Nicola Bottiglieri
Cartolina dall'Argentina

A Plaza de Mayo

Buenos Aires ha appena festeggiato quarant'anni della lotta della madri di Plaza de Mayo: una festa viva e vitale per ricordare che qualcuno, qui, ha ucciso una generazione. «La verità non si ferma», come ha detto il presidente Mattarella

La Plaza de Mayo di Buenos Aires vive nella memoria degli italiani per due ragioni: la canzone di Madonna Dont cry for me Argentina, cantata nel musical Evita, e per la risonanza mondiale che ebbe la lotta delle “Madri della piazza di maggio”. Che iniziarono le loro marce silenziose il giovedì 30 aprile del 1977, e ora ritornano lo stesso giorno ultimo del mese per la commemorazione. A loro il presidente italiano Mattarella ha voluto rendere omaggio appena sbarcato in Argentina per una visita ufficiale: «Dovete avere fiducia perché la forza della verità non si ferma» ha detto alle madri di Plaza de Mayo.

Io, invece, il 30 aprile scorso sono arrivato prima che iniziasse la manifestazione, alle 4 del pomeriggio, per curiosare nella piazza. E siccome le emozioni sono come il gelato che si squaglia e imbratta mani e vestiti, volevo viverla da solo questa stretta al cuore. Che naturalmente c’è stata, perché le piazze delle città sono come i porti delle navi, dove ognuno porta il suo carico di gioia e dolore e lo scarica lì, in attesa che altri le distribuiscano per il paese. E nella Plaza de Mayo c’è una quantità di vita e di dolore da far esplodere tutte le lacrime del mondo.

Perché quello che hanno fatto queste donne anziane ha dell’incredibile! Potremmo dire «mai si è ottenuto tanto, con così pochi mezzi». Infatti le prime 14 mamme, guidate da Ebe de Bonafini (classe 1928), con un fazzoletto bianco in testa – quello che si mette in Chiesa – iniziarono a camminare in cerchio intorno alla piazza con le foto dei loro figli desaparecidos. Da sole, senza alcun appoggio di giornali o partiti politici. Ogni giovedì, puntali, silenziose, inquietanti, in gruppi sempre più numerosi. Dopo qualche settimana la polizia che in un primo momento le guardava meravigliata, iniziò a reagire, prima dichiarandole “locas” ossia pazze, perché volevano notizie di ragazzi di cui – dicevano – nessuno sapeva nulla, poi nelle settimane successive cominciarono ad usare la forza, cercando di disperderle, poi aggredendole con i manganelli.

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Ed esse, allora, fuggivano verso la Cattedrale, per ripararsi dalle violenze, ma il più delle volte il prete ed i suoi accoliti, sbarravano le porte per non farle entrare. Quindi facendole picchiare. Tutti gli anni, dal 1976 al 1983, tutti i mesi, tutti i giovedì di ogni mese quelle pazze giravano in tondo in silenzio, portando la foto del loro figlio, ostinate, come può essere ostinata una madre che vuole rivedere un pezzo del suo cuore, cioè il proprio figlio.

Viene in mente la scena del film di Pasolini Il Vangelo secondo Matteo, quando la vecchia madre del regista recita la scena dello strazio di Maria davanti a Gesù, il figlio crocifisso; oppure la Pietà di Michelangelo, dove si vede la giovanissima madre tenere in grembo suo figlio morto. Las locas ricordano il dolore della pietà, ma è un dolore senza il figlio, un dolore macerato nel silenzio e nell’amarezza. Lo avete ucciso – sembravano dire – ma almeno fatemelo seppellire! Fatemi pregare sulla sua tomba. Io invece devo seppellire mio figlio nella bara del mio corpo, nel sudario delle mie lacrime, nel cimitero dei ricordi. E, paradossalmente, in quel mare di menzogne, di violenza, di silenzio e dolore l’unica verità erano le fotografie. L’ombra di un uomo impresso sulla carta.

Per questo la piazza è tappezzata di mille fotografie, tutte uguali e tutte diverse ognuna con una frase che mi affretto a raccogliere. Sotto quella di una ragazza c’è scritto: «Ci sono persone che dicono di avere l’angelo custode, il popolo ha trentamila angeli alle sue spalle quando lotta per i suoi diritti». Sotto quella di un uomo: «Il popolo non dimentica né perdona».

E poi via via: continuiamo la lotta, la speranza che esiste l’utopia ci aiuta a vivere, non piangere per me ma lotta insieme a me, presente!, grazie per aver partorito queste madri…(la parola seguente è cancellata dall’acqua), carcere per gli assassini ora e sempre, la libertà si ruba senza chiedere permesso, non dimenticare né perdonare, il tuo cuore è sepolto in questa bandiera che palpita oggi sventolando in questa piazza, chi ha detto che me ne sono andato non vedete che arrivo sempre puntuale?, abbiamo sempre bisogno di te. Questa frase è scritta sotto la foto di un ragazzo in carrozzella… e a questo punto devo guardare altrove! Perché i militari non volevano uccidere solo gli oppositori politici ma sterminare una generazione, la gioventù più moderna e aperta al mondo, la “meglio gioventù”. Insomma, le madri sono state capaci di far esplodere il silenzio. In un modo assordante. A livello mondiale.

Ho distolto gli occhi dalle foto anche perché un acre odore di fumo mi serra la gola… ma non è la polizia che attacca con i lacrimogemi, piuttosto le salsicce, le bistecche, el asado che brucia mi ricordano che siamo in Argentina. Poi la piazza si riempie a poco a poco, arrivano le bandiere, gli striscioni, allestiscono un palco, si alzano i droni sulla piazza, cominciano i cori. Molte coppie di giovani saltellano. Altre coppie si stringono, poi su tutto si spande il ritmo dei tamburi, el bombo.

Il bombo è l’anima delle manifestazioni politiche. È il cuore di tutti quelli che si trovano in piazza. Il bombo non è solo un tamburo, è lo sguardo meravigliato sul mondo, la gioia di vivere, il piacere di stare insieme, la minaccia del popolo verso i potenti, il dito puntato, la bocca aperta al grido. Immaginate sei bombos che battono tutti insieme accompagnati dal ritmo dei piedi della piazza. La quale infatti trema, potente, viva.

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Poi sul palco salgono gli organizzatori. Alcune madri, sempre il capo coperto da un velo bianco, leggono i messaggi di saluto, le adesioni, i nomi delle organizzazioni che hanno favorito la manifestazione, il messaggio del Presidente della Bolivia Evo Morales, quello di una organizzazione venezolana, ecc. Poi sale Ebe, l’anima nobile di questa piazza. Ha un poncho rosso ed un fazzoletto bianco sulla testa. Ha 89 anni, ma una voce potente e ironica che subito invade la piazza. Si siede a metà del palco, le porgono il microfono e dice: «Mi siedo non perché sono vecchia ma perché sono emozionata». La piazza esplode in risate, grida e slogan. Ebe ringrazia tutti e dice una cosa straordinaria: Noi siamo le madri anziane, voi siete le braccia giovani, la mente viva, voi siete il futuro, siete i nostri figli. Tutte le persone di questa piazza sono i nostri figli.

Poi danno un fazzoletto bianco – massima onorificenza delle madri – ad un avvocato del quale non capisco il nome in questa bolgia, che sempre le ha assistite nella lotta, il quale fa una riflessione sulle mattonelle della piazza. Qui sotto i nostri piedi ci sono lacrime, urla, rabbia, dolore, risate, gioia, speranze, qui ci siamo noi.

A questo punto, capisco che sto poggiando i piedi su qualche cosa di vivo, come possono essere delle mattonelle bagnate dalla storia. E resto impietrito. Poi Ebe fa un lungo omaggio all’Italia, all’appoggio che gli italiani hanno dato alla loro lotta. E consegna un fazzoletto bianco ad un nostro compatriota che da dieci anni organizza una “caravana” di italiani che vengono a Buenos Aires a commemorare l’anniversario e ad imparare lo spagnolo… dice Ebe fra le risate di tutti.

Poi la cerimonia va scemando, i bombos riattaccano a suonare, la musica invade la piazza, il fumo della carne invade l’aria e finalmente tutte le coppie di giovani, sotto le foto dei loro compagni uccisi, iniziano a baciarsi, perché fino ad ora erano stati solo abbracciati.

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