Vincenzo Nuzzo
Viaggio nel pensiero filosofico

Che cos’è la realtà?

Conta più l'esperienza concreta o la "descrizione" della realtà? La conoscenza o la percezione "realista"? La filosofia antica e quella moderna, messe a confronto, ci dànno risposte diverse

Che cos’è davvero la Realtà? Come è stato inteso il concetto di «realtà» nel complessivo percorso che va dalla sapienza metafisico-religiosa tradizionale (esposta nei testi sacri di tutte le principali religioni), alla riflessione metafisico-religiosa filosofica, per pervenire infine alla filosofia pura e laica affermatasi nella Modernità (da Cartesio in poi)? Ebbene, analizzando questo percorso, il principale elemento che emerso è che il concetto antico di Realtà, e cioè quello decisamente metafisico-religioso, era ben più pieno di quello della pur così pragmatica (scettica e critica) filosofia moderna. Esso infatti poneva in particolare cinque elementi che sono del tutto assenti (in quanto tutti negati) entro il moderno pensiero. E tutti questi elementi facevano della Realtà qualcosa di incondizionatamente assoluto e trascendente, e quindi superiore perfino all’Essere stesso. Eccoli: 1) Totalità di Realtà (TdR); 2) Pienezza di Realtà (PdR); 3) Realtà come onticità intellettuale, e quindi Essere incorporeo ed immateriale (IdR); 4) Realtà come atto auto-costitutivo e come tale poi creativo (AdR); 5) Eticità di Realtà (EdR). Ebbene, rispetto a tutto ciò, ho constatato che (paradossalmente) la relativa concezione offriva un’esperienza della Realtà ben più tangibile di quella offerta dalla filosofia e dalla scienza moderne. La Realtà appariva infatti all’uomo (intellettuale o meno che fosse) come un «contesto» di essere ed esistenza che, essendo incondizionabile e indiscutibile, gli permetteva davvero di sentirsi a casa sua nel mondo. E questo tanto in vita che dopo la vita.

Su questa base è emerso pertanto in modo chiarissimo l’oggettivo disvalore della concezione filosofico-scientifica moderna della Realtà. Essa è infatti largamente riduzionistica in vari sensi.

Ma in particolare lo è perché, quando è idealistica, si limita a configurare una pura gnoseologia della Realtà (nel senso che è reale solo quanto viene effettivamente conosciuto), mentre invece, quando è ben più decisamente realistica, si limita a considerare come reale solo e soltanto l’immanente (ossia l’esperibile in modo immediatamente sensibile).

Pertanto – prescindendo ora anche dal valore oggettivo degli elementi dottrinari che sono sembrati davvero paradigmatici per una piena concezione della Realtà (TdR, PdR, IdR, AdR, EdR) – in entrambi i casi viene sottratta all’uomo quella che è senz’altro la valenza principale di una tale concezione, ossia l’esperienza dell’esistere in un vero «contesto». Un contesto così fondamentale da travalicare perfino il concetto di «essere». Quest’ultimo infatti, come mostrato proprio dalla filosofia moderna più realista-esistenzialista (Heidegger, Sartre & Co), si limita alla fine ad essere appena quello che è, ossia appunto un mero concetto e non invece un’autentica esperienza.

Del resto appare destinato a fallire anche il tentativo esistenzialista di sostituire l’«essere» con l’«esistenza». Qui del tutto non a caso sconfiniamo decisamente nel nichilismo (dell’«essere-solo-per-la-morte»). Questa concezione, infatti, non solo ricade pienamente nell’immanentismo unilaterale del realismo filosofico, ma vi ricade in senso soprattutto etico, e precisamente in senso etico-negativo, ossia del tutto pessimistico. E ciò avviene tanto più quanto il realismo è autentico, ossia quando esso prende nudamente atto delle cose come stanno effettivamente sul piano dell’immanenza. Su questo piano infatti non vi è davvero scampo, e la Realtà deve essere necessariamente considerata come contesto di un totale non-senso, vuoto e morte.

Manca evidentemente un’ulteriore prospettiva, e quest’ultima è esattamente quella verticale; che ricostruisce per davvero una Totalità e Pienezza di Realtà.

È allora proprio di tutto questo che siamo stati deprivati con la concezione filosofico-scientifica della Realtà. Essa può essere pertanto razionalmente rigorosa quanto si vuole, oppure pragmaticamente realista quanto si vuole, oppure saggiamente esistenzialista (autenticista) quanto si vuole. Ma esattamente per questo essa risulterà del tutto inservibile. E il dire (come fa la Fenomenologia) che però essa serve molto al filosofo ed all’uomo di scienza, è cosa che aggiunge davvero poco. Infatti cosa sono in definitiva costoro se non uomini? E ciò ci riporta all’elemento davvero decisivo del collocarsi di un’autentica concezione della Realtà nel contesto dell’antico intendimento della Filosofia come prassi etico-spirituale.

Ebbene rispetto a tutto questo dobbiamo porci delle domande davvero radicali.

Cosa mai viene aggiunto allo scenario appena delineato dal concetto di “senso” così come sostenuto dalla Fenomenologia? Forse che una Realtà diviene più intensamente fruibile per il solo fatto di venire concepita in modo puramente gnoseologico? Il problema è qui allora esattamente quello dell’«intensità» di esperienza. Questo carattere può davvero essere attribuito alla Realtà che venga così intensivamente concepita in termini gnoseologici, da «avere un senso» solo perché noi sappiamo esattamente «cos’è» l’oggetto con il quale stiamo avendo a che fare? E forse che da tale esperienza conoscitiva possiamo allargare davvero il raggio della nostra esperienza ad una Realtà nella sua interezza che noi possiamo poi realmente sentire come un Qualcosa di tangibile che ci circonda?

Ebbene io mi sento di poter rispondere in modo decisamente negativo a tali domande. Ed ecco allora che, paradossalmente, proprio quella concezione della Realtà che più è ossessionata dall’effettiva «realtà» (nel senso di non «irrealtà») degli enti, finisce per fornirci l’esperienza meno concreta e tangibile possibile della Realtà.

L’ultima domanda che bisogna porsi è infine questa: è forse un caso che, nel contesto del trionfo assoluto del realismo filosofico, l’esperienza della Realtà immanente sia divenuta ormai un letterale brulicare di stimoli sensoriali, e peraltro sempre più forti? Non sarà forse che proprio quando affidiamo alla sola immanenza tutto ciò che noi sappiamo della «realtà», la relativa esperienza diviene allora così deficitaria da costringerci a riempirla all’inverosimile con un’intensificazione dello stimolo sensoriale? Ebbene, qui non parla affatto il pensiero astratto, ma parlano invece la concreta esperienza storica collettiva ed inoltre anche l’ancora più concreta esperienza quotidiana individuale. Parla la tremenda sensazione di vuoto nella quale ormai tutti penosamente annaspiamo. Viene allora il sospetto che, proprio quando (anticamente) l’esperienza dell’immanenza era pochissimo intensiva (ossia povera di stimoli e fatta quindi di ampi spazi vuoti, ossia di vera e propria noia), l’uomo era in contatto con l’autentica esperienza del Reale.

Egli faceva infatti esattamente quello che fa l’homo religiosus nel concepire la Realtà, ovvero distoglie continuamente lo sguardo dall’immanenza per rivolgerlo alla Trascendenza. E così, senza che egli perfino lo voglia, la prospettiva verticale viene immediatamente ricostituita. E così la Realtà assume le dovute altezza, ampiezza e spessore. Qui dunque nessuna esperienza di vuoto è più possibile.

A questo non è necessario aggiungere più nulla. A questo punto, allora, a chi eventualmente leggerà la mia indagine, non resterà altro che prendere o meno la decisione di reclamare di nuovo ciò che così illegittimamente ci è stato tolto.

Si tratta infatti di qualcosa senza cui noi letteralmente non possiamo vivere!

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