Loretto Rafanelli
Un poeta tutto da scoprire

Quel genio di Velarde

Un avvenimento editoriale da celebrare: l’uscita in Italia dell’’“Antologia poetica” che raccoglie una parte significativa dell’opera del massimo poeta messicano che piaceva a Borges e a Bioy Casares e che Samuel Beckett tradusse in America. Amatissimo nel suo Paese e finora quasi ignorato a casa nostra

Ramón López Velarde nacque nel 1888 a Jerez nello stato messicano di Zacatecas e raggiunse una discreta notorietà a partire dal 1916, ma fu acclamato come grande poeta dopo la sua morte, avvenuta nel 1921, quando fu pubblicata postuma La soave patria, scritta proprio nel ’21, in occasione del primo centenario della Repubblica Messicana e a 400 anni dalla caduta della capitale azteca Tenochtitlan, divenuta poi il poema nazionale. Fuori dal suo paese era completamente sconosciuto, e solo negli anni Quaranta un’antologia importante di poeti di lingua spagnola uscita in Spagna lo contemplò, quindi un’antologia pubblicata negli Usa, in lingua inglese, curata da Octavio Paz, con traduzione di Samuel Beckett, permise di farlo conoscere a un pubblico più ampio. Della sua poesia si innamorarono Bioy Casares e Borges, il quale amava declamare i versi de La soave patria. In Italia è stato quasi sempre trascurato, a iniziare dalla celebre e canonica antologia di Oreste Macrì, Poesia spagnola del Novecento, però fu inserito, negli ultimi decenni, in alcune antologie, con due, tre poesie (da Tentori Montalto, a Paoli, a Fortunato e infine da Martha Canfield).

Velarde 2Ora si deve sapere che Velarde è oggi il poeta più amato del Messico e la Antologia poetica uscita in questi giorni presso Raffaelli Editore (che è il maggiore editore della poesia contemporanea dell’America Latina, avendo pubblicato centinaia di libri di poeti di quell’area), è veramente un grande avvenimento editoriale, perché finalmente si può leggere una parte non indifferente della sua produzione poetica. Le poesie di Velarde sono state scelte dal poeta messicano, oggi tra i più noti, Marco Antonio Campos, e con una introduzione puntuale e ricca di Victor Mendiola. La traduzione non poteva che essere quella di Emilio Coco, il maggiore traduttore dallo spagnolo, con un’infinita sequela di traduzioni, peraltro lo stesso Coco è stato il vincitore quest’anno del Premio Internazionale Velarde, consegnato, in Messico, ogni anno a un’importante personalità poetica mondiale. Inutile dirvi quindi del valore di questa versione, che rende il poeta jereziano in tutto il suo valore.

Velarde è un poeta che trascina il lettore in un lacerato scenario («Sognai che la città era affondata/ nel più morto di tutti i mari morti./ Era una mattinata dell’inverno/ e piovevano gocce di silenzio»), con la sua osservazione spietata, ma a volte anche ironica, della “commedia umana”, dove l’ombra e la luce, il tragico e l’esilarante, il comune e l’alto, la profonda coscienza e il vuoto si intersecano, e si comprende, data la geniale e creativa versificazione, perché fosse così amato da Borges. Declina di rado la sua lingua a un codice semplicemente prosastico, a differenza di tanta poesia di quel continente, soprattutto attuale, e si presenta come un poeta dai tratti lirici che sicuramente ha conosciuto la lezione dei grandi poeti francesi, Baudelaire prima di tutto, richiamato anche in una poesia. Non a caso è visto come poeta da inquadrare nella scia del postmodernismo.

cop VelardeUna poesia anche sensuale e sinuosa, specie nelle sue prime raccolte, quando sullo sfondo compaiono alcune giovani donne: Fuensanta, cioè Josefa, giovane parente del poeta, suo primo amore, morta adolescente, poi la cugina Agueda, sua tentazione sfrenata ma pure l’altra faccia del discorso, cioè l’impossibilità di raggiungere l’oggetto del desiderio, con il conseguente soffocamento dei propri istinti («Águeda arrivava/ con una seduzione/ contraddittoria di amido e temibile/ lutto cerimonioso»), e altre figure, numerose, colme di grazia e di amarezza.

Egli rammenta più volte la sua infanzia, nella zona di Jerez, la sua terra immacolata e generosa, fertile di affetti e colori, la sua terra che si disperde nella sua mente e che diviene quasi impraticabile proprio per quel suo distacco e dove è difficile ritrovare ciò che ha perduto, come dice in questi versi: «Ed io entrerò con piede forestiero/ fino al patio nefasto/ dove c’è una bocca di pozzo pensierosa,/ con un secchio di cuoio/ gocciolante una goccia categorica/ come un lamentoso ritornello». Quel sentimento che poi riverserà anche sulla patria: «Affermerò in epica sordina:/ la Patria è diamantina ed impeccabile». Una poesia però anche colma di elementi religiosi («È la cristianità che allora insorge …/ e nel più intimo dell’anima si sente che le acque del battesimo/ ci scorrono nelle ossa e di nuovo ci penetrano e lavano»), ma che va anche al di là di questi, e dice bene Mendiola quando afferma che «la religiosità non copre il desiderio e non è l’opposto del desiderio. La religiosità è l’attività del desiderio, il desiderio del desiderio e, potremmo dire molto bene, l’appetito di ciò che è altro e dell’altro è religione». Così, in questo modo, ogni fatto ordinario o sacro diventa passione, sensualità, concupiscenza: «Signora, vengo a te/ dalle cupe anarchie/ del pensiero e del comportamento,/ a odorare gli aranci/ d’elezione, che fioriscono/ nel tuo atrio con una/ neve nuziale».

Velarde 3La soave patria apparirà nella terza raccolta di Velarde, uscita solo nel 1932, un lungo poemetto, composto da 153 versi, che ci appare come un grido forte e teso, come una parola lanciata contro un cambiamento, cioè la modernizzazione, che il poeta avverte come sconvolgimento totale della società tradizionale, come perdita della identità nazionale, derivante da secoli di presenza indigena su tutto il territorio e di una società radicata nel mondo rurale, semplice e piena di relazioni comunitarie forti, quasi fraterne, basate su un’economia minima e una reciproca riconoscenza umana, che si cementa anche attraverso lacerti dell’antica lingua indigena (che innerva la lingua spagnola, quella dei conquistatori). E tutto riporta a una visione della propria nazione come sentimento materno e con l’idea della sacralità della terra, della propria storia, delle proprie usanze, che non si possono disperdere. Un poemetto che ricorre a un linguaggio non precisamente politico o civile, come ci si potrebbe attendere dato l’argomento, ma si incunea in un ambito lirico e visionario, sinuoso e lieve, armonioso e dolce, con l’uso anche di termini semplici e riconoscibili, ma sempre ricorrendo a connotati raffinati e ricchi, con riferimenti colti, pure storici. Sempre con uno slancio di profondo amore e coinvolgimento emotivo. Come si può rilevare da questi versi.

 

(…)

 

Soave Patria, t’amo non come mito,

ma per la verità del sacro pane;

come bambina affacciata alla grata,

con camicia che copre fin l’orecchio

e gonna scesa sotto la caviglia.

 

Immune al disonore, tu fiorisci;

crederò in te, finché una messicana

porti gli scampoli della bottega

nel suo scialle alle sei della mattina,

e sfoggiando il suo lusso, il paese

si riempia tutto del profumo nuovo.

 

(…)

 

Se affogo nei tuoi lugli, su me scende

dal verziere della tua fitta chioma

una freschezza di scialle e di giara,

e se tremo di freddo tu m’avvolgi

nelle labbra carnose di liquore

e nel tuo azzurro alito d’incenso.

 

(…)

 

Patria, ti do la chiave del tuo bene:

sii sempre uguale e fedele al tuo specchio

quotidiano; cinquanta volte è uguale

l’AVE, infissa nel filo del rosario,

più felice di te, Patria soave.

 

Fedele e uguale; languide pupille;

voce anelante, fascia tricolore

sopra i tuoi seni ardenti; e alle intemperie

un trono, come squillante sonaglio:

la carretta allegorica di paglia.

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