Raffaella Resch
Ancora sulla Biennale di Venezia

Magie anticrisi

Sulle orme di Ernesto De Martino, le cosmologie personali dei tre artisti del Padiglione Italia di Cecilia Alemani, tra mondi reali e immaginari, sono tre diverse visioni del “mondo magico” intento a percepire i valori di nuovo umanesimo. Un modo per rassicurarci nel nostro “esserci”. Nonostante tutto…

Un soleggiato e poco più che tiepido mezzogiorno ha accolto lo scorso venerdì 12 maggio la presentazione en plein air del Padiglione Italia della 57a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, officiata dal suo presidente Paolo Baratta, dal ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, e dalla curatrice Cecilia Alemani. Al di là delle parole di rito, dalle brevi prolusioni è già possibile dare un bilancio iniziale della manifestazione: si tratta della prima edizione del Padiglione Italia dopo molto tempo, il cui curatore sia stato incaricato con un anno di anticipo (nell’aprile 2016) da un ministro in carica da più di tre anni. Franceschini ha anche annunciato la creazione di un nuovo dipartimento in seno al Ministero, la Direzione generale per l’Arte e l’Architettura contemporanee, a favore dello sviluppo e degli investimenti nel contemporaneo in Italia e per l’Italia all’estero. Accolta già con un coro di critiche positive, quest’edizione del Padiglione ha potuto perciò beneficiare di un incoraggiante endorsement strutturale, che ci auguriamo prosegua nella programmazione culturale del nostro Paese.

Il Padiglione di Cecilia Alemani presenta una veste inedita, chiamando a lavorare con grande anticipo tre figure di artisti italiani, su installazioni concepite in perfetta consonanza con gli spazi espositivi: l’obiettivo non è tracciare una ricognizione su territorio nazionale, alla ricerca di una presunta identità italiana, quanto piuttosto offrire agli artisti un’occasione imperdibile per realizzare “il lavoro della loro vita” e dare allo spettatore uno sguardo in profondità nel loro mondo. Solo così – afferma Alemani – «si può entrare realmente in dialogo con le altre nazioni» senza «presentare lunghi elenchi di nomi. E poi è necessario avere un po’ più di fiducia per una generazione più giovane di artisti, che sono perfettamente in grado di reggere lo spazio da soli senza doversi arrampicare sulle spalle dei “maestri” degli anni Sessanta». La scelta di Alemani è dunque utilizzare il contesto nella sua massima potenzialità, e dare una chance a tre giovani di concentrarsi su un’unica, ambiziosa opera. Gli ampi padiglioni delle Tese delle Vergini si trasformano così da semplici, scuri e monumentali contenitori di muri temporanei per appendere opere e ripartire volumi, in spazi a tutti gli effetti integrati alle installazioni, divenendo parte delle opere o, nel caso di Andreotta Calò, l’opera stessa.

P. Italia 2Le tre figure de Il mondo magico sono Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979), Roberto Cuoghi (Modena, 1973) e Adelita Husni-Bey (Milano, 1985), artisti il cui denominatore comune è l’interesse per il potere trasformativo dell’immaginazione e la cui opera è ricca di riferimenti al fantastico, al magico e all’immaginario. La magia è vista come strumento attraverso il quale l’uomo riafferma la propria presenza nel mondo in un momento di crisi, sulla base di una concezione antropologica dell’immaginario, mutuata dall’antropologo napoletano Ernesto De Martino (1908 – 1965). Il Mondo magico è il titolo del volume che De Martino pubblica con Einaudi nel 1948, aprendo la via al cosiddetto “etnocentrismo critico” opposto sia all’irrazionalismo che al relativismo culturale, dedicandosi a studi sulle popolazioni indigene africane, ma anche alle tradizioni dell’Italia del Sud. Nel contesto più ampio del tema della Biennale, dato da Christine Macel, dedicato alla funzione dell’arte come luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà, la visione del “mondo magico” è una prospettiva per ricostruire la collocazione dell’uomo nel mondo contemporaneo, alla ricerca di valori dettati da un nuovo umanesimo. Lo spazio per la ricerca artistica si qualifica come via d’interpretazione del mondo oltre una mistica dell’irrazionale, che vede l’uomo assoggettato ai poteri della natura e dell’inconoscibile, ma anche distante da una visione puramente razionale del magico, che invece lo interpreta esclusivamente come dramma, in cui domina uno stadio pre-scientifico di ignoranza. Tale prospettiva dell’arte intende assorbire in sé una posizione storica per riscattare infine l’uomo dalla crisi e rassicurarlo nel proprio “esserci”. L’ispirazione a De Martino è utile per richiamare il suo studio dei rituali magici, intravisti come dispositivi attraverso i quali l’individuo tenta di padroneggiare una situazione storica incerta e di riaffermare la propria presenza nel mondo.

Il percorso dei tre artisti procede lungo questa direttrice attraverso mondi reali e immaginari, dando forma a complesse cosmologie personali. Roberto Cuoghi ricrea un’officina (Imitazione di Cristo, 2017), una fabbrica per sculture a metà tra laboratorio scientifico e studio sull’iconografia della rappresentazione religiosa. Il titolo dell’opera cita il testo medievale De imitatione Christi (ma ricorda anche la nozione antropologica di “magia imitativa” commentata da De Martino) e alla base della ricerca sta l’immagine del Cristo crocefisso di provenienza bizantina, riproposta in mostra in molteplici varianti, dando luogo a una processualità che implica il saper trattare la materia, dominarla nei suoi costituenti organici, in rapporto al trascorrere del tempo e al conseguente modificarsi e deteriorarsi della sostanza di partenza. Su un palco rialzato ci accolgono dei giovani apprendisti che danno forma alle sculture, riempiendo di materia organica alimentare il calco di una figura crocefissa. Una sorta di via crucis ci induce a passare attraverso un corridoio di plastica trasparente, affiancato da igloo, come un campo medico d’emergenza, dove sono posizionate coppie di sculture in diverso grado di modificazione, coperte dalle muffe, fratturate o mosse dall’intervento degli agenti atmosferici. Celle criogeniche contengono teste e altri frammenti sparsi delle sculture, suggerendoci una possibilità di conservazione e forse uno spiraglio d’eternità. Infine, sul fondo dell’immenso padiglione, appaiono i diversi corpi, che lungo la durata della mostra verranno a mano a mano creati nell’officina, sottoposti al trattamento di decomposizione e ristabilizzazione e poi disposti sul muro, quali reperti di un frontone classico di cui si stia cercando un’esatta ricostruzione. La penombra, le luci rosse calde di valenza prometeica, la presenza del tema religioso ci inducono a una meditazione interiore sulla possibile interpretazione del nostro mondo.

Adelita Husni-Bey ci accoglie in un’istallazione (The Reading – La seduta, 2017) dove è discusso il complesso legame spirituale con la terra, attraverso le aspirazioni e paure delle nuove generazioni. La videoinstallazione in sala è il frutto di un lavoro collettivo di un gruppo di ragazzi che riflettono sul proprio legame con la terra in senso spirituale, storico e tecnologico, a partire da interrogativi che sorgono dall’esame di un mazzo di tarocchi creati dall’artista, su parole chiave come “estrazione”, “minaccia”, “tecnologia”, “sfruttamento”, “valore”, “vulnerabilità”. La conversazione tra i ragazzi su impulso dell’artista assume un carattere maieutico, di indagine spontanea e profonda delle loro idee e pulsioni più profonde. Giacciono sul pavimento attorno allo schermo fili di luce led, al cui apice scorgiamo una sorta di elemento prostetico in silicone per il braccio. Nel film i ragazzi talvolta lo calzano, muovono le dita, in una prova generale di un nuovo possibile movimento supportato dalla tecnologia. Anche qui la penombra attiva una concentrazione spirituale nello spettatore, che di fronte alle analisi dei ragazzi rimette in gioco le proprie credenze e aspettative.

P. Italia 3L’intervento di Giorgio Andreotta Calò (Senza titolo – La fine del mondo, 2017, titolo tra l’altro della pubblicazione postuma del 1977 di De Martino che raccoglie le sue ricerche sull’apocalisse) utilizza l’intera area del padiglione, stravolgendone la percezione e la struttura, come una “fata morgana” in un deserto. Accolto nel buio pressoché completo, con qualche sottile lama di luce che sottolinea l’architettura, il visitatore si muove a tentoni in una basilica a cinque navate di tubi innocenti, che sostengono una controsoffittatura. Siamo invitati ad andare verso il fondo della struttura per trovare una via di accesso in salita; raggiunta la cima, ci si apre alla vista un miraggio apocalittico e sublime, di cui stentiamo a capire la realtà e le proporzioni: le capriate del tetto si specchiano sulla superficie di una distesa d’acqua, duplicando il soffitto e aprendo due prospettive divergenti, verso l’alto e verso il basso, in una visione vertiginosa. Un’operazione apparentemente semplice, incredibilmente totalizzante, che carica di significato la struttura stessa dell’edificio, che sorge in una città d’acqua, e che, attraverso un’atmosfera magica, in cui ci muoviamo sconcertati temendo pericoli, lo trasforma in un pellegrinaggio verso la chiaroveggenza.

Il ciclo della vita materiale e simbolica attraverso il mistero della rigenerazione della carne e della resurrezione, a partire da un gesto di duplicazione, di clonazione, in Cuoghi; i procedimenti sociali e psicologici di presa di coscienza del proprio essere al mondo in Husui-Bey; la visione come processo di riassegnazione di significati e infine di riflessione su ciò che è l’essere umano. Tre mondi diversi che suggeriscono come l’artista possa utilizzare strumenti cognitivi ed estetici attinti a un più vasto campo del sapere che può confluire nell’arte, dalla storia delle religioni, all’antropologia, allo studio dell’iconografia religiosa, alle scienze sociali e alla tecnologia: l’arte si appella a un nuovo umanesimo per restituire uno spazio di risoluzione ai conflitti del nostro tempo.

Immagini: in apertura, Adelita Husni-Bey, The Reading / La Seduta, 2017, photo © Roberto-Marossi; al centro, Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, photo © Andrea Ferro; sotto, Giorgio Andreotta Calò, Senza Titolo (La fine del mondo), photo © Nuvola