Danilo Maestosi
Una mostra a Roma

I flussi di Bibbò

Curata da Luigi Martini, una ricchissima esposizione ripercorre la lunga stagione creativa di Nunzio Bibbò, pittore morto quattro anni ma il cui percorso nel pieno delle forme del Novecento è ancora tutto da scoprire

Non è una mostra come tante altre quella che va in scena fino a primavera in via dei Rutoli 8, uno spazio che un tempo ospitava una cisterna romana dell’Acqua Marcia e ora, splendidamente restaurato, ospita un cartello di start up e si presenta al pubblico con questa anomala iniziativa d’arte. È una antologica che rende omaggio a Nunzio Bibbò, scomparso quattro anni fa a settant’anni non ancora compiuti: un artista approdato nel 1978 a Roma da un paesino del Beneventano che apprezzavo e a cui mi univa un’istintiva simpatia. Un legame che ora mi crea impaccio. Come lo ha creato a un suo amico più intimo, Luigi Martini, che ha organizzato e curato questa rivisitazione. Luigi lo ha risolto creando attorno alle sue opere un’atmosfera di commosso e poetico dialogo a distanza: niente titoli, niente didascalie, nessuna scansione cronologica, solo una serie di citazioni di versi condivisi con lui, una musica di sottofondo che ti accompagna di sala in sala, e giù nello scantinato un video che lo ritrae al lavoro nello studio sulla Casilina, arricchito di brani di interviste. Al visitatore l’invito e la libertà di lasciarsi coinvolgere. misurarsi senza mediazioni con il controcanto dei lavori in esposizione che ti catturano lo sguardo. La sua morte non come un’interruzione, una scomparsa, un vuoto, ma un ponte di emozioni da ascoltare prima ancora che da vedere.

Nunzio Bibbò3A me questo esorcismo purtroppo non riesce. La morte ha scavato un solco, ci ha allontanato. Lui di là, io di qua: anche se la soglia tra un punto e l’altro dischiude forse per entrambi lo stesso mistero. Ma a me testimone impone una responsabilità in più, il desiderio, il dovere di separarlo dalle sue creazioni, quelle che sento più vive e mi restituiscono vita per consentire anche a lui la durata, la sopravvivenza nel tempo cui la sua arte aspirava. Sopravvivenza che sento invece minacciata: già in vita Nunzio Bibbò, come molti autori della sua generazione secondo millennio rimasti ancorati alla tradizione della scultura e della pittura, scontava la disattenzione delle critica modaiola e del mercato, una immeritata discesa verso l’oblio contro cui da solo non può ormai più combattere in attesa di tempi migliori. Tocca alle sue opere farlo.

Se si offre loro occasione e una cornice ideale ed enigmatica come questa antica cisterna riadattata ad uffici nel cuore di San Lorenzo, un susseguirsi di archi, cripte, resti di muri poderosi e inspiegabili, dove i segni d’arte si iscrivono come apparizioni, agguati, miraggi. E se si evita di sottrarre queste opere al loro tempo d’origine, tentazione in cui Luigi Martini, per eccesso d’amore, è caduto, eliminando titoli, date, altre bussole. Perché ogni artista è una storia che incontra altre storie e poi si rifonda, sceglie nuove strade, apre nuove brecce, nuovi solchi. Tracce che è impossibile, inutile cancellare. O ignorare. Come quelle che la formazione di Nunzio Bibbò ha iscritto nel suo dna: Accademia di Napoli primi Anni Sessanta, tre maestri d’eccezione, Emilio Greco, Carlo Mazzacurati e Umberto Mastroianni, un processo d’iniziazione ai segreti della figura ma anche alle vertigini dell’astrazione e del dinamismo, che si rispecchia nel suggestivo campionario di disegni e di opere grafiche di questa mostra. Soprattutto in quelle, raccolte nell’ultima sala che scelgono come tema dominante il corpo femminile e inseguono il segreto della sensualità attraverso la perfezione espressiva e il controllo assoluto del disegno, ridestando echi di una tradizione e di un apprendistato rigoroso che caratterizzava l’arte di figura e le derive poetiche del Novecento italiano e la traduzione nella terza dimensione del modellato, da Marini a Martini, da Greco a Pericle Fazzini, a Manzù.

Nunzio Bibbò2Un punto di partenza o un punto d’arrivo? Probabilmente anche un approdo di continuo ritorno, in un autore di forte carnalità come Nunzio Bibbò. Sembrano confermarlo alcuni gessi, marmi e bronzi, che interrompono come fantasmi appartati la sensazione di un autore e di un cantiere in perenne ricerca. Sensazione che nasce dalla vista del suo ultimo affollatissimo studio, registrata da un video girato poco prima della sua morte. L’assenza voluta di date non consente risposta a questa curiosità più che legittima per un visitatore che si accosta per la prima volta all’opera di Nunzio Bibbò.

Meno disorientamento provoca invece la pittura. Più facile, nonostante le stesse lacune di copione, attribuire ad una fase di gestazione i quadri che ti accolgono all’ingresso: colori cupi, un addensarsi di volumi a suggerire con forte intensità plastica e rimandi a certe atmosfere alla Sironi gli incubi di periferie e paesaggi urbani, come dovevano apparire questi scorci di metropoli ad un giovane come Bibbò nato tra i paesaggi collinosi del Sannio. Ma qui ad aiutarci sono gli scarti più netti della produzione successiva, sgranata nelle altre sale. Dove il Bibbò pittore si presenta con una tavolozza a macchie più contrastate e superfici solcate da sfioccature di segni che anticipano gli ultimi lavori: accenni di figure dai tratti sfumati resi da pennellate fitte e vivaci che poi Bibbò travaserà anche nei suoi assemblaggi di catrami, plastiche e materiali di riciclo illuminati da ritocchi con vernici spray e interventi con la fiamma ossidrica.

Nunzio Bibbò1Serve e come per valutare l’arte di questo artista che occupava la scena come un cow boy, parco di parole, un cappellaccio sempre calcato sulla testa, che la mostra, nonostante i suoi difetti di regia, ci consenta comunque di attraversare il prima e il dopo, misurando una creatività che tocca livelli di assoluta eccellenza proprio tra questi due momenti della propria carriera, quando Bibbò, raggiunta la maturità, perde il bisogno di esercitare l’assoluto controllo della materia che sta plasmando, si abbandona a quel dio sconosciuto e ne estrae così le voci più intense e profonde.

È la stagione feconda delle sue terracotte. A nostro avviso le sue opere più importanti, quelle che meglio sfidano il tempo. Un’epopea di figure mitiche che affiorano dall’argilla in abbracci di forme serrate come torri e mura di città, o si dilatano in pose ricurve dense di narrazione, la pelle attraversata a una ragnatela di solchi che puntano in direzioni opposte, ribellandosi all’immobilità della posa come un attore si ribella a una parte che sente troppo stretta.

Non è un caso se è proprio davanti a queste sculture che il pubblico sosta e si raggruppa più a lungo, più a lungo e con più complicità resta in ascolto. Ne offre testimonianza viva a fine percorso l’happening di due creativi, Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, che hanno registrato l’andamento di questi flussi di curiosità attraverso sensori piazzati lungo il percorso per poi ritradurli su uno scherma in una mappa tridimensionale  digitale che a poco a poco si trasforma in una scultura.

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