Raoul Precht
Periscopio (globale)

L’occhio di Settanni

Una mostra al Teatro dei Dioscuri di Roma rende omaggio a Pino Settanni, il fotografo che raccontava la povertà, la fame, le carestie e le guerre senza pietismo, né polemica, né settarismi politici

Amici, romani, concittadini, prestatemi orecchio, e soprattutto affrettatevi: c’è tempo solo fino al 28 maggio per vedere una splendida e poco pubblicizzata mostra, in un luogo centralissimo ma al di fuori degli abituali circuiti museali. Sto parlando del Teatro dei Dioscuri in via Piacenza 1, accanto ai giardini del Quirinale, che ospita attualmente la mostra “Pino Settanni. Viaggi nel quotidiano”. Già consacrato al teatro dialettale (Eduardo, Peppino, Scarpetta), ora rilevato dall’Istituto Luce, il Teatro dei Dioscuri ha vocazione a diventare nei prossimi mesi un luogo di esposizioni e rassegne dedicato in particolare al cinema e alla documentazione fotografica e filmata del nostro recente passato. La mostra dedicata a Pino Settanni, che rappresenta davvero, come recita la locandina, un giro del mondo, o per lo meno di tre luoghi che possono ben rappresentare il Sud del mondo, come il nostro Mezzogiorno, i Balcani e l’Afghanistan, ne costituisce una sommessa e riuscitissima inaugurazione.

L’esposizione che vi invito a visitare è resa possibile dall’acquisizione, da parte dell’archivio storico del Luce, di un tesoro di oltre sessantamila scatti del fotografo, che ora si stanno pazientemente catalogando e digitalizzando uno ad uno.

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Non mi dilungherò sulla vita di Pino Settanni e sui suoi successi: una messe d’informazioni a tale proposito si trova nel bel catalogo edito da Contrasto e introdotto da una breve nota del sociologo Domenico De Masi. Quello che mi sembra invece opportuno sottolineare è la freschezza dello sguardo di Settanni, che dopo aver fatto le prime prove nel suo Sud (era nativo di Taranto), segue poi per lungo tempo l’esercito italiano nelle sue missioni, in particolare nei Balcani in guerra tra il 1998 e il 2003, e in seguito in Afghanistan fino al 2005, riuscendo a trarre da queste sue esperienze una serie di immagini che, viste nel loro insieme, di questi paesi e di queste terribili situazioni possono a ben diritto dirsi un ritratto.

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Proprio il ritratto era del resto il genere fotografico che lo aveva reso famoso. In precedenza Settanni aveva infatti lavorato prevalentemente sui set cinematografici, ritraendo con risultati straordinari in pratica tutti i più famosi attori e registi dagli anni Sessanta al 2010, anno della sua morte.

(Per chi volesse approfondire, anzi, anche quest’aspetto della sua attività, oltre ai cicli più pittorici come quello dei nudi o dei tarocchi, il modo migliore è regalarsi una puntata a Matera – città di per sé coinvolgente e illuminante -, dove Palazzo Viceconte ospita il Museo della Fotografia Pino Settanni. Non è agevolissimo da visitare, in quanto al di fuori della stagione estiva rischiate di trovarlo chiuso, ma il personale dell’albergo ubicato nel palazzo è cortesissimo e ve ne apre le porte su richiesta. Inutile aggiungere che ne vale davvero la pena.)

Tornando alla mostra romana, qui si è invece scelto di approfondire la ricerca condotta dal fotografo su popolazioni provate dalla povertà, dalla fame, dalle carestie, dalle guerre: ma le immagini proposte, si badi bene, non indulgono mai al pietismo, né alla polemica, né a settarismi politici. Al contrario, si limitano a ritrarre facce, movenze e situazioni, lasciando che siano esse stesse a parlare. Certo, mi si obietterà, il modo stesso in cui si scatta, la luce, l’esposizione, il gioco dei colori, la messa a fuoco scelta di volta in volta rappresentano già una scelta di campo: ma Settanni non punta mai sulla facile denuncia di condizioni insopportabili e miserrime, ricrea piuttosto una sua estetica mai banale né ripetitiva, senza concessioni al folclore, una sua visione direi antropologica che mette il soggetto, l’individuo, al centro di tutto, e spesso di tutto il dolore del mondo.

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L’idea di fondo è inclusiva e coinvolgente: questa gente, sembra dirci Settanni, siamo noi, e queste situazioni, geograficamente da noi così poco distanti, non sono poi tanto dissimili da quello che potrebbe accadere anche alla nostra civiltà affluente, ingenuamente convinta della propria intangibilità. Avviene esattamente l’opposto: se i soggetti ritratti, come osserva De Masi, sono per forza di cose dei perdenti, siamo poi così sicuri di non poterci identificare con loro, di non essere noi stessi, per via della loro stessa esistenza in quel frangente storico e in quelle condizioni, altrettanto perdenti? Bambini soli che giocano nelle strade bombardate, donne costrette a lavori defatiganti, defraudate della loro identità e dei loro sogni, uomini abbrutiti dalla follia militare e dalla fame: non c’è bisogno di alcuna denuncia, il mondo si autodenuncia per quel che è lasciandosi semplicemente contemplare. Settanni documenta però al tempo stesso tutta la bellezza e l’allegria che possono esserci, e resistere, perfino nella miseria più disperata, e soprattutto la capacità fondamentale di quelle laboriose formichine che siamo di riscattarci, di sopravvivere a tutto, di trascendere la disperazione, di perpetuarci e continuare a popolare, con le nostre voci, i nostri gesti, i nostri colori, deserti, campi incolti, città devastate.

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Date retta, amici, romani, concittadini: non vengo a lodare Settanni, ma a chiedervi di fare una bella passeggiata e di prestare non l’orecchio, ma l’occhio, e possibilmente entrambi, a chi della vita ha avuto una visione straordinaria, che merita d’essere condivisa.

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