Angela Di Maso
Ritratto d'artista

Teatro per cambiare

Emanuele Aldrovandi: «Ho scelto di fare il drammaturgo quando ho capito che altrimenti ne avrei dovuto trovare un altro, che sicuramente mi sarebbe piaciuto meno»

Nome e cognome: Emanuele Aldrovandi.

Professione: Autore teatrale.

Età: 31.

Quando nasce la tua passione per la drammaturgia e quando hai deciso di farne un mestiere? Al Liceo scrivevo sul diario i dialoghi fra i miei compagni di classe, quello è stato il primo inconsapevole approccio alla drammaturgia. Ho scelto di farne un mestiere quando ho capito che altrimenti ne avrei dovuto trovare un altro, che sicuramente mi sarebbe piaciuto meno.

Il tuo film preferito? Star Wars e tutti i film dei Coen.

Il tuo testo teatrale preferito? Caligola di Camus.

Qual è l’autore da cui hai imparato di più? Richard Rorty, su cui ho fatto la tesi di laurea in Filosofia.

Il libro sul comodino: Il Tao Te Ching di Laozi.

La canzone che ti rappresenta: Lily, Rosemary and the Jack of Hearts di Bob Dylan. Non so se mi rappresenta, ma è una delle mie preferite.

Descrivi il tuo giorno perfetto: Quando alla sera vado a letto e mi sembra di non averlo sprecato.

Come nascono i tuoi testi e come coniughi l’atto creativo alle esigenze di pubblico e di mercato? Cerco di scrivere testi che siano interessanti prima di tutto per me. Questo, automaticamente, è anche un modo per essere attento al pubblico e al mercato, visto che immagino ci sia qualcuno che abbia dei gusti simili ai miei.

Strategia di conquista: qual è la tua? Svelare le strategie le rende inefficaci.

Categorie umane che non ti piacciono? Le persone assertive.

Classifica per sedurre: bellezza, ricchezza, cervello, humour. Humour. Cervello. Bellezza. Ricchezza.

Qual è la tua visione del rapporto scena-parola? Per me i testi teatrali sono una forma di letteratura. Possono esistere anche senza il rapporto con la scena.

Meglio le affinità elettive o l’elogio degli opposti? Le affinità fra gli opposti.

Hai mai pensato di scrivere anche per la televisione o per il cinema? Per il cinema sì, e mi piacerebbe anche fare il regista. Per la televisione non credo, forse solo se mi pagassero molto bene, così alla prossima intervista potrei cambiare l’ordine della classifica per sedurre.

C‘è qualcosa che rimpiangi di non avere detto a qualcuno? No, sono uno che tende a dire.

Shakespeare, Eduardo o Beckett?  Cinque anni fa avrei risposto Beckett. Adesso dico Shakespeare.

Qual è il tuo ricordo più caro? I più cari li tengo per me.

E il ricordo più terribile? Quando ho sbandato in macchina facendo acquaplaning e ho pensato “Ecco, adesso muoio”.

Racconta il tuo ultimo spettacolo: Un gruppo di terroristi di estrema destra vuole uccidere il presidente dell’Unione Europea. Il titolo è Allarmi!, ha debuttato a ottobre a VIE, è stato messo in scena dalla compagnia ErosAntEros e prodotto da ERT.

Perché il pubblico dovrebbe venire a vederlo? Purtroppo per questa stagione non è più in scena, quindi se anche “dovessero” venire a vederlo, non potrebbero. Lo possono leggere, però, visto che è pubblicato da CUE Press, come anche Homicide House e Scusate se non siamo morti in mare.

Emanuele Aldrovandi2Il mondo del teatro è veramente corrotto come si dice? Non ne varrebbe la pena, non ci sono abbastanza soldi. A parte gli scherzi, ho avuto la fortuna di incontrare moltissime persone oneste e appassionate e ho vinto premi di drammaturgia senza avere nessun “aggancio” e senza mai conoscere i giurati, quindi mi verrebbe da rispondere di no. Ma è solo la mia esperienza personale, limitata nello spazio e nel tempo.

Quella cosa di te che nessuno ha mai saputo (fino ad ora). Ho un talento naturale a passare dalla parte del torto anche quando ho ragione.

Piatto preferito. Spaghetti con le vongole.

C’è parità di trattamento nel teatro tra uomini e donne? No. Ma neanche fra giovani e vecchi, fra italiani e stranieri e fra tante altre categorie.

Quale testo ti sarebbe piaciuto avere scritto. Romolo il Grande.

Chi vorresti dirigesse una tua drammaturgia? Quentin Tarantino o Roman Polanski.

Hai il potere di formare la squadra attoriale. Chi convocheresti? Cate Blanchett.

Cosa accadrebbe all’umanità se il teatro scomparisse? Non scomparirà fino a quando non scomparirà l’umanità. E a quel punto tutte le altre forme di vita sulla Terra tireranno un gran sospiro di sollievo.

Gli alieni ti rapiscono e tu puoi esprimere un solo ultimo desiderio. Quale? Non uccidetemi subito.

La frase più romantica che tu abbia scritto. Il romanticismo era a fine Ottocento. Adesso ci sono gli antidepressivi”.

La frase più commovente che tu abbia scritto. “Spero tu possa perdonarmi come mi sono perdonato io”.

Gli attori dimenticano le battute ed improvvisano facendo perdere il senso di ciò che volevi. Condannati o graziati? A morte!

Cosa vorresti che il pubblico ricordasse di te? I paradossi.

Hai mai litigato con un regista o un attore per una questione di interpretazione del personaggio? Sì. Per la dinamica rimando alla domanda numero 25.

Se potessi svegliarti domani con una nuova dote, quale sceglieresti? Addormentarmi schioccando le dita.

Se potessi scoprire il tuo futuro, cosa vorresti sapere. Niente.

Che cosa è troppo serio per scherzarci su? Assolutamente niente.

La figura del dramaturg perché in Italia non è riconosciuta? Perché la cultura teatrale italiana è registico-centrica. Più che il dramaturg alla tedesca però secondo me sarebbe importante mettere al centro l’autore, come nel teatro inglese. Non sempre, eh, ma almeno in qualche caso. È tutta una questione di politica culturale, adesso la dinamica è: la produzione sceglie il regista e poi il regista sceglie il testo (adatto al progetto che vuole portare avanti), oppure il regista sceglie il testo (adatto al progetto che vuole portare avanti) e poi lo propone alla produzione. In certi casi invece potrebbe anche essere il contrario: la produzione sceglie il testo e poi si cerca il regista (adatto al testo, non al progetto che vuole portare avanti lui). Ci sarebbe più varietà e meno autoreferenzialità.

L’ispirazione: come costruisci storie e personaggi? Cerco di non farlo mai nello stesso modo.

Cosa ti piace andare a vedere a teatro? Spettacoli che mi stupiscono.

Parallelamente al tuo percorso artistico, trovi che in questi anni ci sia stata un’evoluzione o un deterioramento del teatro? Evoluzione e deterioramento sono due visioni opposte della stessa cosa: il cambiamento. E il cambiamento c’è sempre.

Il rapporto con la parola. La interroghi, la ricerchi, la domini o ti fai dominare? La metto in discussione.

Cosa è oggi il teatro di sperimentazione? Un’etichetta per giustificare l’approccio amatoriale in contesti professionali.

La figura del critico ha ancora valore o conta solo il botteghino e il benvolere del pubblico? Dipende dai contesti e dai circuiti. In certi casi conta solo il nome dell’attore famoso. In altri le conoscenze personali. In altri le opinioni dei critici. In altri il fatto di poter scambiare uno spettacolo. Certe volte invece si guarda perfino la qualità, ma anche lì sorge un problema: chi la decide la qualità?

Un testo teatrale può essere equiparato ad un romanzo? Cosa vuol dire equiparato? Essere considerato la stessa cosa o una cosa simile, no. Essere considerato letteratura con la stessa dignità, assolutamente sì.

Cosa pensi di chi passa direttamente dai talent al palcoscenico? Che ogni strada è diversa.

Emanuele Aldrovandi3Il cinema ha influenzato la tua scrittura teatrale? Sì.

Com’è lo stato di salute della drammaturgia italiana? È in ottima salute, nonostante la malnutrizione. E poi è molto variegata: c’è una generazione di autori trentacinquenni/quarantenni come Fausto Paravidino, Davide Carnevali, Stefano Massini, Michele Santeramo e Letizia Russo che hanno scritto e stanno scrivendo testi importanti messi in scena in Italia e in tutto il mondo. Ci sono attori/autori che portano avanti percorsi di scrittura strettamente intrecciata alla messa in scena come Tindaro Granata, Saverio La Ruina, Davide Enia, Mimmo Borrelli, Rosario Lisma, Angela Demattè, Daniele Timpano e Elvira Frosini, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Mario Perrotta, Gabriele Di Luca con Carrozzeria Orfeo, oppure autori/dramatug come Federico Bellini e Linda Dalisi per Latella o Francesca Garolla per Teatro i, autori/registi/direttori di teatro come Renato Sarti, Marco Martinelli, Michele Pagano e Bruno Fornasari, autori/scrittori come Tiziano Scarpa e Vitaliano Trevisan, autori/insegnanti come Renato Gabrielli che svolge un ruolo fondamentale come coordinatore del corso di drammaturgia alla Paolo Grassi, autori emigrati negli USA come Marco Calvani (da poco) o Mario Fratti (da sessant’anni), senza dimenticare autori emergenti come Lorenzo Garozzo, Maria Teresa Berardelli, Carlotta Corradi, Fabrizio Sinisi, Carlo Guasconi, Livia Ferracchiati, Tatiana Olear, Chiara Boscaro e Marco di Stefano della Confraternita del Chianti, Erika Galli e Martina Ruggeri di Industria Indipendente e autori maturi come Antonio Tarantino, Edoardo Erba, Tino Caspanello, Laura Forti, Valentina Diana, Lucia Calamaro, Roberto Traverso, Roberto Cavosi, Massimo Sgorbani, Gimpaolo Spinato, Roberto Urselli, Luigi Lunari e Ugo Chiti. Poi nella fretta ne ho sicuramente dimenticati tanti, ma ci tenevo a fare più nomi possibili perché, al di là dei gusti personali, credo che ci sia davvero tanta varietà e qualità.

Ti viene data la possibilità di presentare tre proposte di legge in materia spettacolo. Cosa proponi? L’obbligo di fare teatro nelle scuole e l’obbligo di portare gli studenti a vedere almeno uno spettacolo al mese. L’istituzione di due o tre teatri di nuova drammaturgia, che producano solo testi contemporanei. La morte dei rami secchi.

Hai un sogno nel cassetto che oggi puoi aprire. Cosa viene fuori? Non mi piace condividere i miei sogni con gli estranei.

I soldi fanno la felicità? No, ma neanche la povertà.

Descrivi il tuo rapporto con i social network. Sono un mezzo che può far risparmiare molto tempo.

Una critica che più ti ha ferito. Cerco di non lasciarmi ferire.

Il teatro può riuscire ancora a stimolare la passione civile del pubblico in modo attivo? Non sono in un momento della mia vita in cui credo molto alla “Passione civile del pubblico”. Sarebbe già tanto riuscire a stimolare il pensiero.

Con i tagli economici alla cultura, secondo te il teatro diventerà un’arte di nicchia, oppure ci sarà una prevalenza di teatro di medio-basso livello o amatoriale? Nelle epoche difficili nascono le opere d’arte migliori.

C’è un autore teatrale che secondo te viene poco considerato e che invece andrebbe rivalutato e rappresentato? Slawomir Mrozek.

Emanuele Aldrovandi4Progetti futuri? A maggio a Padova verrà presentato in anteprima l’ultimo testo che ho scritto, Nessuna pietà per l’arbitro, prodotto da MaMiMò con la regia di Marco Maccieri e Angela Ruozzi, e a giugno Qualcosa a cui pensare, prodotto da Chronos3 e diretto da Vittorio Borsari, sarà in scena al Piccolo Teatro Grassi e al Teatro India, all’interno del progetto NEXT. Poi sto finendo di scrivere due testi per la prossima stagione, un monologo per Maria Pilar Perez Aspa, diretto da Serena Sinigaglia, che debutterà in autunno al Teatro Ringhiera e Il libro di Giobbe, scritto a quattro mani con Pietro Babina che curerà anche la regia, prodotto da ERT. Inoltre, credo a ottobre, andrà in scena al Teatro Filodrammatici di Milano il saggio dell’Accademia dei Filodrammatici, Tamburi nella notte di Brecht, diretto da Francesco Frongia, che ho tradotto e adattato. È stata la mia seconda esperienza di traduzione/adattamento, dopo Trainspotting, diretto da Sandro Mabellini, che ha debuttato a Quartieri dell’Arte e sarà in tournée l’anno prossimo. Così come Il Generale, diretto da Ciro Masella, che ha debuttato a dicembre al Teatro di Rifredi. Sono tanti testi, ma non li ho scritti tutti contemporaneamente, eh. Ad esempio Il Generale è del 2010 e Qualcosa a cui pensare, che inizialmente è nato come romanzo (e nella mia testa lo è ancora), del 2012. Questo perché i percorsi che fa un testo prima di essere messo in scena sono strani e sempre diversi. E generalmente dipendono pochissimo dalla volontà dell’autore.

Un consiglio a chi voglia intraprendere questo mestiere. Consiglio uno, più istintivo: “Non fatelo”. I mestieri artistici non andrebbero mai incentivati: se uno lo vuole davvero, troverà da solo la strada per riuscirci. Consiglio due, più pedagogico: “Siate curiosi, leggete e studiate tanto, senza mai smettere di chiedervi cosa vi interessa davvero”.

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Foto di Laila Pozzo

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