Tina Pane
Una novella inedita

La finestra di Carla

«Certe giornate di luce bellissima starebbe alla finestra tutto il tempo, a vedere il sole salire e le prime ombre delle colonne disegnarsi sul cotto, starebbe lì ad assimilare uno a uno tutti i pezzi di quel creato piccolo ed enorme nel quale vive da qualche anno»

La stanza di Carla sta al primo piano e ha una finestra che affaccia nel chiostro; è esposta a sud est ed è molto luminosa già dalle prime ore del giorno. Quando Carla si sveglia, tutte le mattine alle cinque, per prima cosa apre gli infissi e anche se piove, anche se è d’inverno e fa ancora buio, compie con occhi avidi un giro completo del mondo attorno a sé. Nello sguardo include la fontana con le sculture, la cupola rivestita di maioliche colorate, la corta cima dell’arancio che pare sbatacchiata dal vento pure quando gli altri alberi stanno quieti, le panchine, le colonne, i vasi rigogliosi di piante e pure quella gatta cinerina che è già all’opera.

Il mattino ha il topo in bocca, pensa Carla ogni volta che la vede. Poi si scuote, proprio come certe volte fanno i gatti, accosta gli infissi e con una punta di rammarico va a prepararsi. Non pensa di avere un’anima contemplativa, è una che non sta ferma un attimo e che ha cominciato a lavorare da ragazza. Ma starebbe per ore a osservare il chiostro, a riconoscere ogni pietra, ogni angolo; a nominare ogni pianta, a preoccuparsi per ogni pezzo d’intonaco che cade dopo una pioggia più violenta. Certe giornate di luce bellissima starebbe alla finestra tutto il tempo, a vedere il sole salire e le prime ombre delle colonne disegnarsi sul cotto, starebbe lì ad assimilare uno a uno tutti i pezzi di quel creato piccolo ed enorme nel quale vive da qualche anno. E nell’enumerare le cose, nel tranquillizzarsi di ritrovarle ogni giorno al loro posto, le sgorga da dentro una preghiera naturale e infinita, di ringraziamento ma non di richiesta perché sa che non può chiedere l’unica cosa che desidera. È a quell’ora, in quel momento suo, che Carla benedice dio (o chi per lui) di averla condotta al monastero, gli chiede di stare lì fino a che campa.

Al monastero, come suora laica, Carla si occupa della lavanderia, ha la responsabilità di una vecchia macchina professionale donata da una signora del quartiere quando qualche anno prima aveva tolto l’attività e non aveva trovato nessuno disposto a comprargliela. Al suo paese Carla, da ragazza, prima di sposarsi, aveva lavorato in una lavanderia, ricordava il funzionamento di macchine simili, ed era riuscita a far funzionare anche questa. È una gioia per lei questo lavoro. Le piace pulire le cose sporche, restituire immacolati i tessuti che le hanno consegnato anneriti di grasso e sudore, le piace la pila ordinata dei panni stirati che lentamente prende il posto del mucchio confuso e gualcito del bucato. Le piace lo spazio aperto e però nascosto, un ampio cortile recintato da mura, dove stende le lenzuola e le federe, le delicate tovaglie ricamate dell’altare e le tonache delle consorelle. Il vento certe volte dà vita a quelle sagome scure appese ai fili, a Carla sembrano monache che si scatenino a ballare, che mostrino incuranti le gambe impegnate in saltelli e girotondi. Poi quando il bucato è asciutto e lei lo stacca dai fili per appoggiarlo nelle ceste di vimini, invariabilmente si rivolge alle tonache, e mentre le ripiega sommariamente, assestandovi una ruvida, affettuosa manata gli dice: vi siete divertite, eh? ora andate a pregare.

Questa luce, questo sole tiepido di Napoli nel quale così spesso si trova a lavorare, sono per lei un regalo che non da mai per scontato, sono il simbolo tangibile della sua seconda vita, l’unico futuro che vede per i giorni che Dio (o chi per lui) vorrà darle. Da quando è arrivata al monastero vive come dentro a una benevola, accogliente bolla di calore, dove non sente mai freddo, dove non avverte più i morsi della solitudine. Quando ripensa al paese suo, invece, quel Ligonchio arroccato sull’Appennino, lo sente lontanissimo e irraggiungibile come una salita troppo faticosa. Quando pensa a quella vita lì, un brivido lungo la percorre in tutto il corpo e il respiro per qualche secondo s’arresta, mentre gli occhi non riescono a vedere quello che ha davanti ma si perdono nell’angoscia, nel terrore ancora così vivido del ricordo.

*         *          *

I carabinieri li aveva chiamati un vicino, quando le urla altissime, disumane, erano all’improvviso finite e al loro posto era salito il pianto delle creature. Avevano trovato Mauro riverso a terra in cucina, col cranio rasato aperto da una profonda ferita e tutt’intorno sangue che aveva disegnato strane geografie sulle mattonelle di graniglia.

Carla era venuta avanti, ancora col matterello in mano, e lo aveva detto subito sono stata io.

Tremava ancora, la camicia di flanella era strappata sul davanti, un occhio le si stava gonfiando, e aveva graffi e lividi sulle braccia. Un rivoletto di sangue scendeva costante dalla narice sinistra, cercava di entrarle in bocca, lei lo sciugava automaticamente con la manica. Ma era lucidissima. Si era rifiutata di rispondere lì, in quel momento, alle domande dei carabinieri, aveva chiesto solo che i figli venissero portati al più presto via dalla casa. No, non ho parenti stretti, aveva detto, portateli in un istituto o in una casa famiglia, ma fate presto, fatelo subito, non voglio che restino qui un minuto di più.

Il tono era stato autorevole, quasi perentorio, ma il maresciallo non si era risentito, d’altra parte la conosceva bene, conosceva la situazione di quella famiglia, negli ultimi tempi, e pensava che aveva ragione. Così, per l’ultima volta, Carla aveva stretto i tre figli in un solo abbraccio cercando di calmarne il pianto: Non vi preoccupate, è tutto finito, adesso vi porteranno in un posto tranquillo. Non ci vedremo per molto tempo, ma ricordate che vi voglio bene.

I bambini erano troppo piccoli e troppo sconvolti per capire il senso di quelle parole, ma lo stesso provarono a ribellarsi, e piansero, piansero attaccati alla madre fino a che i carabinieri non li staccarono con la forza e li portarono via.

Carla era crollata dopo, nella stanzetta gelida del comando dei carabinieri, dove era rimasta tutta la notte senza chiudere occhio, a piangere, a dannarsi, a rifiutare tutto: parole, cibo, coperte.

L’indomani mattina però aveva ritrovato il controllo e al magistrato venuto a interrogarla aveva per prima cosa raccomandato i figli Dottore, loro devono essere salvaguardati, di me non m’importa, so che non sarò più io a crescerli. Ma loro hanno diritto a un futuro giusto, e a dimenticare quello che hanno vissuto. Vi chiedo di fare in modo che vengano adottati da una sola famiglia e io giuro che non li cercherò più, mai più. E solo dopo avere avuto l’impegno del giudice a seguire personalmente la sorte dei bambini, aveva risposto quietamente, precisamente, a tutte le domande sui fatti della notte precedente.

*         *          *

Anche stamattina Carla si è alzata alle cinque, anche stamattina per prima cosa è andata alla finestra e con uno sguardo carezzevole ha controllato il chiostro, ha scrutato il cielo ancora scuro ma pulito e asciutto, il cielo adatto, più tardi, a stendere il bucato.

Si è preparata, è andata alla messa con le consorelle, poi al refettorio per la colazione. Inspiegabilmente ha cominciato ad avvertire una tensione, ma non capisce se le nasce da dentro o se sono le altre suore, i loro sguardi, a provocarla. Ma non ci pensa, guarda di nuovo il cielo che ora ha i colori incorrotti del primo mattino, e s’avvia giù alla lavanderia, sa che nel lavoro troverà pace. Ma nel tragitto viene avvicinata da una suora che le tocca lievemente il braccio, le sussurra la madre superiora vuol parlarti, ti aspetta nel suo studio.

Allora Carla ha un sussulto, quasi un presentimento, ma ancora si impone di non dargli ascolto. Però si affretta per le scale, attraversa il chiostro quasi correndo, rischia di inciampare nella gatta cinerina che si crogiola al primo sole, giunge allo studio della superiora.

Ditemi, Madre, dice con voce affannata.

– È venuta una giovane donna a cercarti, ti vorrebbe incontrare. Dice di chiamarsi Rita, e di essere tua figlia, la tua prima figlia.