Tina Pane
Tra passato e presente: un racconto inedito

La confessione

«Ah, buonasera, buonasera. Siete venute a sentire la messa?». «Veramente no, padre – risponde più lesta Antonietta – mi sono fatta accompagnare qui da voi perché ho bisogno di confessarmi»

Anche d’estate, certe mattine presto, capita che piazza Generale Avitabile sia immersa nella nebbia. Una nebbia talmente fitta che Antonietta, appostata dietro la finestra al piano ammezzato di casa di sua figlia, a stento riesce a intravedere la talare di Don Scala che ondeggia quieta assecondando l’incedere prudente del prete.

Antonietta potrebbe regolare l’orologio su quell’apparizione perché Don Scala, che si sveglia molto presto come lei, spunta alle sette precise dalla curva del senso unico, attraversa la piazza e va a farsi offrire il caffé – alternativamente – da uno dei due bar. Poi apre il portone della chiesa e sparisce ai suoi occhi, ma alle 7.30 precise fa suonare le campane per annunciare la prima messa della giornata.

Quando era più giovane, il parroco andava volentieri per le case della gente. I paesani insinuavano che lo facesse per impicciarsi dei fatti loro, per vedere come vivevano e se tenevano la casa pulita. Ma negli ultimi anni Don Scala accusava gli acciacchi dell’età e si faceva pregare pure per impartire l’estrema unzione.

“Nostro Signore perdona tutti, ditelo a vostra madre!” – aveva risposto quando la figlia di Antonietta, alcuni giorni prima, lo aveva pregato di salire su da loro perché la madre, avviata a un evidente declino, voleva confessarsi. “Non c’è l’urgenza – aveva ribattuto lui – non c’è l’urgenza, signora Pina, vostra madre non è in fin di vita, per fortuna!, e io non ce la faccio a camminare e a fare le scale”.

Pina se l’era legato al dito, quel rifiuto, sia perché l’ingresso di casa sua era proprio di fronte alla chiesa e sia perché Don Scala avrebbe dovuto salire un’unica rampa di scale, anche se di quindici gradini. E sia soprattutto perché quel prete ipocrita si dimostrava un irriconoscente che aveva dimenticato tutte le regolari e generose offerte, in denaro e prodotti del caseificio, che suo marito Lello da sempre faceva alla parrocchia, soprattutto quando c’era da organizzare i festeggiamenti del santo patrono, a fine agosto.

“Mammì’, non c’è niente da fare, il parroco non vuole venire, ha detto che basta che pensi a tutti i tuoi peccati e dici l’atto di dolore”. Il consiglio era un’aggiunta sua e, per amore di verità, detto con una punta di cattiveria, con un intento punitivo. Pina aveva accolto la madre in casa quando questa non era stata più in grado di vivere da sola, e l’accudiva, ma le pesava e glielo faceva pesare.

* * *

Antonietta aveva superato da un pezzo i novanta, anzi era prossima ai cento, e la sua testa – se ne rendeva conto anche lei – a tratti l’abbandonava. Troppa inattività negli ultimi anni, troppa solitudine, forse anche troppi ricordi tristi, a cui cercava di metteva il silenziatore perdendosi per pomeriggi interi nello stordimento della televisione.

“Mammaaa!, abbassa il volume!”

“Mammaaa, cambia canale, Lello vuol vedere il telegiornale!”.

La voce di sua figlia arrivava come uno schiaffo e la riportava alla realtà della sua condizione: un’anziana accudita ma mal sopportata in casa della sua seconda figlia, quella col carattere più aspro, la più bella e senza peli sulla lingua.

Strappata dalla tivù, Antonietta si ritrovava a vagare per i meandri della sua memoria, e non sempre era piacevole. Un po’ che questi ricordi le sembravano troppi e ora più che mai le si affastellavano in testa, confondendola; un po’ che aveva capito che non le rimaneva più tanto tempo da vivere e avrebbe voluto sgravarsi l’anima, consegnare a qualcuno, preferibilmente un prete – lo aveva visto in tante fiction e telenovele – certi episodi della vita sua che ancora adesso, a ripensarci, sentiva la gola stringersi e un sapore amaro riempirle la bocca.

“Pina, ma non si può rifiutare…”.

“Mammì’, lo sai come è fatto. Se ha detto di no, è no. E poi, siamo in periodo di comunioni, e ha davvero parecchio da fare”.

Comunioni… quella parola aveva acceso un flash e mentre Antonietta ne seguiva le immagini, Pina se ne era tornata in cucina, sollevata di aver chiuso la questione e contenta di potersi immergere in quello che preferiva, preparare da mangiare per i suoi quattro figli, anche se nessuno di loro abitava più con lei.

* * *

Invece Antonietta si era ricordata della comunione di Lena, la sua primogenita, celebrata a inizio del ’46, quando Mario era finalmente tornato da due anni di prigionia in Germania. Avrebbe dovuto essere un momento festoso, avrebbe dovuto sancire il ricongiungimento della famiglia e l’inizio di una nuova vita. E invece non era stato così.

Un paio d’anni prima la piccola Lena, gracile e malaticcia per tutte le privazioni della guerra, aveva preso un’infezione alla gamba sinistra. Antonietta all’inizio aveva sottovalutato le lamentele della figlia, e poi davvero non aveva una lira per portarla da un medico. Nell’arco di poche settimane, però, la situazione era sensibilmente peggiorata, l’infezione dalla gamba era salita fino all’inguine, e la bambina non riusciva neanche più a stare in piedi. Antonietta aveva capito che doveva fare qualcosa e aveva chiesto aiuto a una sua vecchia amica, Carlotta; la sapeva benestante -per quanto si potesse non avere problemi di soldi in un periodo come quello- e sperava che l’amica mettesse le mani in petto per cacciare un paio di banconote che le avrebbero permesso di portare la figlia da un medico.

confessionle1“Antonie’, so’ periodi difficili, questi. E tu stai sola…ma vedi se ti doveva capitare pure questa disgrazia! Io non ti posso aiutare, però conosco uno che è quasi medico, stava finendo di studiare quando è scoppiata la guerra. È bravo, è … comprensivo…”.

“Carlotta, io non tengo manco gli occhi per piangere, mi sono venduta pure quel poco d’oro che avevo. Come faccio a pagarlo, questo medico che dici tu?”.

“Ti ho detto che è comprensivo, tu vai da lui a nome mio, ha una specie di studio proprio vicino a casa tua. Vedrai che troverete un modo per mettervi d’accordo”.

Antonietta se n’era andata a capo chino, angustiata. Aveva capito anche troppo bene cosa intendeva l’amica quando aveva detto che si sarebbe trovato un modo, e non voleva ricorrere a quella soluzione.

Ma quella notte la situazione di Lena era peggiorata ancora, alla bambina era salita la febbre alta, delirava.

Così, l’indomani, Antonietta era andata allo studio del quasi medico e aveva esposto la situazione. Aveva 31 anni, all’epoca, e nonostante le quattro gravidanze e gli stenti della guerra, conservava un bell’aspetto; la naturale alterigia dei lineamenti era compensata dal suo modo di fare veloce e pratico, dal sorriso pronto, da quel suo guardare dal basso in alto come per timidezza.

Era rimasta poco più di mezz’ora nello studio del medico e poi era tornata a casa.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno Guglielmo Esposito, con la sua borsa dei ferri, era andato a visitare la bambina e – seduta stante – aveva deciso che bisognava incidere in più punti la gamba per evitare che l’infezione si espandesse ancora di più, per evitare l’amputazione insomma.

* * *

“Mammì’, mi senti? Che vuoi per cena, stasera?”.

La voce di Pina, sempre lievemente irritata, arriva come dall’oltretomba. Antonietta si scuote, per un attimo non sa neanche dove si trova, poi guarda la finestra sulla piazza, il viso della figlia impaziente e capisce che la guerra è finita, la guerra la tiene solo lei in testa. Trova la forza per rispondere “’Un poco di fiordilatte e la frutta, va bene così, non ti preoccupare”.

Poi cerca il fazzoletto con le cifre nella tasca della vestaglia, si asciuga quasi di nascosto la lacrima che è sgorgata contro la sua volontà. Ma è un’attenzione inutile, Pina ha già girato le spalle e solo Rita Dalla Chiesa, dallo schermo, potrebbe essere testimone di questa sua debolezza.

* * *

Per debolezza o per necessità, era stata con Guglielmo altre tre o quattro volte, le volte necessarie a fargli controllare le ferite di Lena, a medicarle, a somministrare alla bambina una specie di antibiotico recuperato al mercato nero. In capo a un mese la figlia si era rimessa, aveva ricominciato a camminare, anche se sembrava uno spettro, magrissima nei suoi 21 chili a otto anni compiuti. Il segno delle sue cicatrici, due profonde e lunghe rientranze che tagliavano da su a giù la gamba e un’altra più piccola incisione nascosta tra l’inguine e l’attacco della coscia, impedivano ad Antonietta di rimuovere, di dimenticare. Di perdonarsi.

Poi, quando il marito era tornato dalla prigionia, aveva anche dovuto giustificarsi per quello che era accaduto alla figlia, raccontargli a chi si era rivolta, come si era reso necessario quell’intervento deturpante. Mario ci teneva tanto per Lena, era sempre stata la sua preferita, forse perché riconosceva nella bambina seria e silenziosa il suo carattere schivo. Ma non poteva certo accusare di nulla la moglie, e si era tenuto per se dubbi e recriminazioni.

confessionale4La bomba era scoppiata la sera prima del giorno della comunione. Mario, che già si stava dando da fare per trovare nel quartiere dei locali dove ricominciare la sua attività di ebanista, aveva finito per mettere gli occhi su quello che era stato lo studio di Guglielmo Esposito, il quale dismessi i panni da medico aveva trovato più conveniente – e forse congeniale per il suo carattere – mettersi in affari con gli americani. Il sensale che aveva portato Mario a vedere lo spazio gli aveva raccontato – con malizia? con innocenza? Chissà – che fino a poco prima lì aveva esercitato una specie di dottore, un tipo senza troppi scrupoli che si accontentava anche di pagamenti in natura. E Mario aveva fatto i suoi collegamenti.

Così quand’era rientrato a casa, aveva preso da parte Antonietta e le aveva detto, quasi senza guardarla in faccia, mentre s’accendeva con la mano tremante una sigaretta: “’Antonie’, tu per me sei come morta. Ma chi sono, io, per giudicarti? Comunque, ricordati: qualunque cosa è successa, non la voglio mai sapere”.

L’indomani c’era stata la comunione di Lena e un vassoio di paste offerto insieme al rosolio ai nonni, per festeggiare. Poi la vita aveva ripreso il suo corso, ché tutti avevano bisogno di voltare pagina, tutti avevano bisogno di immergersi nella normalità e nel lavoro per scrollarsi il dolore e la paura di dosso.

Antonietta s’era adattata con facilità e naturalezza al nuovo passo dell’esistenza e aveva creduto che l’onda di ottimismo e positività avrebbe cancellato i suoi rodimenti, che il marito si sarebbe riavvicinato, che in qualche modo – con uno sguardo, un gesto – le avrebbe concesso assoluzione e perdono.

Ma Mario quel segnale non lo aveva dato mai, e pure se avevano ripreso a stare insieme, pure se erano venute altre due gravidanze (una che s’era interrotta per un aborto spontaneo rivelando due embrioni e una che aveva finalmente dato il maschio, dopo quattro femmine) un’ombra gli velò sempre lo sguardo quando parlava alla moglie.

* * *

“Pina, Pina, puoi venire un attimo?”

Pina si asciuga le mani e raggiunge la madre. “Che c’è?”, chiede con voce che non dissimula il fastidio.

“Pina, ma se provassimo a chiamare il parroco di Campora, come si chiama…?”.

“Mammì’, ma si può sapere che hai? E comunque quello manco viene, non farebbe uno sgarbo a Don Scala”.

“Allora vado io”.

“Come vai tu?”.

“Vado in chiesa da Don Scala, più tardi, prima della vespertina, mi devo confessare”.

“Ma se non esci da mesi…”.

“Oggi esco. E tu m’accompagni”.

“…”. Silenzio.

“M’accompagni, vero?”.

* * *

Antonietta impiega quasi tutta l’ora successiva a prepararsi, tornando varie volte ad affacciarsi alla finestra per controllare che la chiesa sia sempre là, che nessun sortilegio l’abbia fatta sparire. L’ultima cosa che indossa sono le scarpe, e con quelle ai piedi, ticchettando sul pavimento, va ad aprire il terzo cassetto del suo comò, praticamente l’unico mobile che era riuscita a portare con se quando, una ventina d’anni prima, aveva rinunciato a casa sua e si era trasferita dalla figlia, occupando la stanza che era stata dell’ultimogenito, il primo a sposarsi e a figliare.

confessionale2All’inizio non trova quello che cerca, e presto si stanca per la posizione chinata; allora pazientemente trascina una sedia accanto al comò, si siede emettendo un respiro affannato e continua con mani febbrili la ricerca.

Alla fine il quadretto viene fuori. È accuratamente avvolto in una di quelle custodie di simil vellutino che un tempo si usavano per conservare le borse in pelle; e sotto la custodia c’è una cartavelina ingiallita che scrocchia al tocco delle sue dita malferme.

La guarda, con gli occhi velati, è una foto vecchissima, in bianco e nero, protetta da una cornicetta d’argento, che dopo tanti anni si è scurito. Ritrae la piccola Lena nel giorno della comunione, col saio prestato che le va corto, le mani giunte, gli occhietti intelligenti che spuntano dal viso provato. Accanto alla bambina, come due fantasmi, stanno lei e Mario, coi sorrisi accennati, che guardano spauriti verso la macchina. Forse si chiedono che ne sarà di loro, forse sono solo imbarazzati dal fotografo.

Antonietta mette la foto in borsa. È stanca ma si sente un leone al pensiero che sta per consegnare il suo segreto a qualcuno prima che la sua testa la tradisca per sempre.

* * *

Arriva Pina, che a dispetto delle sue abitudini – uscire solo alle feste comandate, coi capelli di parrucchiere e preferibilmente in compagnia del marito o di uno dei figli maschi – ha accettato di accompagnare la madre in chiesa, avvertendo l’urgenza di quella strana richiesta.

“Mammì’ andiamo?” – dice col suo tono sbrigativo.

“Andiamo”, risponde lei, e sembra rispondere a se stessa più che alla figlia.

Si avviano, lentissime, a scendere i quindici gradini, a percorrere la breve salitina del vialetto che sbuca in piazza, ad attraversare la piazza un passettino alla volta. Non sono neanche dieci metri, ma ci vuole un secolo a percorrerli, fermate per i saluti, gli scappellamenti e i baci da almeno cinque o sei persone, tutte stupite di rivedere per strada, dopo mesi alla finestra, l’anziana signora Antonietta.

Entrano in chiesa, si segnano e, scegliendo la via più laterale, s’avviano alla porta della sacrestia. È proprio lì che incontrano Don Scala.

“Buonasera padre”, dicono le due quasi all’unisono.

“Ah, buonasera, buonasera. Siete venute a sentire la messa?”.

“Veramente no, padre – risponde più lesta Antonietta – mi sono fatta accompagnare qui da voi perché ho bisogno di confessarmi”.

“Ma signora cara, l’avevo già detto a vostra figlia, non vedo l’urgenza…e poi adesso – guarda l’orologio alzando la manica della talare – devo partecipare al Santo Rosario. Vedete quante brave donne mi stanno aspettando!”.

Antonietta volge lo sguardo alle sue spalle e scopre decine di occhi curiosi che seguono la scena. Le sfugge il perché, ma ha capito che Don Scala non accetterà la sua confessione, al massimo la farebbe accomodare in sacrestia e – in piedi, senza un briciolo di carità – biascicherebbe un ego te absolvo condito di qualche pater e un paio di gloria.

Allora viene fuori la grinta che l’ha retta per la maggior parte della sua vita, una vita nella quale ha attraversato la guerra, cresciuto cinque figli, accudito il padre centenario e visto morire suo marito e la sua prima figlia, Lena, entrambi ancora giovani, appena sessantenni.

Staccando il braccio dal braccio di Pina, Antonietta fa uno sforzo per raddrizzarsi e senza arroganza ma scandendo le parole in modo da farsi sentire da tutte le beghine intente allo spettacolo, risponde con la voce ferma: “Non vi preoccupate per me, andate a dire il rosario con queste brave donne, io troverò chi m’ascolta!”.

E poi, infilando di nuovo il braccio sotto il braccio di Pina gira accorta su se stessa e s’incammina verso l’uscita.

Pina è rimasta senza parole, ma una volta tanto è d’accordo con la madre.

“Mammì’…”, fa per dire appena si ritrovano fuori.

Ma Antonietta si volta e la guarda: “Andiamo a casa, Pina, ti devo raccontare una cosa che non ho detto mai a nessuno”.

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