Raoul Precht
Periscopio (globale)

Il mondo di Ella

Cent'anni fa, il 25 aprile del 1917, nasceva Ella Fitzgerald, destinata a diventare una leggenda. Una donna che nascondeva nella voce il segreto delle emozioni e dei sentimenti

C’era una volta Roma capoccia, Roma caput mundi, o se non più proprio caput mundi, quanto meno una città vitale, aperta al nuovo, tenuta in considerazione dai grandi artisti che la includevano nelle loro tournées. Una città, anzi una capitale, in cui uno dei maggiori teatri, il Sistina, poteva ancora permettersi di invitare per un’unica, straordinaria esibizione una delle più grandi voci del secolo.

Siamo nel 1958, esattamente il 25 aprile, e al Teatro Sistina va in scena Ella Fitzgerald. Per la quale quel concerto non è un’esibizione come tante altre, al di qua o al di là dell’oceano; è un “birthday concert”, un concerto che le permette di celebrare quel magnifico scenario che è Roma e al contempo se stessa, nel suo quarantunesimo – e non quarantesimo, come riportano a più riprese erroneamente le note di copertina – genetliaco.

Il concerto in quanto tale, registrato su disco e in seguito digitalizzato, è naturalmente un compendio dell’abilità vocale della solista, da St. Louis Blues a These Foolish Things, da I Loves You Porgy (tratto da Porgy and Bess e cantato una volta tanto senza la presenza a tratti ingombrante di Louis Armstrong) a That Old Black Magic, solo per citare alcuni brani; per finire con l’incursione del quartetto di Oscar Peterson, con Herb Ellis, Ray Brown e Gus Johnson, che l’accompagnerà in una versione emozionante – con un bell’assolo, l’unico dell’intero concerto, dello stesso Peterson – di Stampin’ at The Savoy.

Ella Fitzgerald 1

«Certi ragazzi in Italia – commentava Ella Fitzgerald riferendosi all’accoglienza ricevuta da noi – mi chiamano “Mamma Jazz”; io lo trovo carino, per carità, almeno finché non mi chiameranno “Nonna Jazz”». Non le mancava l’ironia e soprattutto l’autoironia, così come non le faceva difetto la modestia, stando almeno al curioso aneddoto secondo il quale, trovandosi a cantare all’Apollo, a pochi isolati dall’Harlem Opera House dove si esibiva invece Billie Holiday, Ella decide di recarvisi e, incontrata finalmente la collega, finisce per chiederle (e ottenere) un autografo.

Oggi, dalla nascita di Ella, avvenuta il 25 aprile 1917 a Newport News, in Virginia, sono trascorsi esattamente cent’anni. Come diceva lei stessa, non era mai stata un sex symbol o una glamour girl; aveva solo ricevuto in dono una voce assolutamente unica, un timbro cristallino e al tempo stesso profondo, una duttilità senza pari, una tecnica prodigiosa. Il segreto del suo successo presso il grande pubblico stava nella semplicità di una ragazza piuttosto timida, senza grilli per la testa, e soprattutto nata per cantare, non certo per esercitare, come disse una volta, le tonsille. Alcuni critici dichiararono che emanava musica, che le note fuoriuscivano dal suo corpo grazie ai movimenti più semplici e comuni, con estrema naturalezza. Peraltro Ella non era perfetta, e non lo nascondeva; durante un concerto, a Berlino a un certo punto dimenticò per esempio le parole di Mack the Knife, ma fu eccezionale nel sostituirle con un’improvvisazione prodigiosa.

Fu uno dei rari casi, il suo, o forse l’unico della storia, in cui un’intera casa discografica, la Verve Records, venne creata – da un impresario famoso nell’ambiente come Norman Granz – intorno a un’unica interprete. Fra i tanti dischi realizzati appunto per la Verve vanno ricordate non solo le collaborazioni con Louis Armstrong, fra cui la versione jazz di Porgy and Bess, con Count Basie o con Duke Ellington, ma soprattutto gli otto Song Books (1956-64), i cui brani rappresenteranno da quel momento il vero e proprio canone della canzone americana. Sono i pezzi più significativi di Cole Porter, Jerome Kern, Harold Erle, Johnny Mercer, Irving Berlin, Rodgers & Hart, Duke Ellington e – last but not least – i fratelli Gershwin. Si parlò in questo caso – e non senza ragione, visto che ci riferiamo agli anni a cavallo fra i Cinquanta e i Sessanta, anni di discriminazione e lotte – di “transazione culturale”, in quanto musiche composte da autori per la maggior parte ebrei e destinate a un pubblico di cristiani bianchi venivano interpretate, per di più in modo impareggiabile, da una cantante nera.

Ella fitzgerald2

Ancora più eccentrico, se si vuole, ma indicativo dei suoi ampi interessi e della sua apertura alla musica in tutte le sue accezioni, il disco dedicato nel 1981 a un altro Song Book, stavolta incentrato sulle canzoni di Jobim, Ella abraça Jobim, in cui la Fitzgerald si lancia in un’interpretazione molto personale della musica brasiliana che fonde pop, jazz e bossa nova.

Quando il 15 giugno del 1996 muore, a settantanove anni, Ella è una donna ormai stanca e provata dal diabete, con notevoli problemi di vista e costretta su una sedia a rotelle a causa della doppia amputazione delle gambe a cui aveva dovuto essere sottoposta tre anni prima. Resta naturalmente la sua voce, lo stile inconfondibile, le celebrazioni ufficiali (sculture di vario genere, busti, emissioni di serie straordinarie di francobolli e così via), ma soprattutto i tributes incessanti da parte di musicisti di tutte le generazioni. Resta il ricordo del pubblico che in sessant’anni di esibizioni ha avuto la fortuna di ascoltarla dal vivo e di quello, ben più numeroso, che la conosce grazie a fortunate registrazioni, fra le quali questo concerto romano del 1958 rappresenta solo una delle tante gemme.

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