Anna Camaiti Hostert
Cartolina dall'America

Donald Borgia Trump

La figlia Ivanka Trump consigliera per la politica estera, il genero Jared Kushner plenipotenziario per i rapporti con la Russia: nell'America di Trump regna il nepotismo. Peggio che in una fiction storica

A metà tra I Soprano e I Borgia, continua la saga dei Trump alla Casa Bianca dove ogni giorno c’è una sorpresa. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che due serie televisive, la prima delle quali ha cambiato definitivamente il modo di fare fiction, potessero cogliere nei dettagli le caratteristiche di una famiglia e di un clan così rilevanti nella politica mondiale. Tony Soprano (interpretato dal mai abbastanza compianto James Gandolfini) infatti è un gangster del New Jersey che regna nel suo piccolo feudo con pugno di ferro e sregolatezze. Impulsivo e passionale, considera la sua famiglia sacra e al di sopra di ogni pecca, mentre Rodrigo Borgia (interpretato da Jeremy Irons) cioè papa Alessandro VI nella serie, come nella storia, ha costruito il suo potere con l’inganno, la violenza e il complotto introducendo i suoi familiari nelle pieghe del potere proprio per potere dominare senza intralci. Peccato però che di questi due personaggio uno sia un criminale che non tiene ovviamente conto di alcuna regola e l’altro un papa passato alla storia per essere uno dei più corrotti mai esistiti. Tuttavia ambedue hanno tratti che ricordano l’attuale presidente degli Stati Uniti.

Le recenti dimissioni di molti componenti dello staff portato da Trump alla Casa Bianca evidenziano veleni e congiure che sembrano dominare il suo stato maggiore. E tutti paiono riguardare la politica estera del presidente. Un vero salto nel buio. La figlia Ivanka, ad esempio, diviene ufficialmente consigliere del padre in un posto di responsabilità senza precedenti che la vede sedere in consessi internazionali tra Christine Lagarde e Angela Merkel. Cosa che viene criticata perfino dagli stessi repubblicani. La portavoce della campagna elettorale di Ted Cruz alle passate elezioni, Amanda Carpenter, interrogata dal giornalista della CNN, Don Lemon, lo scorso marzo ha così commentato il ruolo della figlia di Trump: «Quali sono le sue qualifiche per sedere dove siede? Apparentemente una sola: è la figlia del presidente. C’è una parola per definire questo: nepotismo. Inoltre tutto ciò che Ivanka ha fatto fino a questo momento per apparire come un esempio per le donne che lavorano si trasforma in una farsa». E più avanti ha rincarato la dose: «Ivanka Trump ruba il lavoro a qualche donna davvero qualificata che ha sicuramente più esperienza di lei nel campo della sicurezza nazionale. Non so perché Ivanka Trump sieda a quel tavolo dove si compiono scelte di fondamentale importanza; dubito abbia le competenze per decidere ciò che può avere un impatto sulla nostra homeland security».

ivanka trump Jared Kushner 2

E infatti il punto è proprio questo. Anche se, infatti, pochi altri presidenti hanno fatto entrare alla Casa Bianca familiari e parenti come nel caso di Kennedy e il fratello Bob o Bill Clinton e la moglie Hillary, per citare solo due esempi tra i più conosciuti, è pur vero che ambedue erano avvocati e avevano almeno le credenziali adatte ai compiti assegnati loro. Nonostante ciò, Clinton è anche stato citato in tribunale, perché la cosa non è piaciuta affatto in un paese così attento a fenomeni di questo genere. Ciò è rincarato dalla situazione del genero di Trump, Jared Kushner, il marito di Ivanka, anch’egli nel gabinetto presidenziale, che proprio in questi giorni sembra essere coinvolto in quello che viene definito il Russiagate. Quello che ha già causato un succedersi di dimissioni e allontanamenti nello staff di Trump: Flynn, Sessions e Bannon, uno dei collaboratori della prim’ora di Donald Trump. Adesso si scopre che Kushner infatti è accusato di avere bypassato qualunque tipo di controllo da parte delle varie agencies di controllo – dalla CIA all’FBI – e di avere avuto, d’accordo con i russi, un canale privilegiato di comunicazione con loro durante il mese di dicembre. Dunque una politica estera non solo nelle mani di membri di una famiglia senza esperienza e più attenta all’utile particulare che al bene comune, ma soprattutto non guidata da una lungimiranza delle alleanze, come proprio Machiavelli, quello stesso che amava il Valentino, figlio di papa Borgia, e a cui dedicò Il Principe, avrebbe consigliato.

Prendiamo ad esempio quello che è successo al G7 di Taormina e in particolare i rapporti tra gli Stati Uniti e la Germania. L’attrito è stato evidente e i commenti inappropriati di Trump sia rispetto alla Germania stessa sia sulla Nato, fanno pensare che non siano stati ben pensati soprattutto in termini delle gravissime conseguenze che potrebbero generare. In questo caso è stato evidente il clash, anche a livello di immagine, tra i due personaggi principali di questo meeeting: Trump che si è mostrato come al suo solito non affidabile, arrogante, narcisista e Merkel, cauta politica di rango, che si è mossa con grande prudenza misurando invece ogni parola. Non per questo è stata meno incisiva o meno dura. Il fatto che Merkel abbia esortato l’Europa a comprendere che è impossibile contare su un partner come gli Stati Uniti, è stato un commento pesante determinato dal comportamento e dalle parole di Trump. Il che significa che, sul piano delle alleanze, quella transatlantica diviene sempre più debole, mentre quella tra gli stati europei deve rafforzarsi. Quando Merkel lega l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea alla mancanza di affidabilità degli Stati Uniti, lascia intendere che adesso sarà possibile per l’Unione Europea concentrarsi di più sul proprio futuro. Si intuisce a guida tedesco-francese. Se alle prossime elezioni Merkel vincerà e si assicurerà accordi bilaterali con altri stati europei isolando gli oppositori, forse quello sarà il momento in cui si potrà produrre un cambiamento nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti.

Dall’altro lato, per quanto riguarda l’America di Trump, ci saranno anche, in altre parti del mondo, alleati che ricalibreranno il loro comportamento nei confronti degli Stati Uniti e con ciò non vorranno che la loro sicurezza dipenda da un paese che è stato capace di eleggere un presidente inaffidabile come Trump, cercando di mettersi al sicuro. Forse l’amministrazione corrente non ha ben riflettuto sulle conseguenze di certe affermazioni e comportamenti: se ritiene di non avere più bisogno degli stessi alleati che ha avuto in passato, questi alleati decideranno lo stesso nei confronti degli Stati Uniti . Concluderanno accordi di natura diversa, cosa che diminuirà l’abilità americana di rapportarsi au pair alle loro decisioni e alle loro azioni. E di conseguenza anche la sua sfera di influenza. Ma forse questo è proprio quello che vuole Trump quando dice America first. Forse però dovrebbe aggiungere “and alone”.

 

 

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