Delia Morea
A proposito di "Una famiglia in pezzi”

Frammenti di Rasy

A vent'anni da "Posillipo", Elisabetta Rasy torna a raccontare la storia delle sue origini: una diaspora tra Salonicco e Napoli, dove l'incrocio di tradizioni e culture è elemento di ricchezza

Con “Una famiglia in pezzi” (Mondadori, pp.116), Elisabetta Rasy aggiunge una nuova tessera al mosaico familiare che ha avuto l’epicentro nel suo romanzo “Posillipo” (Rizzoli, 1997), che si aggiudicò il premio  Napoli e il premio Selezione Campiello. Se “Posillipo”, romanzo della memoria dolce e avvolgente degli anni della giovinezza, è ambientato a Napoli, “Una famiglia in pezzi” – che si attesta come cronaca più lucida – s’inoltra nei complicati sentieri delle origini della famiglia Rasy, che ha due direttive: una parte da Salonicco, l’altra da Napoli. In questo ulteriore romanzo dedicato alla sua famiglia, il tono sembra, appunto, più cronachistico, meno da memoir.

La Rasy attraverso foto, testimonianze di parenti, ricostruisce la storia di una famiglia dalle tante vite e nazionalità, i cui componenti sembrano sparsi ai quattro angoli della terra, in perenne diaspora, e ognuno di loro è, come allude il titolo, un pezzo, un frammento ma rappresenta anche un sistema familiare smembrato, che Elisabetta Rasy, con la nota maestria che la contraddistingue, ricompone in un unico affresco.

elisabetta rasy una famiglia in pezziIl primo grande pregio in questo racconto, dove la “voce” della narratrice si palesa in prima persona o si evidenzia bene sul tessuto di sfondo, è quello di aver saputo riferire accadimenti gioiosi e tristi con uno sguardo non sentimentale e/o compiaciuto, ma narrandoli così come sono accaduti, con il dovuto distacco, talvolta anche con una sottile ironia che li rende ancora più godibili. I fatti narrati si mescolano alla ricerca delle notizie, ai personali ricordi d’infanzia e giovinezza della Rasy, in modo da realizzare una storia variegata, che si avvale della ricostruzione storica e della personale rimembranza.

Tutto prende spunto dall’incontro casuale della scrittrice, invitata a Marsiglia per una tavola rotonda dal titolo “il romanzo e la storia”, con un probabile cugino, un signore anziano che, dopo la conferenza, le si avvicina. L’uomo ha il suo stesso cognome e le ipotizza una probabile parentela: “Noi siamo qui perché ci chiamiamo come lei, e come lei saprà il nostro non è un cognome comune.”

Da questo momento il desiderio irrefrenabile di ricomporre le origini della propria famiglia, la conduce dapprima a Salonicco, dove ritrova le lontane radici nella figura del capostipite, Henry, di professione “Acting Consul”, che nella prima metà dell’Ottocento risiede a Salonicco e si sposa e dando vita alla famiglia Rasy.

Una famiglia affascinante, originale, con luci e ombre, come sono tutte le famiglie che si rispettino, che spesso trasforma anche le ombre in pregi, tanto è il personale fascino, l’allure, che li porta a cavalcare le traversie con eleganza e sorriso sulle labbra.

Sfilano così sul palcoscenico di un ben costruito albero genealogico il capostipite Henry, il figlio Charles che sposa la bella Cleopatra, il cui figlio Henry Charles è il nonno di Elisabetta Rasy e molti altri componenti del ceppo familiare. La famiglia, transfuga, si ritroverà, dopo soggiorni in altri luoghi, a Napoli, dove condurrà una vita benestante sulla scorta del patrimonio familiare accumulato già dal bisnonno Henry. Ma il benessere si riduce per le guerre e, soprattutto, per il pallino del tavolo verde, il demone del gioco che prende Henry Charles, sua sorella Clementina, sua moglie Enrica, nonna della Rasy. Non è un demone alla Dostoevskij, non conduce alla tragedia, perché anche il gioco di carte è vissuto con ironia, divertimento e distacco, rientra in quella filosofia del superfluo che contraddistingue una classe sociale di signorilità antica, che conserva comunque grande dignità e rarefazione nell’affrontare le cose della vita.

C’è nonna Evelina (nonnina), la nonna del padre della scrittrice, donna nata nell’Ottocento, donna di ferro ma caratterizzata da una certa delicatezza, che presta alla nipote i libri di Delly, quando lei ha undici anni, e nei quali ritrova modi e luoghi della sua epoca. Ci sono ancora tanti personaggi, vividi e diversi per carattere, personalità; difficile elencarli seguendo il vasto intreccio familiare.

Infine il padre Carlo, figura molto amata, che si riflette in una sorta di controluce. Un uomo che ama il cinema, la musica, ma che dopo l’ultima guerra nella quale si è distinto nell’aviazione, ha un rapporto problematico con la vita, con un inserimento lavorativo, inquieto come alcuni dei suoi avi.

La descrizione del padre è davvero di grande spessore, e ci sembra di vederlo seduto alla scrivania: “dove non aveva nulla da fare. Poi, con lenta cura meticolosa, riordinava i suoi numerosi attrezzi di cancelleria.”

All’improvviso partono di nuovo tutti, a Napoli “la vita era diventata troppo difficile”, parte Liliana, la madre della scrittrice, che conduce una Elisabetta Rasy, giovane, a Roma, sua città d’origine, da dove è andata via per sposare Carlo, abbandonando una possibile carriera di attrice avendo frequentato l’Accademia Silvio D’Amico. Parte e in qualche modo si separa dal marito: “L’unico che sembrava stanco di spostamenti e cercava di resistere in quella città sfuggente e precaria era mio padre.”

Le partenze, gli sradicamenti, però, comportano sempre rimpianti, tristezze: ”Io da quando c’eravamo trasferite nell’altra città – scrive la Rasy della sua personale diaspora – sognavo Napoli tutte le notti. In particolare sognavo la collina di Posillipo e la sua acqua blu, dove mio padre mi aveva insegnato a nuotare e dove ogni estate io e lui facevamo bagni meravigliosi. […] Poi smisi di pensarci e il sogno si fece più raro, anche se talvolta tornava. Nei sogni, come nei libri, ogni tanto tutto si aggiusta.”

Di nuovo l’affresco va in pezzi, di nuovo l’allontanamento, di nuovo cittadini del mondo. Perché, in realtà, in questa articolata famiglia, forse, il dono più grande è quello di non essere stanziali ma di sentirsi parte di orizzonti più ampi, dove il concetto di libertà può trovare la sua dimensione migliore.

Elisabetta Rasy si conferma ancora una volta scrittrice di sensibile e di carattere, moderna e accattivante, con una scrittura dalle mille sfumature.