Leo Carlesimo
Una storia ambientata in Burkina Faso

Diario di siccità

«L’unico che non partecipò alla baldoria del giorno di paga fu Mol. Restò a Bagré, a occuparsi del fiume. E quando riprendemmo, il lunedì mattina, aveva deciso dove chiuderlo»

Febbraio. Da quattro mesi ormai non piove, la brousse è una monotona distesa d’erbe secche. Il livello s’è molto abbassato nelle ultime settimane, il Nakambé è ridotto uno striminzito rigagnolo che serpeggia sperduto tra banchi di sabbia e rocce, smarrito nell’alveo del grande fiume che non c’è più. Per tutta l’estate, e fin nei primi giorni d’autunno, è piovuto a tratti. Temporali impetuosi, che hanno battuto la brousse con asprezza, ma hanno portato ben poca acqua. Vento, lampi e tuoni: rumore. E piogge scarse, che non hanno ricaricato le riserve idriche e le falde sotterranee che alimentano i pozzi. Poi, ai primi di novembre, da un giorno all’altro il clima è cambiato. Il vento ha preso a soffiare da nord, dal Sahara. Un vento asciutto, che ha riempito la valle di polvere. Una polvere così fine che sembra nebbia.

Per Mol, la stagione dell’harmattan era il periodo migliore. Senza le piogge a ostacolare il lavoro, la costruzione procedeva spedita. Il cantiere ha preso il suo ritmo, non più interrotto dai temporali, e i turni di lavoro si succedevano notte e giorno, scandendo il tempo.

Lavorammo tutte le domeniche su entrambi i turni per tre mesi. Mol voleva sfruttare il periodo più favorevole dell’anno, solo a fine febbraio ci concesse una pausa. L’ultimo sabato del mese si lavorò fino a mezzogiorno, nel pomeriggio furono distribuite le paghe e licenziati gli uomini. C’era eccitazione, tra gli operai. Dopo tre mesi di lavoro ininterrotto, avevano diritto di fare un po’ di festa. Alla sirena di fine turno sciami di tute sudicie si riversarono sul piazzale, accalcandosi davanti alla baracchetta delle paghe, dove ritiravano buste di carta gialla col nome scritto a mano, il resoconto delle ore e i soldi in contanti.

Ci fu baldoria quella notte a Tenkodogo. C’era musica ovunque, i maquis di città erano gremiti. Il Winnie Mandela, il Matata, il Silmandé erano strapieni di operai in festa. A Weend-kuni, il maquis frequentato dai bianchi, l’atmosfera era un po’ più tranquilla. Lì liquori e le ragazze erano troppo cari per le tasche degli operai e solo i più bulli tra loro, quelli che avevano voglia di darsi delle arie, andavano a farcisi un giro. René, il padrone, non serviva dolo nel suo locale e il whisky, anche il più scadente, costava il quintuplo che sui banchetti lungo la strada o nei maquis della brousse. La paga degli operai non consentiva questo spreco. Dovevano divertirsi, cioè mangiare e trovarsi una donna e pagarsi almeno una sbronza al mese, e poi alla fine avanzare ancora abbastanza denaro per arrivare al quindici, quando si pagava l’acconto. E molti di loro avevano famiglia, dovevano anche portare qualcosa a casa. Solo i più scemi tra gli operai, quelli che non pensavano che a vantarsi, andavano a buttar via i loro soldi a Weend-kuni.

Eppure qualcuno c’era. Soprattutto giovani, che entravano torvi, con aria di sfida e, se si spingevano fino a Weend-kuni, non lo facevano solo per vantarsi. Un po’ era anche per violare l’enclave dei bianchi.

Ma sprecavano il loro denaro. Non potevano essere buoni clienti, né per René né per le ragazze, che davano giocoforza la preferenza ai bianchi. Solo quelle che alle due del mattino erano rimaste a secco e rischiavano di bucare la notte accettavano i loro inviti.

siccita burkina faso1Fuori dai maquis, oltre la piazza centrale di Tenkodogo, da uno slargo polveroso partivano i pullmini che portavano gli operai ai loro villaggi. Scalcinati furgoni vecchi di vent’anni, omologati per nove ma dove s’entrava correntemente in venticinque. Sui portapacchi stracarichi, sopra i tettucci, ammucchiavano montagne di roba, e partivano nel buio, ansimanti, senza fari.

Con una notte di viaggio raggiungevano i quattro angoli del Paese, i prezzi erano modici, pochi franchi per una corsa. Molti operai approfittavano del long week-end di paga per passare una giornata al villaggio, rivedere la famiglia, portare un po’ di soldi a casa. Ma non senza essersene spesi la loro parte, prima, nei maquis di Tenkodogo.

L’unico che non partecipò alla baldoria del giorno di paga fu Mol. Restò a Bagré, a occuparsi del fiume. E quando riprendemmo, il lunedì mattina, aveva deciso dove chiuderlo. Aveva passato tutta la domenica in perlustrazione, a nord del cantiere, e aveva trovato la strozzatura adatta, tre chilometri a monte delle zone di cava. Una soglia di roccia abbastanza stretta, che durante la secca la gente dei villaggi usava come guado. Sarebbe stato facile costruirci su un cofferdam di terra e roccia, abbastanza impermeabile per formare un invaso, a monte, e trattenere l’acqua. Con una dozzina di tubi lasciati nel corpo del rilevato, per scaricarne giusto un po’ a valle.

A Mol non importava quel che sarebbe successo ai villaggi tagliando il fiume. Ce n’erano diversi, affacciati sull’alveo, che dipendevano dall’acqua del Nakambé per bere, lavare, pescare, abbeverare le bestie. Così, due giorni dopo la chiusura, un mattino di buon’ora un folto gruppo si presentò alla sbarra. Uomini, vecchi, donne e anche bambini. S’erano ritrovati col fiume improvvisamente asciutto, erano furiosi.

Ci fu parecchia confusione, quel giorno, in cantiere. I gendarmi provarono a contenere la folla al di là della sbarra. Ma quelli non vollero sentir ragioni, ci furono liti, insulti, ressa, spintoni e alla fine la sbarra fu alzata e la gente sciamò lungo la pista, scortata dai gendarmi e dalla security travolta, fino al piazzale. Si radunarono sotto una tettoia che normalmente fungeva da parcheggio, e si fermarono lì. Non osarono andare oltre, non provarono a invadere la baracca degli uffici. Occuparono l’area destinata alle macchine e vi si accamparono come se intendessero restarci mesi. Le donne stesero stuoie, accesero fuochi e prepararono da mangiare. Li guardavamo dalle finestre della baracca, oltre il tabellone coi numeri amovibili che segnava quotidianamente i record del cantiere, avvolti in pagne logori, coperti di stracci, tutti raccolti attorno alle loro masserizie, laceri e macilenti.

Si formò una delegazione di anziani e Mol fu costretto a riceverli. Si fece assistere dal capo del personale, un fulano del nord, un Peul che non aveva molto in comune coi Mossi della pianura e parlava una lingua differente, e dal vecchio Karim, che invece era un Mossi purosangue e il mooré lo parlava a perfezione. Gli facevano da interpreti – perché la gente dei villaggi non conosceva il francese – ma anche da mediatori e da consiglieri, erano la sua diplomazia. Le discussioni si protrassero per tutto il giorno, a più riprese, e fino a sera la gente bivaccò lì davanti. Anzi, col passare delle ore la loro presenza si consolidò e trasformò il parcheggio in una specie di mercato, le donne cucinarono cibo per gli operai e ci fu un intenso viavai e fitti conciliaboli in mooré tra la gente dei villaggi e quella della diga.

Mol riuscì a conservare il cofferdam, ma fu costretto a cedere un po’ d’acqua a valle e s’impegnò a istituire un servizio di cisterne che due volte al giorno avrebbero fatto il giro dei villaggi e riempito d’acqua un centinaio di bidoni che la Compagnia avrebbe distribuito in giro. Fusti d’olio usati, lavati e riciclati, un certo numero in ogni villaggio. Era soddisfatto, era riuscito a mantenere il controllo dell’acqua.

siccita burkina faso2Nei giorni successivi ci fu l’invasione degli zebù. L’accumulo d’acqua a monte del cofferdam attrasse come una calamita tutto il bestiame della vallata. Intere mandrie si concentrarono attorno a Bagré e la pista che portava al cofferdam si trasformò nel principale percorso d’abbeverata. Le bestie vagavano brade per il cantiere, provocando liti rabbiose tra i pastori e gli operai. Non c’era modo di far capire e quei nomadi – erano perlopiù famiglie di Peul, fulani – che certi accessi all’acqua erano vietati e che v’erano dei percorsi assegnati, per il bestiame, avrebbero dovuto seguire quelli. Niente da fare. Indicazioni e divieti non servivano a nulla. Gli zebù sbucavano all’improvviso nei piazzali, di traverso alle piste, davanti ai camion in corsa e alle ruspe in manovra, e causarono diversi incidenti.

Poi i primi pozzi andarono in secca e dai villaggi vicini a Bagré le donne cominciarono a venire a prendere acqua al cofferdam. Arrivavano al mattino molto presto, allineate lungo i sentieri coi loro vasi di terracotta in testa, accompagnate da bambini-portatori, provenienti da una fascia di brousse che, via via che altri pozzi seccavano, andava allargandosi sempre più. Mol decise di potenziare il servizio di cisterne. Fece chiudere con delle lamiere i cassoni di vecchi camion da carico e trasformò in autobotti quei rottami. I camion facevano il giro dell’intera vallata, giorno e notte, distribuendo acqua alla gente per tenerla lontana dalla diga.

* * *

Aprile. La siccità ha dato un ulteriore giro di vite e non è stato più possibile distribuire acqua a nessuno. Mol ha fatto costruire due vasconi. Due grossi serbatoi scavati nelle zone di cava, dove il fondo argilloso fa tenuta. Col materiale di risulta degli scavi, li ha fatti circondare di argini in terrapieno, accrescendone con ciò la capienza. Ha fatto mettere le pompe nel fiume e ha fatto stendere chilometri di tubazioni, per riempire i vasconi pompandovi l’acqua invasata dal cofferdam. Sulla superficie ha fatto spargere fogli flottanti di polistirolo, per ridurre la fortissima evaporazione; e per impedire che il vento li portasse via, li ha fatti appesantire con dei piombi. Così ha creato l’ultima riserva del cantiere, quella che secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto durare fino a giugno e all’arrivo delle piogge nuove.

Per proteggere la sua scorta d’acqua, Mol le ha fatto erigere intorno una cinta di rete metallica e ha messo dei guardiani a sorvegliarla. La sera, dopo l’imbrunire, attorno ai vasconi s’aggirano dozzine di ragazzini, donne, pastori. Nella rete appaiono di continuo nuovi squarci, che vengono regolarmente chiusi al mattino e tornano ad aprirsi durante la notte.

I primi temporali erano attesi per gli inizi di giugno e a partire dalla metà di maggio i vecchi di Bagré hanno cominciato a predirli. I barometri e gli igrometri non segnalavano ancora alcun cambiamento meteorologico, ma i vecchi sostenevano che cominciava a sentirsi qualcosa di mutato nell’aria.

Tra costoro ve n’era uno che abitava in una capanna ai margini della cité ouvrière, un certo Keita, che conoscevamo bene. Era forse meno vecchio di quanto l’aspetto cadente facesse credere. Aveva un corpo minuto, la pelle squamosa di serpente, il viso butterato di cicatrici tribali. Parlava solo qualche parola di francese e non sapeva in che anno era nato. Era stato pastore e pescatore, ma da quando era iniziata la costruzione della diga aveva cambiato mestiere, per vivere ora faceva il fabbricante di sedie. Sparpagliava uno stuolo di ragazzini nella brousse a raccogliere rametti e fasci d’erba, che poi lui pagava con pugni di arachidi: tanti fasci, tanti pugni. Keita spellava e metteva a stagionare i rami. Quindi li piegava, abbrustolendoli perché mantenessero la curva dovuta, li accostava e li legava assieme, facendo passare con gesti abili, d’insospettabile rapidità, i fili d’erba tra ramo e ramo. In questo modo costruiva sempre lo stesso modello di sedia e lavorando sodo poteva fabbricarne anche tre al giorno, ma raramente gli capitava di avere tanto lavoro. Con la stessa tecnica, rametti intrecciati e fili d’erba, aveva imparato a fare anche tavolini, panche, sgabelli. Le verande delle nostre case, il giardino del club, la pensilina davanti all’ufficio, erano tutti arredati con mobili fabbricati da Keita.

siccita burkina faso3Keita è stato il primo a fiutare il cambiamento climatico. Nell’aria ora si sentiva un po’ d’umidità, l’atmosfera più pesante e afosa che prepara i temporali. Quel periodo, l’ultimo scorcio della stagione secca, era il più duro da sopportare. Per tutto il giorno non tirava un alito di vento e le notti, anch’esse quiete e immobili, non riuscivano a scalfire la cappa d’arsura.

Passando da Bagré e deviando all’interno del villaggio, spesso andavamo a salutare Keita che trascorreva quasi tutta la giornata seduto davanti alla sua capanna, talvolta intento a intrecciare una sedia.

“Allora, Keita, pioverà domani?”

Lui scuoteva la testa e ridacchiava.

“No,” diceva in mooré. “Ancora troppo secco.”

Continuammo a fargli visita quasi ogni giorno e col passare delle settimane e il tardare delle piogge l’umore di Keita cambiò. Da gioviale e cortese, divenne scorbutico. Smise di ridere e un giorno, alla consueta domanda, rifiutò di rispondere. Restò per un po’ in silenzio, col filo d’erba sospeso tra le dita, ci guardò torvo e scosse il capo, atteggiando la bocca a una brutta smorfia.

“Tarda troppo,” disse quasi con astio; e rientrò.

Era vero, la pioggia tardava. La gente scrutava l’occidente, impaziente di veder comparire all’orizzonte i primi ammassi di nuvole, e via via che i giorni passavano pareva che tutto finisse risucchiato in quell’attesa.

* * *

Hanno trovato un coccodrillo. Uno dei piccoli coccodrilli sacri del Nakambé, finito chissà come nei vasconi di Mol. I guardiani sono corsi a chiamarlo in uno stato di grande agitazione. Quasi nessuno di loro parlava francese e quei pochi che ne conoscevano qualche parola erano smarriti e confusi. Biascicavano frasi sconnesse e gesticolavano. Mol li ha seguiti con la jeep.

Attorno alla rete di cinta s’era accalcata della gente. I guardiani presidiavano il perimetro dall’interno. In un angolo del terrapieno tre di loro tenevano i bastoni puntati su qualcosa disteso a terra. Era una bestia non più lunga di un paio di metri, brunastra, con le grandi mascelle appena dischiuse e la coda irrigidita. Boccheggiava. Doveva aver lottato prima di lasciarsi catturare ed era esausta. Stava lì immobile, gli occhi gialli da rettile che roteavano inquieti.

Tra la gente assiepata oltre la recinzione l’arrivo di Mol ha prodotto un sussulto di curiosità. Il capo dei guardiani, un anziano corpulento, l’ha fatto entrare. Ha richiuso il cancello alle sue spalle e dato ordine ai suoi uomini di tenere indietro la folla. Secondo lui la bestia era finita nel serbatoio scendendo lungo il fiume, di pozza in pozza, seguendo le tracce dell’acqua fino alla diga. Il capoguardiano ha detto cose poco chiare a proposito del complicato intreccio di credenze che si porta addosso quell’animale. In un lago a nord di Ouagadougou, dove normalmente vive, è ritenuto sacro. Anche nel vascone di Mol era sacro, ma lì la sua presenza diventava sinistra. Era la fine di maggio e il fiume era secco. Le piogge tardavano. Il capoguardiano vedeva in quella comparsa un cattivo presagio. Per questo aveva dato ordine di catturare la bestia viva. Suggeriva di portarla al villaggio, al marabut. Lui avrebbero saputo cosa farne.

La gente intorno al recinto faceva ressa. A Mol importava solo che quell’animale uscisse al più presto dal suo vascone. Tra le mani dei guardiani sono comparsi una rete, un grosso involto di stuoia e delle corde. Hanno gettato la rete sul coccodrillo, poi la stuoia. Uno dei guardiani è montato sul dorso dell’animale e mentre gli altri lo tenevano fermo coi bastoni ha fatto scorrere molti giri di corda attorno alle sue mascelle. Dal coccodrillo, quasi nessuna reazione. Una volta imbracato il muso, l’hanno avvolto nella rete e poi nella stuoia. Se lo sono caricato in spalla e l’hanno portato via.

Le piogge non arrivavano e la linea d’acqua nei vasconi arretrava. Hanno ucciso il coccodrillo. Dopo averlo nutrito e dissetato per sette giorni, l’ottavo il marabut di Bagré l’ha sgozzato. C’entrava qualcosa la luna, pare. Lo ha ucciso nella seconda notte di novilunio, nel corso di una cerimonia in cui sono stati scannati anche un toro, un montone e un gallo bianco. Il marabut ha mangiato la carne del coccodrillo e recitato formule rituali. Il giorno dopo, l’abbiamo visto comparire in cantiere, accompagnato da un gruppo di anziani e sages femmes. È andato ai vasconi di Mol e ha sparso sull’acqua della cenere e delle scaglie bruciacchiate di coda.

Assistemmo a parecchie cerimonie simili, in quei giorni. Se ne celebravano quasi ogni notte nei villaggi intorno a Bagré. Le radure, nel buio, erano punteggiate di fuochi e dalla brousse saliva il suono notturno dei djembé, ritmato e lugubre. Talvolta i capivillaggio ci invitavano a queste cerimonie, e ogni volta coglievano l’occasione per chiederci qualcosa: due o tre jerrycan di gasolio, un paio di sacchi di cemento, qualche foglio di lamiera ondulata, spezzoni di tubo o di cavo elettrico, una cisterna d’acqua. A Bagré anche quel vecchio scettico di Keita aveva fatto scannare una capra. Il tardare delle piogge metteva ansia a tutti.

Nelle prime sere di giugno cominciammo a vedere in lontananza dei lampi. Scariche lontanissime, quasi mai accompagnate dal tuono, che si intensificarono col passare dei giorni, ma che non versarono una goccia d’acqua. Mol usciva fuori dalla baracca e si metteva a guardare. Si vedeva che era preoccupato, le scorte d’acqua stavano per finire. Il cielo era scuro, basso. Annottava. L’orizzonte era squarciato da quei bagliori silenziosi. Nei villaggi si festeggiava già. Dalla cité ouvrère gli operai defluivano nella brousse, verso i villaggi, a prender parte alle celebrazioni rituali per l’arrivo delle piogge nuove, le cerimonie propiziatorie e di ringraziamento. Ormai era questione di giorni: presto sarebbero comparse da sud-ovest le prime distese di nubi spesse, scure, finalmente oceaniche; e le piogge avrebbero avuto inizio.

* * *

E invece, con un’inversione climatica del tutto inattesa, un mattino ci risvegliammo col soffio dell’harmattan. Lo riconoscemmo subito, prima ancora di aprire porte e finestre, dal sapore dell’aria. Un’aria asciutta, che seccava le narici, carica di un pulviscolo più sottile del talco, che penetrava dappertutto.

La ricomparsa dell’harmattan alle soglie di giugno era molto più di un’anomalia climatica: era l’annuncio di una calamità. La nube di polvere dei mesi invernali riavvolse il Paese e l’aria ardente e secca del deserto dissolse, assieme alla cappa d’afa, anche la speranza dell’acqua. S’affacciava davvero lo spettro della siccità.

siccità africaL’ultima disastrosa siccità aveva colpito il Burkina Faso otto anni prima. Aveva portato carestia, fame, malattie e morte. Nei villaggi della brousse, miseria e lutti avevano toccato quasi ogni famiglia. Tanti ragazzi che avevano attraversato quel periodo nei primi anni di vita – e ce l’avevano fatta a sopravvivere, gli scampati – portavano ancora addosso i segni di quel passaggio: malnutrizione, polio, ritardi, deformità.

La gente a Tenkodogo era di umore cupo e gli operai in cantiere sempre più nervosi. L’attività in diga era ormai quasi azzerata (per ogni giorno di produzione, per far funzionare gli impianti e bagnare e compattare l’argilla, c’era bisogno di venti-trentamila metri cubi d’acqua).

In mancanza d’acqua, Mol aveva fatto chiudere gli impianti e fermato più di metà delle macchine. Pagava ugualmente la giornata, a orario ridotto, ma alla gente aveva fatto sapere di non presentarsi neppure su in diga. Non c’era più lavoro. Così gli operai vagavano inoperosi, tra il carrefour e il vecchio villaggio di Bagré, trascinandosi stancamente da una corte all’altra. Nelle ore più calde, quando non si poteva star fuori e il vento soffiava più forte, restavano rintanati nelle paillotes ad ascoltare l’harmattan padrone che passava rasente i muri, sibilava tra le assi dei tetti, per le strade, sollevava i piccoli turbini mobili dei silmandé, che vagavano irrequieti per la brousse, apparivano e si dissolvevano all’improvviso, spandendo ovunque quella polvere fine, onnipresente.

* * *

Facemmo ancora visita a Keita, in quei giorni. Bagré era avvolta in nubi di polvere e lui sedeva cupo, intrecciando rami sulla soglia della capanna. Gli chiedemmo se, a sua memoria, era mai accaduto in passato che l’harmattan tornasse a soffiare così tardi nell’anno. Keita intrecciava cocciuto e fingeva di non capire né il nostro francese né il mooré di un ragazzino che ci fece da interprete. Scosse il capo, guardando il ragazzo con disapprovazione. Alle nostre insistenze si alzò, sputò secco e ostile per terra e rientrò dentro la capanna.

Trascorrevamo le giornate in una sorta di pigro e indolente bivacco. In cantiere non c’era niente da fare, le giornate erano vuote. Salivamo a Tenkodogo. Passavamo a Weend-kuni, al Winnie Mandela. Anche i maquis erano deserti. Per strada non girava quasi nessuno. L’umore della gente era tetro, diffidente. Tutti chiusi in se stessi, ombrosi e taciturni, gli abitanti di Tenkodogo parevano attenti alle minime sfumature di ogni cosa, come se anche i gesti più minuti fossero connessi in un disegno unico, tutto potesse congiurare contro le piogge o propiziare il loro arrivo. Sembrava quasi che non vi fosse altra chiave di lettura della realtà che l’alternativa tra l’acqua e la siccità e che ogni fatto umano o naturale si piegasse a quel dilemma. Gradualmente, il paese si ritirava nel suo guscio, cercando di occupare meno spazio e meno terra possibile. Quella terra abbacinante e torrida che pareva adesso tanto inospitale.

A Weend-kuni le ragazze ciondolavano sfiancate dal caldo, nel bar deserto. I clienti scarseggiavano, nel paese impoverito i pochi bianchi non bastavano a muovere l’economia, tutto si rattrappiva. Forse l’unico a conservare un po’ di buon umore era René. Pingue e tardo, estraneo all’ossessione dei suoi concittadini, se ne stava fino a notte fonda dietro al bancone del suo bar, in mezzo alle sparute ragazze che in quei giorni bazzicavano Weend-kuni.

“Sei uno dei pochi con cui si possa ancora parlare,” gli dicevamo.

Lui ridacchiava.

“Durerà ancora molto l’harmattan?”

“Boh,” sospirava indifferente. “Questo vento fa impazzire la gente.”

Aveva ordinato un’insegna nuova, al neon, e gliela stavano installando sopra al vecchio portale in legno, collegata con due cavi volanti al generatore del frigo. Un tubicino fluorescente color verde chiaro, con la scritta in corsivo, su due livelli: Weend-kuni, in alto; e sotto: chez René.

* * *

Un mattino – era la prima domenica di luglio – ci risvegliammo senza il sibilo del vento nelle orecchie. Uscimmo fuori, al campo. Ci ritrovammo così, alle prime luci dell’alba, sulle verande delle case, non rasati, mezzo svestiti. Ci guardavamo intorno nel chiarore incerto del primo mattino, nell’aria stranamente ferma, diffidenti, ancora non convinti.

Più tardi, con la luce, salimmo in paese. A Tenkodogo, era come muoversi in un mezzo più denso dell’aria. Era giorno di mercato, ma aggirandosi tra i banchetti non vedemmo che rare, furtive donne che acquistavano in fretta qualcosa da mangiare, non perdevano neppure tempo a contrattare il prezzo col mercante, pagavano quanto richiesto, avvolgevano la spesa nei pagne e sparivano leste, come reduci da una sortita molto rischiosa.

L’aria era ferma, il vento da nord era caduto; quella fragile pausa di bonaccia persisteva. Dietro ai banchi sedeva appena qualche mercante nervoso e distratto, che poco prima di mezzogiorno raccolse svelto la sua roba e si dileguò. La strada che passava tra il mercato e l’albergo Winnie Mandela e portava fino alla corte del naaba, arteria principale di Tenkodogo, di domenica sempre rumorosa e affollata, fiancheggiata di minuscole botteghe di sartoria, di coiffure, di venditori di dolo, pesce affumicato, tessuti, cibarie, era pressoché deserta, le botteghe quasi tutte chiuse. Entro il recinto del Winnie Mandela, dove a qualunque ora del giorno sostavano fannulloni e ragazze, non c’era nessuno. Dalla cattedrale, dopo l’una, uscì a stento una dozzina di donne che avevano assistito alla messa di mezzogiorno. Non si trattennero, come d’uso, a chiacchierare sul sagrato, si dispersero frettolose, inoltrandosi nelle viuzze delle corti che s’addossavano ai fianchi della chiesa. Dietro l’arena del Dialogue, il cinematografo, luogo di ritrovo dei giovani di Tenkodogo, la piazza era deserta. Le bottegucce che s’affastellano lì attorno, dove di solito i bighelloni sostavano a mangiare cartocci di yiaué, igname, e buste di pop-corn, erano tutte chiuse. Nel primo pomeriggio, mentre il sole calante ancora martellava, il paese pareva abbandonato.

siccitaCi spingemmo fino a Weend-kuni. Sedemmo all’ombra dei manghi nel recinto di René. Ordinammo una bottiglia e aspettammo. Il caldo era soffocante.

Verso le cinque cominciò ad alzarsi un po’ di vento. Una brezza leggera, intermittente, proveniente da sud. Via via che il sole calava, i suoi raggi sempre più obliqui perdevano violenza, alla luce bianca delle prime ore pomeridiane si sostituiva pian piano quella luce radente, più netta e limpida, che restituiva al muretto di recinzione, alla baracca, al bancone di Weend-kuni, alla tettoia e all’insegna di René, i loro contorni e i loro colori, non più sfocati e appiattiti dal fulgore del sole.

Passò altro tempo. La bottiglia era quasi vuota quando il vento si fece finalmente un po’ più sostenuto e costante. Oltre a noi c’erano pochissimi avventori. Qualche ragazza, al banco, che aspettava il momento di farsi invitare a un tavolo. Tutto pareva in attesa, sospeso. Il vento rinforzava a raffiche brevi e incerte. Sfilammo davanti a René, lo salutammo e lui ricambiò con un gesto della mano. Raggiungemmo il pick-up parcheggiato davanti all’ingresso. Si vedeva, bassa sull’orizzonte, quella sottile striscia scura che ingrandiva lentamente.

Giù al bivio, anziché prendere a sinistra, verso il paese, svoltammo a destra, per uscire dall’abitato e avere una visuale più ampia. Il sentiero finiva nella brousse aperta. Il pick-up sobbalzava sul terreno sconnesso, tra buche e dossi che non provammo a evitare. Salimmo su un’altura appena fuori città, di lì si dominava un vasto tratto di pianura. Il vento rinforzò ancora. Apriva improvvisi corridoi nell’erba alta. La pettinava a folate, piegandone i lunghi steli lungo il pendio che dalla collina scendeva verso il fiume. E l’erba, a ondate, frustava le fiancate del pick-up, per lo stretto sentiero che percorremmo a passo d’uomo. In cima ci fermammo. Restammo un po’ in attesa. Poi tornammo indietro, in direzione del paese.

Lungo la statale asfaltata, la gente cominciava a uscir di casa, raccogliendosi ai bordi della strada. Facemmo tutt’un giro che tagliava fuori il centro, per un viottolo che costeggiava l’abitato e rientrava dalla parte di Ouaga, l’ingresso nord: l’insegna della Shell, i serbatoi di carburante, la baracchetta della taxe routière, la macchia di eucalipti, il deposito della dogana, i container accatastati sotto le insegne.

Uomini e donne, ai lati della strada, si proteggevano gli occhi col palmo della mano, guardando controsole quella striscia scura che ingigantiva in lontananza. I loro volti, gli sguardi di tutti, erano fissi sullo sfondo, oggetti e persone in primo piano non contavano. L’aria intanto aveva cambiato odore. Dai finestrini entravano ventate più fresche e umide e le nuvole erano così basse che sembravano quasi rotolare sopra la brousse.

Il vento rinforzò ancora. Ora soffiava teso, piegando gli alberi, facendo oscillare le insegne e i lampioni e scompigliando i pagne delle donne. Cominciarono a cadere le prime gocce. Dapprincipio rade, poi sempre più fitte. Bagnavano le tettoie di paglia e lamiera delle casupole, le foglie degli alberi, l’asfalto lucido, il parabrezza dell’auto e tutta quella gente ammassata là fuori.

Le ultime baracche del paese finivano in un diradarsi di corti al confine tra la città e la brousse. Fermammo il pick-up in uno spiazzo già infangato e tornammo indietro. L’acqua ora entrava decisa dai finestrini. La luce s’affievoliva, accendemmo i fari e la pioggia, investita, parve farsi più estesa, più intensa. Pioveva in profondità, per tutto lo spazio visibile. Attraversammo lentamente il paese lungo la statale, da un capo all’altro. La strada era gremita, s’avanzava a passo d’uomo. Giunti all’estremo opposto, girammo nuovamente e tornammo indietro.

Al terzo passaggio la gente cominciò a crederci, s’agitava e si scalmanava attorno al pick-up intrappolato. Qualcuno cominciò a correre davanti a noi, aprendo un varco, e un gruppo di ragazzini urlanti s’accodò. E anche noi, allora, ci attaccammo al clacson, dapprima timidamente, a brevi colpi interrotti, poi a distesa.

Una pioggia insistente sferzava il parabrezza. Dai finestrini aperti ci investivano ventate d’acqua. Nel buio che ormai calava sulla città, uomini donne e ragazzini correvano di fianco all’auto, provando a infilare le mani dentro, per stringerne altre, per salutare, zuppi e infangati.

Arrivammo in fondo e tornammo indietro di nuovo. Pioveva a secchiate. Nella strada affollata la gente improvvisava balli e girotondi in mezzo al fango. Tenkodogo affondava in una specie di nubifragio, dai due lati della valle torrenti d’acqua si riversavano sulle baracche che fiancheggiavano la statale. Nell’oscurità, si sentiva l’acqua scorrere tumultuosa nelle cunette. Sommergeva già le parti basse della città e tra le pozzanghere, a piedi nudi, la gente sguazzava felice, ubriaca di pioggia.

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