Raoul Precht
Periscopio (globale)

Lo scrittore scisso

Omaggio a Ricardo Piglia, il narratore argentino appena scomparso che ha rivolto ovunque la sua attenzione: dalla storia delle idee al pugilato, dal cinema alla cronaca nera

Krill, il bel libro di Gabriele Belletti di cui ho parlato un paio di settimane fa, inizia con questi versi fulminanti: «Per sempre si è / chiusi nel corpo / mai nella mente…». Non ho potuto fare a meno di ricordarli al momento di soffermarmi sulla scomparsa di Ricardo Piglia, avvenuta lo scorso 6 gennaio. Lo scrittore argentino era stato da qualche anno assalito da una delle malattie più terribili e infami del nostro tempo, la sindrome laterale amiotrofica o SLA, che lo ha costretto gradualmente all’immobilità ma non lo ha piegato, se è vero che fin quasi agli ultimi istanti ha potuto lavorare al suo Diario di Emilio Renzi, di cui sono già usciti i primi due tomi, mentre il terzo era appunto in preparazione, e che traccia una cronistoria a metà fra pubblico e privato di sessant’anni da protagonista della letteratura sudamericana. Emilio Renzi (rispettivamente il secondo nome e il secondo cognome di Piglia), giornalista e aspirante scrittore, ne è il protagonista, in quanto alter ego che accompagna Piglia da sempre, soprattutto nelle opere di finzione. «Per essere buoni scrittori – ha scritto del resto Piglia nel suo ultimo romanzo, El camino de Ida – bisogna essere uomini scissi».

Respirazione artificiale, il romanzo che nel 1980 lo ha reso famoso, investe in pieno la dittatura militare argentina della fine degli anni Settanta parlando però apparentemente della dittatura del secolo precedente, quella di Rosas, e analizzando fra le righe l’orrore cui tutti i regimi totalitari, indistintamente, danno corpo. In esso Piglia presenta fra l’altro la figura di Kafka in modo inedito e originale, facendone, in una finzione che potrebbe anche essere storicamente fondata (e Piglia fa di tutto per istillarcene il dubbio), un involontario precursore di Hitler. I due si sarebbero incontrati in un caffè di Praga, quando Kafka non era che un oscuro scrittore (quale sarebbe rimasto per tutta la vita) e Hitler un povero agitatore e saccheggiatore di idee altrui, che si appropria delle divagazioni paradossali dello scrittore praghese per realizzarle a suo modo e convertirle nella spaventosa ordalia collettiva del Novecento. Il passaggio dalla macchina infernale della Colonia penale ai campi di sterminio è quindi diretto, immediato; l’ironia di Kafka che, non dimentichiamolo, faceva sbellicare di risate gli amici quando leggeva loro i suoi racconti, è completamente travisata dal dittatore, che invece esegue alla lettera quanto Kafka aveva solo ipotizzato, che ne trasforma gli incubi in realtà. È il terrificante passaggio, com’è stato già detto, dall’ambito letterario a quello letterale.

Ricardo-PigliaPiglia s’interessa praticamente a tutto, dalla storia delle idee al pugilato, dal cinema ai fatti criminosi, dall’economia ai topoi argentini per eccellenza (i gauchos, la pampa ecc.), come dimostrano le raccolte di racconti e i romanzi successivi, La città assente (1992), Soldi bruciati (1997) e Bersaglio notturno (2010). Nell’arco della sua carriera di docente – ha insegnato fra l’altro a Princeton e a Harvard – cerca sempre di trasmettere anche ai suoi studenti l’idea che la letteratura sia un formidabile strumento di lettura del mondo, che prima ancora che esseri viventi, frementi e spasimanti noi si sia in definitiva lettori, e che in questo consista l’unica specializzazione che davvero valga la pena avere. Ne fa fede la raccolta di saggi L’ultimo lettore (2005), dove si fa strada l’impressione che la letteratura sia in definitiva la forma più complessa e reale di realtà con cui ci sia dato convivere. In questo contesto la pretesa originalità dello scrittore si riduce notevolmente: in qualche modo tutto è stato già scritto, e chi scrive non fa altro che rievocare e rielaborare quanto gli viene dal passato con gli strumenti imperfetti del proprio tempo.

Di sicuro Piglia è stato anche uno degli scrittori che più hanno meditato sulla scomparsa dei generi e sulla necessità di una commistione e di un meticciato, in particolare fra romanzo e saggio (o fra fiction e non-fiction, come direbbero gli anglosassoni), ottenendo esiti rimarchevoli in entrambe le categorie, ma soprattutto facendo della sua scrittura un valido esempio di quanto discutibili tali categorie e distinzioni siano. La sua narrazione è di regola meta-testuale, si sviluppa cioè sempre intorno a un testo, a un commento, a una glossa, ed è il lettore a doverne fornire l’interpretazione. Parlando di Borges, nell’Ultimo lettore aveva osservato: “Non è il reale quello che irrompe, ma l’assenza, un testo di cui non si dispone, la cui ricerca conduce, come in un sogno, all’incontro con un’altra realtà.”

Questo primato della lettura su tutto il resto, anche sulla scrittura, viene forse da lontano, da un senso di vergogna che solo la prospettiva di diventare appunto un grande lettore avrebbe potuto sanare. Più volte Piglia ha raccontato un episodio della sua infanzia: di come a quattro o cinque anni, quando ancora non sapeva leggere, si metteva seduto con un libro in mano fuori della sua casa, solo perché i passanti lo vedessero leggere e pensassero che ne fosse capace; fino al giorno in cui uno di questi passanti si fermò e lo prese bonariamente in giro perché teneva il libro al rovescio. In alcuni casi, per rendere l’aneddoto ancora più interessante, o perché nella sua commistione di vero e verosimile aveva cominciato a crederci davvero, Piglia sostenne che l’uomo non fosse altri che Borges, al quale in quegli anni effettivamente era capitato di passare più volte per il villaggio natale dello stesso Piglia, Adrogué. Chissà: a volte il verosimile supera il vero, e Piglia, uomo di dubbi veri o finti, non si sarebbe mai lasciato scappare il piacere di una simile coincidenza

Come che sia, da quel momento in poi Piglia si è convinto del fatto che il lettore sia l’autentico centro del mondo, vivo, inafferrabile e invincibile finché legge. A questo proposito nell’Ultimo lettore è piuttosto esplicito: “…la finzione non dipende solo da chi la costruisce, ma anche da chi la legge.” Nel già citato El camino de Ida, romanzo uscito nel 2013 e tuttora inedito da noi, in cui l’indagine su un attentato si articola intorno a vari documenti scritti fra i quali è decisivo un romanzo di Conrad, Piglia scrive a un certo punto: “In sé e per sé un libro, da solo, non significa niente. C’è bisogno di un lettore in grado d’istituire i nessi e ripristinare il contesto.”

In una delle ultime interviste, riferendosi alla malattia, Piglia disse che essa gli aveva tolto tutto salvo la possibilità di leggere, meditare e scrivere, sia pure con un aiuto esterno. Molto più crudele era il senso di vuoto che lo coglieva al momento di terminare la stesura di un romanzo, perché è come se con i personaggi scompaia anche qualcosa che per molto tempo è stato al centro delle attenzioni e della vita stessa dello scrittore.

Questo senso di vuoto il lettore non lo avvertirà: Ricardo Piglia ci ha lasciati, è vero; Emilio Renzi, però, resta con noi, e ancora a lungo.

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