Giovanni Nurcato
Una storia di vite ai margini

Ramon il lercio

«Ramon non respirava, ansimava, ciononostante fumava più che poteva. Aveva le dita e le unghie completamente marroni e non usava fiammiferi. Accendeva la sigaretta successiva col mozzicone di quella appena finita»

Ramon era un lurido, Ramon. Puzzava come un porco e forse anche di più. Accostò quel suo cesso di macchina sgangherata strusciando coi cerchioni il marciapiede, spense il motore e attese. Ramon era lercio dentro, la sua esistenza era assimilabile a una specie di putrefazione cosciente.

Era unto Ramon. Aveva capelli radi, lisci e grassi che col palmo della mano si tirava continuamente all’indietro arricciolandoseli sulla nuca. Era cadente, flaccido e floscio ma, soprattutto, era sporco Ramon. Non c’era parte del suo corpo che non suscitasse ribrezzo. La bocca, per una strana conformazione delle labbra, particolarmente carnose, se chiusa pareva il buco del culo di un cinghiale, se aperta la tana di un ratto. L’alito era esiziale. I pochi denti avevano i colori del cemento scheggiato dei cessi di un carcere turco.

Ramon non respirava, ansimava, ciononostante fumava più che poteva. Aveva le dita e le unghie completamente marroni e non usava fiammiferi. Accendeva la sigaretta successiva col mozzicone di quella appena finita. Ramon sudava, sudava. Grondava sudore dalla fronte, dal collo, dalle ascelle e usava, per nettarselo, il medesimo fazzoletto che adoperava per il naso, impiegandolo dall’angolo che, di volta in volta, valutava più asciutto, poi lo riappallottolava e se lo ricacciava in tasca. Le mani, in particolare, aveva sempre sudate, anche d’inverno. Sudate, mollicce e luride. I piedi erano neri incrostati, con le unghie artigliate e deformi. Forse era per evitare di guardarseli che non toglieva mai le calze. La pelle era maculata dalla vitiligine e il contrasto di quelle chiazze biancastre e irregolari (su cui era maggiormente visibile il luridume) con l’incarnato bruno, sudamericano, aumentava la sensazione di repellenza che suscitava.

Ramon aveva normalmente uno sguardo fisso, acquoso e impenetrabile. A prima vista pareva saperla lunga, invece era uno stronzo. Non pensava a niente, Ramon, non aveva idee su nulla. Aveva la sveltezza mentale di un lombrico. Giù al porto conduceva un’esistenza da maiale in una catapecchia puzzolente nel retro di una rimessa che si pagava estorcendo a suon di botte alla vecchia madre e al fratello paraplegico, parte dei proventi dello spaccio di Crak che i due avevano avviato in prossimità di una scuola elementare.

Si divertiva molto a picchiarli, Ramon. Picchiare i più deboli lo caricava. Era l’unica cosa che lo faceva sentire vivo. Come gli capitava l’occasione insultava e provocava chi certamente non poteva fronteggiarlo: un focomelico, un vecchio barbone, un bambino, per poi picchiarlo al primo accenno di reazione. E se da parte dei malcapitati non c’era reazione, picchiava con ancora più perfidia. Da chi invece poteva contrastarlo, prendeva le botte piagnucolando e implorando compassione, ma guai a lasciarlo in piedi. Più d’una volta aveva accoltellato all’inguine o alle spalle chi incautamente aveva abbassato la guardia, per poi sparire nei vicoli dell’angiporto nei quali si muoveva come un topo nella sua chiavica. Odiava tutti e tutti lo odiavano. Quando proprio doveva andare a piedi, camminava a sguardo basso, strusciando i muri, trascinando le scarpe come fossero ciabatte e ansimando, ruttando e scoreggiando senza alcun ritegno. Al suo passaggio la gente si scostava trattenendo il respiro ed evitando di guardarlo negli occhi.

Era un po’ che stava lavorando ad un progetto, Ramon. Stava costruendo un regalo per il presidente degli Stati Uniti d’America in persona. Con la forfora che raccoglieva copiosa al mattino sul tavolino nel cesso, col cerume delle orecchie, il cispo degli occhi, caccole filanti di muco, col pus dei foruncoli che di tanto in tanto gli spuntavano e con quanto recuperava tra le dita dei piedi, stava compattando una palla. E tutte le mattine, o appena poteva, aggiungeva con cura maniacale nuovi materiali alla sua scultura organica. Il suo intento era portarla al peso di una libbra per poi spedirla, pazzo bastardo di un Ramon, e con tanto di dedica, alla Casa Bianca. Solo Chang il cinese sapeva del progetto di quel porco.

* * *

Trudy aprì la portiera e lasciò cadere il suo grosso culo sul sedile sfondato. Neanche lei scherzava per la stazza. Ramon, senza voltarsi, l’accolse con un rutto.

– Animale, mi fa schifo! – Gli ringhiò Trudy sputando con spregio sul tappetino dell’auto. Conclusi i convenevoli, come ogni sabato, i due colombi s’avviarono alla bettola di Chang. Trudy, per quanto non fosse una silfide, e neanch’essa una primatista dell’igiene, avrebbe potuto certamente trovare di meglio, ma c’erano aspetti di Ramon che la conturbavano. Forse quell’immobilità catatonica in cui era capace di sprofondare per ore e che lo faceva assomigliare a una specie di Buddha, forse perché se ne fregava di tutto e non aveva regole se non le sue, certo era che da quattro anni sopportava botte e ingiurie, sia in pubblico che in privato, senza aver mai aver pensato di mandare affanculo quel botolo scoreggiante.

Nel breve tratto che percorse per raggiungere il cinese, Ramon investì volontariamente, uccidendolo, un cane che dormiva sul lato della strada e strusciò a destra e a manca un po’ di auto in sosta incurante delle urla e degli insulti della sua compagna di viaggio.

Arrivato alla trattoria frenò contro un secchione dei rifiuti facendone cadere l’eccedenza sul suo cofano. La cosa non gli fece né caldo né freddo!

Ramon e Trudy scesero i gradini sconnessi ed untuosi della bettola ed entrarono in una specie di verandone rettangolare annebbiato da una nube di fumi e di odori acri e speziati che risaliva dalle padelle sfrigolanti di Chang. Senza salutare andarono a sedere al loro tavolo vicino a un finestrone da cui si godeva l’amena vista del silos di un cementificio abbandonato. Era ancora presto. Oltre a loro, in sala, chino su un tavolo all’angolo opposto al loro, c’era solo un vecchio che sembrava dormire.

– Ehi Chang?! Dico a te! – Chang si trafelò. Quella sera sembrava ancora più brutto, magro e sporco del solito.

– Che c’è Ramon? –

– Chang, lì c’è un topo. Là, proprio dietro di te. Un grosso topo schifoso. –

Poco distante dal tavolo di Ramon c’era effettivamente un ratto. Era grasso, spelacchiato e perdeva sangue dalla bocca. Non si muoveva. Forse era avvelenato, morente.

– Dove? Non vedo topi. – Rispose candido Chang, schiacciandolo con una pedata e calciandolo di brusco sotto una credenza.

– L’hai schiacciato or ora Chang, non mi freghi! – Urlò Ramon. – Lì in terra c’è ancora la macchia di sangue. –

– Sangue? Questo? – Disse il cinese passando sulla stria rossa lo strofinaccio che aveva al collo, col quale puliva i tavoli e, all’occorrenza, si detergeva il sudore.

– Questo è chily, amico mio, che sangue!? Sei cieco? Non lo vedi che è chily? Nel mio locale non ci sono topi! –

I tre, sulle prime, ridacchiarono, poi si guardarono in faccia l’un l’altro e infine esplosero in una grassa risata.

– Diavolo d’un cinese! – Esclamò Trudy mentre, ancora sussultante per le risa, s’asciugava una lacrima.

Cenarono a base di chily, Chang gliene aveva fatto venire voglia, e di salsicce. Ramon le salsicce le preferiva sfritte nel sego con uova e peperoncino e ricoperte di burro d’arachidi fuso. Sulla mescola di carni e aromi dei suoi insaccati Chang osservava il più stretto riserbo. D’un tratto la porta di ferro e vetri si spalancò di botto ed entrarono alti avventori: un nero tutto pearcing e rasta, vestito di sbrindelli, e una checca con una vezzosa parrucca bionda alla Marilyn.

La serata andava animandosi.

La bionda aveva un fisico da fabbro ed erano perlomeno due giorni che non si radeva. Indossava abiti da spogliarellista e sandaletti troppo piccoli per i suoi piedacci tozzi e pelosi. Dal suo ingresso Ramon non riuscì a toglierle gli occhi da dosso.

– Ehi cinese! – Urlò il nero. – Questo vecchio è morto. È morto perlomeno da stamattina. Toglilo di qui, non senti che comincia a puzzare?! –

– Che morto e morto! – Querimoniò Chang con la stessa espressione con la quale aveva risolto poco prima il problema del topo. – Il vecchio Larsen dorme. Tutte le sere è la stessa storia. Ci dà dentro di whisky e poi crolla. Sta’ calmo, ci penso io. –

Con insospettabile energia Chang afferrò il vecchio, rigido come un baccalà, e con l’abilità di chi è pratico di certi mestieri, se lo caricò in spalla e lo portò via. Non andò lontano, si fermò sul retro del locale, lo derubò del derubabile e gli sfilò le scarpe poi con del filo di ferro gli legò al busto un tocco di putrella, che scelse da una catasta di rottami lì nei pressi, e lo fece scivolare in acqua. In quel punto il fondale era perlomeno a dieci metri. Si ripulì la ruggine dalle mani sul grembiule e, con tutta calma, rientrò.

– Tutto a posto, signori! Larsen s’è ripreso. State tutti tranquilli, s’è ripreso ed è saltato via vispo come un grillo. Domani sera lo ritroverete qui al suo tavolo. Continuate a cenare tranquilli, vi lascia i suoi saluti. Questo è un locale serio. Continuate. –

Naturalmente nessuno gli credette, ma a nessuno fregava niente né di Chang, né della serietà del locale e tantomeno dello stato, in vita o in morte, del vecchio Larsen.

* * *

– Smettila porco… Te la stai mangiando con gli occhi, e io fra un po’ te li cavo quegli occhi! –

Trudy si stava insolentendo.

– Io guardo chi mi pare e piace e tu fatti i cazzi tuoi. Pensa per te. – Le comunicò con un bofonchio distratto e cupo Ramon.

– Quand’è così adesso faccio una scenata. Sono stufa di… – Non finì la frase che, con una testata alla base della fronte, Ramon la stese lunga dritta in terra. Trudy, come fulminata da un cecchino, cadde riversa dietro al tavolo.

– Accidenti! – Flautò ammirato Marylin. – Sei svelto… –

Aggiunse mielosa. – A me piacciono i tipi svelti. Devo dire che quella stronza se l’è proprio voluta. Comunque anch’io, a modo mio, ci so fare. Per dieci dollari, se t’interessa l’articolo, di là al cesso o se vuoi anche sotto al tavolo, te ne faccio uno che non lo dimentichi più finché campi. Dieci dollari e la cena per me e il mio amico. Svelto però, prima che quella vacca della tua amica ritorni dal paese dei campanelli. –

– Per me sono cinque dollari. – S’intromise Chang, sempre attento a quanto accadeva nel suo locale e, perché no, a recuperare qualche dollaro di mediazione.

A Ramon l’articolo interessava. In silenzio s’alzò e, muto, strusciando i passi, si avviò al cesso. La bionda prese la borsetta e lo seguì. Il nero che l’accompagnava, del tutto indifferente a quanto stava accadendo, non alzò neanche gli occhi dal piatto colmo di patate fritte nella sugna che Chang gli aveva servito come antipasto.

Il cesso era stretto umido e fetido. In terra c’era un dito dell’orina che, ad ogni pisciata, strabordava dalla tazza costantemente intasata. Marilyn s’abbassò per portare la testa all’altezza della patta di Ramon, ma questi la fermò.

– Girati troia, lo so io cosa voglio fare. Chinati in giù, piegati, così. Giù! Ecco così. Stai bassa. –

Ramon s’abbassò i pantaloni per prendere da dietro quel culo ossuto e peloso e tentò di penetrarlo (anche lì era carente) col suo pene piccolo e molliccio. Al suo solito venne ai primi colpi e, sfatto, si accasciò sulla schiena della sua estemporanea accompagnatrice con tutto il suo peso. Col carico rovinatole improvvisamente addosso, la bionda cedette e, per non finire con la testa nel water, parò le mani in avanti finendo con un braccio, fino al gomito, nella merda e nel piscio di cui era colmo. Il rimestamento di quei liquami, fermi fino a quel momento, sprigionò un tale fetore che, perfino Ramon smorfiò disturbato il naso.

– Andiamo via di qui, forza! Non si resiste… – Disse la troia imprecando e grondando merda dal braccio, poi chiamò Chang e si fece accompagnare sul retro del locale per ripulirsi alla meglio con quello che c’era: acqua corrente e sapone per auto, il più economico. Inutile dire che per la fornitura straordinaria l’arpagone giallo pretese altri tre dollari oltre il pattuito. Ramon pagò a tutti il convenuto e risedette al suo posto giusto nel momento in cui Trudy rinveniva.

– Mi hai colpita, maledetto… Tu m’hai colpita. Ma ora ti denunzio. Adesso basta. Che figura… Qui, davanti a tutti. Sei un maledetto animale! Questo sei! Sei una bestia! –

– Non ti ho colpita per niente stronza. Io m’abbassavo e tu ti sei alzata di scatto. Ecco com’è andata. È stato un incidente. Chang tu eri qui, cos’è stato? –

Chang non si sarebbe mai inimicato un cliente affezionato come Ramon per una Trudy qualunque.

– Un incidente! Cos’altro? Io ho visto tutto. Una pura casualità! – Rispose con lestezza.

– Incidente? – Trudy era ancora intronata. – Incidente dici, eh? Ma io prima o poi t’ammazzo Ramon! Vedrai se non t’ammazzo! E ammazzo anche te, cinese faccia di biscia! Incidente dice… incidente… –

Dopo quella cena di merda i due s’alzarono per avviarsi all’uscita ma Trudy, per la botta ricevuta e non del tutto assorbita, si vedeva ancora girare intorno la sala. Tentò d’attaccarsi al braccio di Ramon, ma quella serpe malignamente lo ritrasse. La povera Trudy riprese a stento l’equilibrio e, senza alcun aiuto, dovette afferrarsi al corrimano per risalire la scaletta che dava all’uscita.

Furono in macchina e, come sempre, ripercorsero il breve tratto del ritorno nel mutismo più assoluto. Ramon, intanto, nel tentativo d’accoppare un gatto aveva preso, col faro anteriore destro, un tale seduto sulla banchina a pescare facendolo volare in mare.

– Sei un maledetto Ramon. Io non ho capito se sei orbo, sei scemo o lo fai apposta –

Ramon non aveva mai risposto a quel genere di domande, così come a nessun’altra.

– Vengo da te? – Chiese all’arrivo Trudy, guardandosi con un certo qual vezzo le unghie scheggiate e maltinte. Ramon s’inclinò tutto da un lato, scoreggiò a più riprese, quasi gli favorisse la concentrazione e a mezza voce, guardando lontano, le rispose.

– No, non stasera. Stasera non mi va. Ho un cerchio alla testa. Forse ho bevuto troppo. – Poteva mai dirle di quel che era successo con la checca al cesso giù da Chang? – Se quel maledetto cinese non cambia quel vino del cazzo, giuro che lo rispedisco in Cina in tre pac-chi diversi! Lo giuro! No, stasera non ho voglia. Vattene. –

Se Trudy avesse ripetuto la domanda Ramon sarebbe di certo scattato e, molto probabilmente, l’avrebbe ribeccata preciso sul bozzo in fronte che le aveva già procurato poco prima. Lei, conoscendolo, non insistette. In silenzio scese e s’avviò a piedi a casa sua. Abitava un bel pezzo più avanti, oltre un ponticello pedonale, ma Ramon la lasciava lì perché ad accompagnarla s’annoiava. Dieci minuti dopo, parcheggiato a modo suo il rottame, Ramon si diresse barcollando verso la sua baracca. Finse, tanto per concludere in bellezza la serata, di non vedere un tizio in carrozzella che di fianco a una bitta stava pescando per i fatti suoi e, di spalle, lo spinse in acqua con una pedata.

* * *

Prima di chiudere la porta guardò per un attimo la notte. Se Ramon il lercio guardava la notte, quella diventava una lercia notte.

Chiuse, sprangò e, coi suoi gesti lenti, s’avviò al cesso, vi si sedette e cagò. Era stanco, stanchissimo. La serata era stata molto impegnativa e, dalla tazza, senza neanche pulirsi e rialzarsi le braghe, rotolò direttamente sulla sua branda a ronfare.

Accanto al titolo, David Hockney, «Deconstructed chair painting»

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