Danilo Maestosi
Ancora sulla mostra veneziana

Hirst anno zero

Mettendo a confronto il kolossal imbandito a Venezia dall'artista inglese e la Biennale Arte, si capisce che Hirst pensa a sé come al creatore di un nuovo inizio. Tutto invecchia, tutto è minuscolo di fronte a lui. Finché non invecchierà lui stesso...

Leggete la recensione che per questo giornale Raffaella Resch ha scritto sulla doppia mostra di Damien Hirst (clicca qui per leggerla). Un resoconto puntuale, pieno di annotazioni, dati, descrizioni dei cimeli esposti. E una ricostruzione molto precisa dell’impresa: dieci anni di preparazione, un budget da capogiro, persino qualche anticipazione sulle cifre astronomiche con cui il mercato ha cominciato a valutare ogni singolo pezzo, che qualche collezionista ha già prenotato. Mancano solo notizie sui costi complessivi e su chi ha finanziato l’operazione. Quando su un progetto si muove l’alta finanza – si sa – la trasparenza diventa una chimera. E l’arte, questo tipo di arte che senza falsi pudori punta ad essere merce, non sfugge alla regola. Il capitale va dove lo porta il cuore. Inutile scandalizzarsi. Non lo facciamo col cinema, con il calcio, con qualunque forma d’intrattenimento che ci appassioni: perché allora indignarsi dell’impalcatura speculativa che sorregge questa mostra, che alla fine, bisogna ammetterlo, diverte come un cartone animato calibrato per adulti e bambini? Divertente la trama: quel naufragio e quel recupero di tesori dal fondo del mare simulato e documentato in ogni dettaglio. Divertente quella parata di mostri e mutanti che mescolano l’immaginario letterario e archeologico con quello dei fumetti. Solo che, a lungo andare, il gioco, un gioco così meticoloso, diventa stucchevole.

I problemi nascono da altre scelte, altrettanto calcolate perché una star come Hirst non lascia nulla al caso. La scelta di Venezia innanzitutto: un vernissage che precede di qualche giorno l’inaugurazione della Biennale, entrando in concorrenza con la rassegna sulla Laguna e sfruttandola come cassa di risonanza. E poi la posta in gioco. Hirst si comporta come un multimiliardario grossolano che, sedendosi al tavolo di poker, squaderna davanti a sé una sproporzionata valanga di lingotti d’oro: chi avrà il coraggio di smascherare i suoi bluff sappia che rischia la bancarotta. Una gara falsata in partenza. E un messaggio agli artisti che osino sfidarlo sul suo terreno che suona come un invito a farsi da parte e tenersi a debita distanza. Piaccia o no, questa doppia mostra segna una sorta di spartiacque. E non è detto che le conseguenze siano del tutto negative. Se non altro perché potrebbero liberare il palcoscenico del contemporaneo così popolato di imitatori senza qualità e senza ispirazione , comparse senza vocazione, concetti e parole prive di spessore, di tante scorie superflue e ingombranti.

Damien Hirst venezia3Prendiamo la moda pervasiva del cercar visibilità aumentando a dismisura la scala e non il senso dei propri interventi. Imponendosi come insuperabile pietra di paragone, i giganti che costellano le sale addobbate da Damien Hirst sbarrano inesorabilmente il passo a tanti artisti che reclamano attenzione trasformando le loro opere in monumenti moltiplicati per mille. Che spreco di marmi e intenzioni, per esempio, nel Padiglione dell’Argentina, quel calco di statua equestre clonato sullo storico prototipo dell’omaggio a un padre della patria come il generale San Martin: il cavallo imbizzarrito e privo di cavaliere a rivendicare il ruolo più umile che quel quadrupede ha avuto come animale da traino per la civilizzazione del paese, una donna che trattiene le briglie a simbolizzare l’orgoglio della Nazione, un bimbo accovacciato poco più in là tra macerie e relitti ad evocare lo sgomento dei valori che si stanno sbriciolando. Stessa pasta di pietra bianca e stesse dimensioni per il cavallo abbracciato da serpenti che Hirst ha piazzato come manifesto all’ingresso di Punta della Dogana a citare e smentire il supplizio di Laoconte: ma almeno è una magniloquenza senza ambizioni, un’assenza di necessità, che si scioglie in un sorriso.

damien hirst venezia4Un altro punto di non ritorno del kolossal di Hirst, dovrebbe essere il tramonto, l’esaurimento della sorgente disneyana del pop, cui le idrovore della fantasia programmata dell’autore inglese hanno prosciugato ogni linfa. Possibile, dopo di lui, continuare a sfruttare gli echi della fama globalizzata di Topolino, che nelle due mostre della fondazione Pinault è esibito come una divinità postmoderna capace di riaffiorare tra i trofei recuperati in fondo al mare insieme alla schiera di numi dell’Olimpo e delle epopee indiane? Sempre che i critici troppo disinvolti e incoerenti del contemporaneo non decidano di chiudere gli occhi, rinunciando a pretendere da chiunque almeno l’originalità dell’idea, il vincolo di non citare il già così vistosamente citato.

Il terzo sbarramento riguarda l’uso e l’abuso di una visione tutta orizzontale del tempo, dei suoi trabocchetti, dei suoi paradossi come incarnazione e rappresentazione di un eterno presente di icone e narrazioni intercambiabili. Non saturano forse quasi ogni varco la mitologia posticcia, gli andirivieni meticci e spericolati su cui Hirst ha costruito il suo spettacolo, quel superfluo alternarsi di agnizioni, ricordi d’infanzia e stupori? Provate a usare questi parametri la Biennale: almeno una buona metà delle opere in vetrina in tutta la città dovrebbe sparire di torno. E Hirst non si illuda: il prossimo giù dalla Torre toccherebbe a lui.

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