific di Giovanni Anselmo, una serie di opere che ci stimola ad intrecciare come se fosse un unico racconto dal lungo titolo. La mostra – tra gli eventi collaterali della Biennale 2017 – è sicuramente tra le belle sorprese di una Biennale fuori dalla quinta mondano-culturale della kermesse targata Christine Macel e da quell’inno “Viva Arte Viva” che sembra dir tutto e non dice niente.

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Il progetto, a cura di Chiara Bertola, porta la firma di Fondazione Querini Stampalia e Krizia (fino al 24 settembre, dalle 10 alle 19), un matrimonio riuscito, complice anche la sensibilità della galleria Lia Rumma, un nome di rango nell’arte contemporanea internazionale. L’incipit del percorso è spaesante: una lastra in plexigas leggermente arcuata e, apparentemente, senza connessioni stabili. La leggerezza si fa guida per un viaggio tra derive e approdi alla ricerca di un centro di gravità permanente. Ed è una situazione di tensione quella cui induce il maestro dell’Arte Povera, invitando lo spettatore a percepire la verità al di là della materia. Lo afferma con “Invisibile”, un blocco di granito con sopra incisa la parola “visibile”. «Ciò che non è visibile non esiste concretamente – spiega – ma si manifesta come energia possibile, come forza d’immaginazione». Ed ecco l’affabulazione. Nella grande sala espositiva, con le vetrate che aprono squarci sul giardino dalle atmosfere del lontano Oriente, percorriamo un sentiero di sei blocchi di granito con il monito a guardare il cielo, a toccare le stelle con la mano: i paesaggi si sovrappongono e dilatano, l’ambiente già di per sé onirico pensato da Scarpa si squarcia ad abbracciare il firmamento, ad accogliere l’eco di universi paralleli, ad inseguire il desiderio dell’altrove. Un altrove che per Anselmo è sempre “oltremare”, mentalmente oltre le pareti: il muro è rappresentato da due grandi pietre rettangolari, in una è incastonata una bussola, l’ago magnetico indica l’estremità colorata di azzurro, la prua rivolta all’isola che non c’è. Saliamo al secondo piano, lì dove c’è il Museo della Fondazione.

In quelle sale dove il tempo si è sedimentato nella raccolta storica di dipinti e arredi l’artista di Borgofranco d’Ivrea e di adozione torinese ha lasciato un’ultima traccia luminosa: in un angolo proietta un suo “Particolare”, ricordandoci che «un particolare di una stanza è un particolare; una stanza è un particolare del tempo; noi, gli oggetti e tutto ciò su cui punta il proiettore siamo particolari del tempo, siamo anche altri particolari in un tempo futuro, ed eravamo altri, diversi particolari in un tempo passato».

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La caducità del tempo: è questo il leit motiv di “Conservare il futuro”, il programma pluriennale di arte contemporanea della Fondazione, che, in quest’occasione, ha voluto in dialogo Anselmo con Elisabetta Di Maggio. Classe 1964, da vent’anni vive e lavora a Venezia e alla Querini Stampalia ha trascorso i suoi migliori anni da studentessa, sentendola sua casa, una casa che oggi, “con timore e senza alcuna presunzione” ha scelto di abitare con le sue opere, invadendola pacificamente con la sua “Natura quasi trasparente”. Il tempo sospeso di Anselmo per lei è trasformativo e lo ritma reiterando il rito della vita e l’ineluttabilità del cambiamento. E’ riuscita nell’intento? Lascia sicuramente qualche perplessità il procedere attraverso il suo gesto a volte minimale, a volte invasivo come nel preludio, in bilico tra natura ed artificio, con la cascata di edera – in parte viva, in parte trattata e lavorata con cura meticolosa – sul mobilio e il pavimento del Portego del Museo. Un “capriccio” che disturba, una messa in scena da festa finto barocca senza la sapienza di un abile regista. Non convince neanche l’omaggio alla “Presentazione al tempio” di Giovanni Bellini, la vecchia sedia di velluto rosso su cui ha poggiato una fragilissima porcellana per «animare – sottolinea – quei personaggi, segnare la presenza di uno spettatore che si sente parte della rappresentazione». L’unico merito è di attirare l’attenzione di un visitatore distratto su quel capolavoro del Rinascimento veneziano. Una tappezzeria di qua, un ricamo di là, strizzando l’occhio alla Biennale 2017 nel segno del taglia e cuci. Vien voglia di dire basta. Alla fine il riscatto, il colpo d’occhio dell’installazione nel boudoir della famiglia Querini, solitamente chiuso al pubblico. Nell’intimità di questa camera delle meraviglie con l’armadio guardaroba del XVII secolo, sorta di reliquiario della memoria con cammei, bottoni, anelli, sigilli, gemme, crocifissi, strumenti di misurazione, posate, piccole sculture di porcellana e taccuini, la Di Maggio ha fuso i suoi ricordi fatti di reperti – oggetti trovati, appunti, disegni – del suo archivio contemporaneo in una sovrapposizione di presente e passato. «Tutto è provvisorio, un bozzolo in attesa di divenire altro di sè», avverte.

La poesia ti assale all’improvviso al terzo piano, frammenti di parole ed immagini lungo la sottile linea di confine tra esistenza e morte. Hadassa Goldvich, in un video multicanale, racconta “La casa della vita”, svelando i diversi mondi, interscambiabili, di Aldo Izzo, un tempo comandante di una grande nave mercantile e da 35 anni custode del cimitero ebraico di Venezia. Dalle scene liriche del camposanto immerso in una natura tardo romantica all’abitazione di quest’uomo di 86 anni che preserva la memoria dei morti anche attraverso i suoi diari nella ricerca ossessiva di una vita dopo la vita. E’ l’allegoria della città lagunare, la sua storia, il suo presente, il suo futuro. E’ il simbolo della locale comunità ebraica – l’installazione, prodotta dal Museo d’Israele con Meislin Projects, è curata da Amitai Mendelsohn – in rapida mutazione e a rischio di perdere le sue radici.

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