Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Dancelli dei miracoli

Domani si corre la Milano-Sanremo, una specie di piccola Eneide del ciclismo sempre più dimenticata sotto al (celebre) Poggio. Non come nel 1970, quando Michele Dancelli ruppe un vecchio incantesimo

Quando c’erano ancora le mezze stagioni, i muri dentro e fuori di noi non erano crollati e la festa di San Giuseppe non era diventata la festa del papà, il 19 di marzo andava in onda in tv una saga: la Milano-Sanremo. Biciclette e zeppole; De Zan e gentili signori e signore, buongiorno; la coperta leggera e il Poggio. Si corre ancora, puntata numero 108, domani, sabato 18 marzo.

Ci fu una edizione particolare. Quella del 1970. Vinse Michele Dancelli e, per chi aveva vent’anni all’epoca, fu la fine di un incubo. C’era Rumor che andava e veniva dal governo ed era anche quello un sogno oppressivo. C’era la Tamara Baroni con le sue storie piccanti e certo non era una visione mostruosa. C’erano i Beatles che si dividevano e forse poteva essere un sollievo, a quel punto. Lungo la via Aurelia, l’ossessione era rappresentata dai sedici anni di vittorie straniere. Tutti erano passati sotto il traguardo di via Roma: i belgi, gli spagnoli, i francesi, gli olandesi. I lanzichenecchi della bici arrivavano e sbaragliavano i nostri. I barbari si chiamavano Rik Van Steenbergen, Miguel Poblet, Rik Van Loy, Raymond Poulidor e tanti altri. E poi lui, quello lì, il più forte di tutti, il Cannibale: Eddy Merckx. Primo nel 1966, 67 e nel 69. Primo altre quattro volte dopo quell’anno di Michelino. Totale: 7 vittorie, un record.

eddy merckxL’avevamo lasciato, il belga (nella foto), che piangeva sul lettino della stanza dell’albergo di Savona, lenzuola bianche, un fazzoletto nella mano ad asciugarsi le lacrime, la testa sul cuscino e Sergio Zavoli che con quella voce un po’ caramellosa, che neanche il priore dell’abbazia quando spiegava i fioretti di San Francesco, a fargli domande inefficaci. Lo chiamava signore, signor Merckx: «Signor Merckx, lei sostiene che non ha mai fatto uso di doping. Ora che è stata accertata la sua positività, che dice?». Come parlare ad un bambino che fa capricci e ad ogni domanda accentua gli strepiti. Così Merckx calcava il lamento e riusciva soltanto a dire in uno stentato italiano: «Io non so. Non ho preso niente».

Era il 1969, un anno prima di Dancelli a Sanremo, e il fuoriclasse belga stava vincendo il secondo Giro d’Italia. Si era già presa la Sanremo a marzo. Era maglia rosa, Gimondi era staccato in classifica di oltre 1 minuto e mezzo. Sciroppi per la tosse, congiure degli italiani, di Gimondi e dei suoi: un giallo mai chiarito. Il ciclismo ha sempre pedalato con la chimica, poi i grandi restavano grandi e i piccoli piccoli. Il Giro lo vinse Gimondi ma il belga, che ebbe una squalifica soft e frutto di compromessi, si guadagnò più avanti il primo dei suoi cinque Tour.

dancelli3Dunque, alla vigilia di quella Milano-Sanremo del ’70 tutti pronosticavano lui, il campione fiammingo. Così quando Michele Dancelli si mise in testa ad una fuga provocata da Aldo Moser, fratello di Francesco, già a Novi Ligure molti cominciarono a dire che si trattava del solito colpo di testa del bresciano. Corridore amato e snobbato per quel suo modo di correre alla garibaldina, mai allineato, un po’ pazzerellone. «La pazzia del suo correre era anche la sua grandezza» ripeteva Giorgio Albani che di quella squadra di ciclisti – la Molteni, che indossava inguardabili casacche color nerocamoscio – era il direttore sportivo. Dancelli passava per uno che si godeva la vita, perlomeno di uno che apprezzava non poco le delizie del sesso. Un anno prima aveva avuto una focosa avventura con una ballerina francese. Ma Michelino aveva anche classe e presentava un palmarès di tutto rispetto. Pure quel giorno partì a tutto gas e dietro gli andarono i migliori: Bitossi, Van Loy, De Vlaeminck, Godefroot, Zilioli. Tranne Gimondi e Mercks. Dei matti. C’era ancora da pedale per 200 chilometri fino all’arrivo.

Negli anni, almeno in quegli anni, conoscevamo quasi a memoria il tracciato della corsa. Almeno la parte finale. I capi, innanzitutto: Capo Mele, Capo Berta, la Cipressa (dagli anni Ottanta), e soprattutto il Poggio. Anche noi della Magna Grecia avevamo imparato la salita del Poggio, uno strappo breve e fetente, così lasciavano intendere De Zan e Adone Carapezzi (che forse non fece molte Sanremo ma i ricordi portano a questi nomi con l’unica maglia telecomunicativa dell’epoca, la Rai). Il Poggio l’aveva messo nei primi anni Sessanta Vincenzo Torriani, lo storico patron del Giro. Quella salita avrebbe evitato i volatoni finali. Già allora si pensava alla noia di chi si metteva davanti al Telefunken. Ma la zeppa in salita non produceva quasi mai “selezione”, come sentenziavano gli esperti. In via Roma arrivavano sempre a decine e decine, cadute e braccia alzate, belgi e olandesi quasi sempre. Così uno spegneva lo scatolone del tubo catodico con la promessa che la Sanremo non si sarebbe più vista. Il tormentone continuava: Lorenzo Petrucci, ultimo italiano a vincere nel 1953.

Dancelli2Invece quella volta non andò così. Gino Sala, che scrisse pagine su pagine all’Unità sul ciclismo e sui suoi protagonisti, raccontava che quella giornata si era fermato a mangiare un panino da qualche parte e che Michele, appena lo vide, lo salutò e gli fece una strizzatina d’occhi, come a promettergli la vittoria. E infatti, appena Dancelli capì che la fuga promossa da Moser stava perdendo terreno, scappò via ad una settantina di chilometri dall’arrivo. Provò ad andarlo a prendere De Vlaeminck. Niente da fare. Dancelli andava come un treno. «Merckx fece tirare a morte la squadra», racconta ancora oggi il bresciano. Si disse che a bordo dell’ammiraglia, Pietro Molteni, industriale alimentare, per spronarlo promettesse l’azienda al corridore di Castenedolo. «Se te ghe la fet, te regali el stabiliment». «Non andò proprio così», si è incaricato di smentire negli anni, Albani.

Dancelli piombò dal Poggio su via Roma e dopo essersi voltato indietro per vedere se qualcuno si fosse avvicinato troppo, aprì la braccia larghe come fosse stato messo in croce e cominciò a piangere. Pedalava e piangeva. Smise di farlo quando De Zan gli mise un microfono davanti. Si impennò e scalciò come un purosangue: «Ecco, così la smetterete di dire che sono soltanto un buon corridore».

Dancelli, dunque, nell’anno – il 1970 – di miracoli e imprese sportive: nei mesi a venire ci sarebbero stato il Cagliari di Gigi Riva e Italia-Germania 4-3. Fuori dai campi, era buio pesto.