Alessandro Boschi
Visioni contromano

I padri di Amelio

«La tenerezza», il nuovo film di Gianni Amelio con uno strepitoso Renato Carpentieri, racconta di padri e di figli costringendo lo spettatore a pensare. Ma è un'opera riuscita solo a metà

La tenerezza, il nuovo film di Gianni Amelio, segue il documentario inchiesta Felice chi è diverso e L’intrepido, di ben quattro anni fa. È sempre un piacere riabbracciare il cinema del regista calabrese, intenso e vitale (non necessario, il cinema non può esserlo per definizione, necessario: necessario può essere vaccinarsi). Gianni Amelio è un autore le cui produzioni si conficcano nella mente degli spettatori, costringendoli a pensare, a seguire e talvolta subire un percorso più emotivo che narrativo.

Ed è qui che La tenerezza non ci convince. Dopo una prima parte coerente (lo sappiamo, è terribile dire “prima parte”, “seconda parte” etc.) il film incespica in un epilogo a metà strada della narrazione, che sorprende e però interrompe una fluidità fino a quel momento impeccabile. Da lì in poi, si procede per accumulo, e i personaggi non sfruttano le potenzialità che la vicenda offrirebbe loro. È come se l’onda, arrivata sulla spiaggia, subisse una forte risacca, fino a ritirarsi in mare aperto. La sensazione è che la storia, liberamente ispirata al romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone, perda in compattezza, per un esubero di personaggi la cui deriva impedisce un coagulo narrativo coerente. Certi passaggi risultano peraltro troppo spiegati, troppo espliciti, facendo perdere al film l’abbrivio della forte spinta emotiva che la direzione del regista imprime alla loro recitazione.

renato carpentieri la tenerezza

La tenerezza è un film sulla difficoltà di comunicazione, sul fraintendimento, che isola le perone e le rende aride, scellerate, folli. Ed è anche un film sull’infanzia negata, che non si può recuperare se non a fronte di un azione egoistica che innesca una spirale di ulteriore egoismo: come può un genitore essere tale se tenta, a discapito dei propri figli, di recuperare i danni che a sua volta i propri genitori hanno causato su di lui? Il film non dà risposte, né dovrebbe né credo si preoccupi di darne. Ma non riesce a mantenere un percorso, una visione che in qualche modo dia allo spettatore gli strumenti per un personale punto di vista, vanificando i presupposti di una storia potentissima.

Una parola per il cast, guidato da uno straordinario Renato Carpentieri, curiosamente escluso dalla foto della locandina. Per questo sarà l’unico che citeremo, sicuri di non creare gelosie. Senza di lui il film non esisterebbe.

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