Danilo Maestosi
Nello spazio di Francesca Antonini a Roma

L’arte che appare

Gregorio Botta espone a Roma la sua ricerca fatta di illusioni e rifrazioni dove l’arte è ridotta all'essenza del suo continuo perdere e prendere forma

Abbi cura di me. Più che un titolo è un’invocazione questa breve frase che battezza la nuova mostra di Gregorio Botta, in corso fino a maggio nello spazio di Francesca Antonini in via Capo le case che ha rilevato sede e attività dello storica galleria romana Il Segno. Una confessione di fragilità camuffata in un appello alla complicità e alla clemenza, a sua volta traslocato dall’autore alle opere che espone. Ed è già un gesto raro questo mettersi a nudo dell’artista, questo spogliarsi di ciò che ha partorito e concedergli, con la sofferenza e le paure di un padre consapevole, la libertà e il rischio di esistere. Raro e fuori copione nel panorama del contemporaneo così sovraccarico di sfide arroganti, di transfert ignoranti e superficiali dall’opera al suo processo d’ideazione e gestazione che inaridiscono comunicazione e partecipazione.

Sulla comunicazione, invece, Gregorio Botta, 65 anni, napoletano di nascita, romano d’adozione, ha invece investito tutta la sua vita, sdoppiata in due carriere diverse e parallele. Prima come giornalista, lunga gavetta a l’Unità prima di passare a Repubblica dove ha raggiunto la vicedirezione. Poi, anche, dopo i trent’anni, come artista: studi di formazione all’Accademia, mostra d’esordio nel ’91, preludio ad un curriculum di tutto rilievo e ormai di caratura internazionale. Due modi diversi di cercare una verità possibile, chiedere e ottenere ascolto. Più difficile, forse, per chi sceglie il cammino dell’arte e si spinge oltre i confini apparentemente certi delle parole puntando al non detto. Per raggiungere questo traguardo Gregorio Botta ha operato per sottrazione. Rinuncia ai linguaggi tradizionali e alle fascinazioni del colore ma non al segno. Uso di materiali diversi presi in prestito dalla stupefacente valigia d’attrezzi della natura, dei suoi elementi primari, acqua, terra, aria, fuoco e dei loro derivati. E un modo, tutto suo, di scavare attorno ad ogni opera un vuoto zen di raccoglimento e silenzio. Celebrando una sorta di rito d’iniziazione, come se, ogni volta che la guardiamo quest’opera, sentissimo, come teorizzava Luigi Ghirri, un maestro della fotografia, che è la prima e ultima volta. L’ingresso in una stanza segreta dove qualunque storia ha un volto antico, una presenza remota.

gregorio botta3Ma a volte neppure questa intenzione basta a suscitare dialogo. Ed ecco allora le opere di questa mostra sussurrarci: abbi cura di me. Come fossimo di fronte ad un altarino dei Lari. Invitati a trasformare in commozione sorpresa e stupore.

Sicuramente un atto di devozione alla magia della luce l’istallazione che domina la parete più grande della galleria. Contro il bianco, un campionario di piccole ciotole d’acqua e di piccoli supporti murati. Tutto qui. Il resto sono gli effetti di rifrazione dei piccoli riflettori appesi al soffitto che disegnano ombre e contorni volubili di penombra. Una cerimonia di apparizioni immateriali. Ripetuta in mostra da altre varianti di dimensioni ridotte: il muro alle spalle delle ciotole bordato di fasce nere e bianche solcate da segni e sfumature, l’acqua sostituita da un liquido più denso e violaceo. L’arte ridotta alla essenza del suo continuo perdere e prendere forma. Diventare artificio. Come si rivela il parallelepipedo nero istallato davanti ad un riquadro di cera fusa color ambra pallida che incornicia il disegno di un cerchio. Dall’involucro parte un raggio invisibile che aggiunge a quel segno il ricalco sbavato di una sorta di matita luminosa, un serpente sfavillante che si raggomitola su quella mela poi torna ipnotico a scomparire e a riapparire. Un misto di perfezione e imperfezione, paradiso e inferno.

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