Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

Le tradizioni di Garessio

La “perla delle Alpi Marittime”, paese dalla vocazione artistica sostenuta dall’associazione culturale Porta Rose, torna a rianimarsi alla luce della sua storia. Dopo il ritorno del “Mortorio” del Venerdì Santo, il Primo Maggio si celebrerà la festa dell’Abao. In attesa del Palio delle Contrade ad agosto…

Erano sette anni che non si svolgeva il Mortorio, la più originale manifestazione della Settimana Santa in Italia. Un apparato scenografico unico, che ha luogo a Garessio, in provincia di Cuneo, sulle Alpi Marittime, che hanno alle spalle le cime piemontesi e di fronte il mare di Albenga. Una cittadina appartata, segnata dallo sciacquio potente del Tanaro che bagna la parte moderna, e da quello lieve di due ruscelli – il San Marco e il San Giacomo – proprio all’ingresso del borgo antico, dove sembra fare la guardia Porta Rose con il suo bastione. Un posto un po’ ripiegato su se stesso, Garessio, dopo il fulgore conosciuto nella prima metà del Novecento. Ma che racconta tanto del Bel Paese, della sua intraprendenza, intrecciata con le tradizioni e con la vocazione artistica. Assistere al “Mortorio” ha raggrumato così gli input di quell’Italia minore che ha tanto da farci ricordare e tanto da rilanciare.

La sacra rappresentazione – che data dal 1760, nello spirito ancora rampante della Controriforma – si svolge ogni lustro ed è l’unica a non aver subito interruzioni, tranne che durante le due guerre mondiali. E tranne due anni fa. Il 2017 ha recuperato il mistico appuntamento, la cui singolarità è far precedere la processione del Venerdì Santo da una Deposizione di Gesù dalla Croce in cui si recitano anche le parafrasi dei versetti del Miserere e le sestine degli “Angeli dei Misteri”, che cantano un’antica melodia e recano in mano ciascuno un “instrumento della Passione”, affiancandosi alla Madonna, a San Giovanni, la Maddalena, Giuseppe D’Arimatea, Nicodemo, le Pie Donne e il Centurione. La sfilata storica dell’“Interro” invade il borgo medievale, che si fa sempre più stretto man mano che si procede verso monte: un ideale Calvario in direzione del quale alla luce delle fiaccole si incamminano pifferi, tamburini, soldati a cavallo, confratelli.

garresio 2Presidente onorario del Comitato per il Mortorio è Giorgetto Giugiaro, che in un pastello ha raffigurato la Deposizione. Sì, perché il designer cui si deve tra l’altro la forma dell’Alfa Romeo Sprint e della Panda, nacque a Garessio 79 anni fa. La sua dimora, in una piazzetta dominata dall’Oratorio di San Giovanni Decollato, è un quadro urbano, tanto è ornata sulle facciate da pitture. Ma altri artisti hanno visto i natali qui. Esattamente settant’anni fa Giuseppe Penone, la star dell’Arte Povera che da marzo, ospitato da Fendi, espone a Roma nel Palazzo della Civiltà Italiana dell’Eur. E abita in una suggestiva villa-museo il fratello Vanni, anch’egli scultore, ispirato da forme particolarissime, corpi di donne, uomini, animali raggomitolati su se stessi, celati da veli, tesi, come i suoi tori, in un slancio verso il cielo garessino. Una casa-bottega nei vicoli medievali è invece la dimora di “Giorgio di Garessio”, al secolo Piergiorgio Ferraris, eclettico artista che ha regalato al suo paese paesaggi scolpiti nell’ardesia (nella foto): raffigurano i mestieri del passato e l’industrializzazione contemporanea, mentre sono di legno snodati personaggi sistemati talvolta sui ponti, nelle viuzze. Lo vedi andare, Giorgio di Garessio, appoggiato al bastone, l’andatura lenta del girovago. In cerca di racconti e ispirazione. Porta Rose sostiene la vocazione del paese: l’omonima galleria espone le opere dei famosi artisti locali, ne lancia di giovani talentuosi come Marco Tallone, realizza laboratori, ricorda con retrospettive firme prestigiose, per esempio l’incisore Riccardo Licata.

Il quale rimanda al passato dorato, quando il bel mondo trascorreva qui la stagione estiva, a bere l’acqua delle fonti oligominerali buone per le cure idropiniche. Ospitava militari e nobildonne, capitani d’industria e cantanti, scrittori come Guido Gozzano, danarose famiglie che venivano anche dalla vicina Francia e dal Regno Unito. Fino a Mussolini e dall’Abissinia conquistata il Ras Sejum. Dagli anni Trenta il ricovero per cotanta clientela era il Grand Hotel Miramonti, alto sei piani, dotato di stanze con bagno, rare nei primi decenni del Secolo Breve. Un intraprendente albergatore, Mario Lambertini, inventava feste e passatempi: serate danzanti, escursioni alle fonti San Bernardo e ai piedi del Santuario di Valsorda, dove le signore-bene sostavano in un antico essiccatoio di castagne trasformato in rustica stalla: e qui le mucche offrivano a loro e alla prole condotta dalle bambinaie il latte appena munto.

garresioOggi il Miramonti è uno spettro: un “inconcepibile incendio” – come lo ha definito Luigi Lambertini, scrittore e giornalista figlio del direttore Mario – lo ha distrutto a ridosso del Ferragosto del 1986. Nessuno lo ha restaurato. Così resta a dominare il paesaggio, funesta testimonianza di un’Italia fiorente che è difficile oggi far riprendere. Ai villeggianti odierni si propone soltanto qualche bed and breakfast, mentre affascinano le escursioni al monte Antoroto, oltre duemila metri di altezza. O la scoperta della Certosa e del Castello di Casotto, residenza sabauda in mezzo ai boschi e buen retiro di caccia prima di Carlo Alberto, poi di Vittorio Emanuele II accompagnato dalla “Bella Rosina”.

Il Primo Maggio torna a rianimare la “perla delle Alpi Marittime”, come chiamano Garessio, la festa dell’Abao, capo di un’Abbadia, l’associazione che con statuto del 1592 riunisce i giovani per lo svago. Il Palio delle Contrade, ovvero la corsa dei carretti, “macchinine” spinte da volenterosi giovani dalla vetta del borgo medievale fino a valle, porta fragore e vivacità ad agosto. Carmen Bianco, la gallerista di Porta Rose, espone gli artisti migliori dell’anno, don Giuseppe Rizzo accoglie i fedeli al Santuario di Valsorda dove una Madonna miracolosa nel 1653 risanò una sordomuta e da allora è venerata per le sue Grazie. La neve dell’inverno sembra un ricordo lontano e incapace di tornare.