Alberto Fraccacreta
L'elzeviro secco

Contro il carnevale

Ciò che un tempo era una parentesi di rigenerazione (parola di Cicerone) oggi è una condizione perenne a segnalare la mancanza di un’emozione piena: Bacco va dall’analista, Arianna ha perso il filo. Di doman non v’è certezza

Non ci posso far niente: a me il carnevale mette una tristezza infinita. Questo senso di festa, anzi questa intimazione al dover far festa, per altro, sotto il cielo peggiore dell’anno: febbraio. Coriandoli, maschere (con il loro subconscio demoniaco), fischietti, immancabili travestimenti da donna di uomini non particolarmente belli, con gambe non particolarmente lisce, su tacchi non particolarmente saldi. Sarà anche che, essendo un onnivoro tendente al carnivoro, l’etimologia (vera o presunta) non aiuta: carne, vale! – carne, addio! Che il nome “carnevale” sia stato inventato, per vendetta, da vegani ante litteram?

«Semel in anno licet insanire» diceva Cicerone, poi ripreso da Sant’Agostino. Bisognerebbe spiegare all’ottimista Cicerone che, una volta tanto, è lecito far pazzie se abitualmente si è normali. Poiché nel mondo plutocratico consumistico globalizzato d’oggi ciò non è affatto scontato, il carnevale rischia di essere non già l’unicum del popolo che si rigenera, il preludio alla nuova creazione annuale, ma il fiore all’occhiello di un anno di bagordi.

In tutte le città universitarie d’Europa ogni giovedì sera è carnevale. Lo scatenarsi della licenza, la violazione dei divieti, la coincidenza dei contrari che mirano alla dissoluzione di sé e alla restaurazione inconscia dell’illud tempus primordiale, il momento mitico del principio, il Caos. I bracci armati di questo “carnevale perpetuo” – che i giovani vivono nel momento in cui sono incorporati in un assetto universitario internazionale che non dà loro troppe alternative – sono l’alcool, la droga, la bestemmia.

Far festa non è esser lieti, divertirsi non è condividere. C’è un alone di tristezza che si riverbera lungamente nelle serate, la mancanza di un’emozione piena: Bacco va dall’analista, Arianna ha perso il filo. Di doman non v’è certezza.

La voglia irrefrenabile della dissoluzione sembra connessa all’idea che sia meglio non serbare, né costruirsi un futuro. La distruzione è, in fin dei conti, una scelta di comodità. Mi spiegava un mio amico che ha vissuto qualche anno a Londra che i londinesi lavorano come pazzi (licet insanire) durante tutta la settimana per poi concedersi, diciamo, una parentesi “carnascialesca” dal venerdì sera alla domenica: bere sodo e altro, come filibustieri, per tre giorni (semel al weekend), dopo aver prodotto senza requie. Che vita è?

Ma c’è una ragione di più: lo scioglimento degli obblighi sociali e morali, il rovesciamento dell’ordine, il significato simbolico rimandano a quella che lo storico delle religioni Mircea Eliade definiva «regressione nell’oscuro». E francamente temo l’oscuro, i suoi derivati e la disgregazione del cosmo. Temo il fatto stesso che le cose possano mutare sino a ribaltarsi del tutto.

C’è da dire, però, che il carnevale – in quanto frattura dell’ordine – ha il pregio inqualificabile di rappresentare nei minimi particolari la società italiana, con una chiara predilezione per la politica, sempre sensibile al tema delle divisioni e dei ribaltamenti improvvisi di fronte.

Lotta tra Carnevale e Quaresima Bruegel il VecchioNella Lotta tra Carnevale e Quaresima Bruegel il Vecchio mette in scena la formicolante veduta della piazza di paese, nella quale avviene il combattimento simbolico tra il Carnevale, rappresentato da un uomo grasso con una lancia di polli allo spiedo infilzati, e la Quaresima, donna smunta con una pala corredata di appena due aringhe. Il Carnevale è spinto da uomini in maschera, mentre la Quaresima è trainata da un frate e una monaca. La scena è spaccata in due: a sinistra si mangia, si beve e si rappresentano scene burlesche; a destra sacrifici e sofferenze. Anche l’architettura entra in gioco per identificare le due squadre in campo: da un parte un’osteria, dall’altra una chiesa.

Talvolta passeggio attorno alle mura di Urbino, lungo il grande teatro all’aperto, nei punti in cui c’è maggiore silenzio. Ho la sensazione che questa eterna lotta tra un principio di dissoluzione e un paziente principio di conservazione si risolva negli umori e nelle tensioni interiori della città. In un certo senso, esca dalla terra.

Per adesso, però, in attesa del tempo purificatorio, a me il carnevale mette tristezza. A me questo mondo, del quale faccio parte e sono responsabile, mette tristezza.

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