Loretto Rafanelli
Memoriette e altri inediti di Leone Piccioni

Quando Piero Chiara “lavorava” al casinò

Aneddoti raccolti e raccontati e storici carteggi (tra cui un’affilata polemica con Prezzolini finora inedita) coi più grandi del Novecento. L’editore Pananti riunisce in un volume dal titolo “Intimità e memorie” tre preziose opere del critico letterario con qualche novità...

Intimità e memorie (Pananti) di Leone Piccioni raccoglie tre libri pubblicati tra il 2011 e il 2016 (Memoriette, Memoriette II e Una intimità ormai impossibile), libri che già avevo avuto modo di leggere, ma che con grande piacere ho riletto, attratto dalla voce di un testimone unico dell’Italia letteraria del Secondo Novecento. La passione, l’ironia, le competenze di questo grande personaggio della cultura nazionale mi paiono sempre un dono consegnato a chi di quell’Italia sente il dolce profumo e la decisiva lezione. Tutto ahimè ormai lontano, ma si è pur sempre attraversati da una emozione nel trovarsi a contatto con chi ha vissuto e dialogato fianco a fianco con i grandi narratori, con i grandi poeti del secolo passato. Leone Piccioni è stato un protagonista di quel volgere del Novecento, come importante critico, come profondo conoscitore delle vicende letterarie del nostro paese e infine come amico di illustri scrittori.

Leone PiccioniPer dirvi di questo libro, vorrei però partire da Memoriette, la parte apparentemente più “leggera”, dove il lato burlesco e toscaneggiante, che è nella penna di Piccioni (nella foto), fa colmo di divertimento il lettore. Gli aneddoti raccolti e raccontati, rivelano da un lato le ossessioni, le ansie, i caratteri di vari scrittori, dall’altro il gustoso “dire” del popolo, con i proverbi, i moti di spirito, la pura saggezza, il semplice modo di guardare la vita. Ecco alcuni passaggi: Il prete all’uomo vicino alla morte: “Avete bestemmiato sempre… gliene avete fatte a Nostro Signore”, il malato “Sì, gliene ho fatte ma come quella che mi sta per far Lui non gliene ho fatte mai”; il brav’uomo di Pienza attraversato da vari dolori, sorpreso dal prete a dire davanti al Crocifisso: “Io non ce l’ho con Te, che hai tanto sofferto, ti hanno picchiato, ti hanno crocifisso… ce l’ho con tu’ Padre che m’ha ridotto così”; del protagonismo di Luigi Russo, diceva Bargellini: “Nei matrimoni vorrebbe essere lo sposo, nei funerali il morto”; Bilenchi, comunista: “se il Berlinguer pigliasse il 50%? Mi darei alla macchia”.

E ancora: Gadda, monarchico, sulla riforma che sancì la fine del latifondismo: “Quel nano di Fanfani che va distribuendo terre non sue!”; a Ungaretti chiedono se ha letto le ultime poesie di Montale, risponde: “non lo leggo, se no mi sciupo”; durante la Presidenza di Saragat al Quirinale “si faceva l’alzabarbera e i colori della nostra bandiera erano il bianco, il rosso e il verdicchio”; i suoi zii, in tarda età, lui: “Non ci resta che a andare all’ospizio” e lei: “Avviati”; due ottantenni si recano da un avvocato per definire il loro divorzio, il legale chiede il perché di quella scelta, risposta: “abbiamo dovuto aspettare che morissero i figli”; Gadda, affamatissimo, riguardo Calamandrei (che arrivando da Firenze a Roma portava con sé una borsa con tante cose da mangiare), diceva: “Stendeva la tovaglia, metteva le ampolle come se avesse dovuto dir Messa: poi la celebrava con grande rapidità”; Piero Chiara alla moglie che entrò di notte al casinò per dirgli di tornare a casa, inviperito rispose: “Ma cosa credi, che mi diverta?”; Cardarelli in hotel di notte “sente mormorii, bisbigli, gridolini, giunse a una conclusione e prestando ancora più orecchio ebbe un’erezione. E procedette. La mattina dopo, andandosene, il portiere lo salutò: ‘Sarà stato un po’ disturbato stanotte’ disse al poeta. E lui: ‘Mi levi una curiosità: era una luna di miele?’, ‘No, rispose il portiere, era una veglia funebre’”. Molto di più si potrebbe riportare ma vi lascio al libro perché possiate gustare la prosa tagliente e l’incedere ironico, che ho sempre apprezzato nel nostro autore. Un lato vitale, sbarazzino e un poco dissacrante, seppure non affondi mai nella mancanza di rispetto.

bilenchiMa Piccioni, accanto a questo spirito e alla vena critica, ha la virtù di saper cogliere l’aspetto umano delle persone, degli scrittori, questi con le loro virtù e i vari difetti (o le poche virtù e i tanti difetti?), poi certo ciò che a lui interessa sono le produzioni letterarie, ma “entrare” nei complessi lati delle vite degli scrittori, condividerne le gioie e le tensioni, mi pare sia un surplus che egli sente come un compito ulteriore, come un dovere. Di questa attenzione ne fa una fede, in linea con la sua credenza cristiana, e allora oltre alle opere, alle scritture, Piccioni si interessa della vita dei suoi amici scrittori, delle loro condizioni morali ed economiche, pensiamo al sostegno espresso a Anna Maria Ortese (a cui fece assegnare il Premio Fiuggi, poi la Bacchelli, e lei gli inviò una lettera dove dice: “Ho conosciuto la gioia… con lei che ha conosciuto e soccorso tutta la mia infelicità di anni”), a Bilenchi (con l’aiuto ripetuto a lui e alla famiglia), a Rea, a Pratolini e ad altri, interessandosi anche di far avere ad alcuni i benefici della Legge Bacchelli.

Nelle numerose lettere ricevute questo lato emerge chiaramente, sono spesso lettere che si soffermano proprio su aspetti personali, e l’affetto, i ringraziamenti, le parole di grande amicizia, il desiderio di incontrarsi, divengono una unanime considerazione. Colpisce anche il modo comprensivo che alcuni dimostrano riguardo le critiche avanzate da Piccioni, si accetta la recensione negativa o i punti sospesi sul proprio libro (una per tutte, Metello di Pratolini dove Piccioni vede che “la poesia diffusa nelle sue opere precedenti si fosse spenta”, e la risposta pacata e comprensiva dello stesso Pratolini), segno del rispetto che il mondo letterario aveva nei suoi confronti, certo i suoi non erano interventi malevoli o decise stroncature, piuttosto si indicavano le linee che potevano rendere più riuscita la scrittura.

prezzoliniCon Prezzolini invece ci fu una corrispondenza (finora inedita e pubblicata per la prima volta in questa raccolta) costellata da dure parole e da freddi dialoghi. E critiche su alcuni scritti dello stesso Piccioni. C’erano, dai tempi della Voce, questioni irrisolte tra lo stesso Prezzolini e alcuni maestri-amici di Piccioni, soprattutto una lunga e amara contesa con l’odiato De Robertis, difeso invece con tono deciso da Piccioni. C’era il rancore di Prezzolini, ormai anziano e incattivito oltre misura. Ma Leone Piccioni non si faceva intimorire, e fu incalzante nel respingere le pesanti parole del vecchio glorioso letterato, comprese quelle che sfociavano perfino in un razzismo odioso con scombinate accuse ai negri d’America (con l’appendice della condanna della musica jazz), con valutazioni agghiaccianti sul loro ruolo e parole equivoche sulla schiavitù, quasi giustificata. Prezzolini sprezzante accusa Piccioni di “parlare di argomenti che non ha cercato di conoscere a fondo. Le bastò un viaggetto negli Stati Uniti per prendere parte sul problema dei Negri”.

Ben altra fu invece l’opinione di Geno Pampaloni che sul libro Troppa morte, troppa vita afferma che è “chiara sin dal titolo l’immagine che vuol suggerire dell’America: dimensione grandiosa e tragica dei conflitti, delle contraddizioni che lacerano la società occidentale; e al tempo stesso tenera ed esaltante gioia di vivere. Questo di Leone Piccioni si allinea dunque ai nostri più celebri libri dedicati all’America dal Soldati, al Cecchi, al Piovene, al Giammanco, per risalire dal problema negro, fondamentale nella nostra epoca, alla partecipata speranza di una ‘diversa, ma più duratura, più viva, più dolce libertà’”.

leone_piccioni_ungarettiLe lettere che vengono riportate nel libro sono uno spaccato straordinario di quel filo che unisce il critico al mondo letterario nazionale, sono centinaia di lettere di quasi tutti i più importanti scrittori italiani. Ne cito alcuni: Ungaretti (nella foto col giovane Piccioni), Montale, Bigongiari, Gadda, Luzi, Longhi, Calvino, Vittorini, Pavese, Lisi, Bilenchi, Cecchi, Parise, Cassola, Bertolucci, Contini, Saba, Palazzeschi, Tobino… Certo era una civiltà legata alla corrispondenza scritta, a differenza di oggi, che non dovrebbe sorprendere, ma ognuna di quelle lettere riempie gli occhi, fa emozionare. Intimità e memorie, mi pare un titolo perfetto perché tra Leone Piccioni e quella comunità letteraria esisteva una relazione profonda, una condivisione totale, attraverso una fitta e unitaria espressione d’intenti e una collaborazione preziosa. Tante lettere, tante questioni personali (Piccioni pare quasi un confessore, un padre, seppure di molti sia assai più giovane), tanti argomenti, parole sulla lingua, sulla scrittura, sulla società, sulla politica, sulla organizzazione di trasmissioni televisive (L’Approdo) o di riviste. Insomma un mondo. Il mondo nostro di quel mirabile Novecento che fu grandissimo. E dove il Nostro aveva un ruolo centrale, lui “crocevia” culturale e umano di mille vicende, di mille storie, di innumerevoli incontri, di sodalizi unici con “tutti”, e che con le sue critiche definisce il volto di una stagione irripetibile. Senza dubbio quel “crocevia”, Leone Piccioni, è una fetta della storia nazionale, verso cui riserviamo una infinita ammirazione e una gratitudine profonda. Quella che si riserva ai veri Maestri.