Pier Mario Fasanotti
Memoria e memorie/1

Storie dal ghetto

Il nazismo visto da Tadeusz Pankiewicz, farmacista "ariano" che scelse di restare fino alla fine nel Ghetto di Cracovia per cercare di aiutare in qualche modo gli ebrei

I nazisti non parlavano in modo normale. Urlavano. È questa una delle tante cose osservate e poi descritte dal polacco Tadeusz Pankiewicz, il farmacista ariano che volle rimanere nel ghetto di Cracovia, città che, assieme a Varsavia, fu il teatro della grande prova generale della reclusione, della deportazione degli ebrei da parte dei tedeschi invasori, psicopatici in divisa, capaci di ridere solo quando umiliavano, bastonavano e uccidevano, spesso sparando a caso, quel gruppo etnico che Hitler aveva deciso di sterminare. Pankiewicz (morto nel 1993) ha raccontato questa miserabile pagina storica nel libro, oggi riproposto dalla Utet, Il farmacista del ghetto di Cracovia, 276 pagine, 16 euro).

Tadeusz Pankiewicz libroA proposito della parlata dei nazisti, il farmacista ricorda che un giorno uscì dal ghetto e incontrò il tenente Oswald Bousko che gli disse, indicando gli SS: «Quelli non hanno rispetto di nulla! Se ne infischiano che lei sia ariano e che abbia il permesso di risiedere nel ghetto». Pure Bousko urlava. In dialetto viennese. La voce alta era usata per non smascherare se stesso, avendo alle spalle una storia politica controversa: da seguace fanatico di Hitler divenne feroce nemico del nazismo, poi venne chiamato a prestare il servizio militare. Come molti viennesi, aveva un atteggiamento benevolo verso gli ebrei, e gli ebrei si fidavano di lui. In qualche occasione ne aiutò alcuni a scappare. Il tenente, anni dopo, si iniettò farmaci velenosi per comparire come un malato e si nascose. Ma scovato e catturato, venne infine condannato a morte negli ultimi giorni del ‘44.

Gli ebrei di Cracovia furono stipati nel ghetto nel marzo del ’41. Furono rinchiuse 17 mila persone. Coloro che erano giovani e abili avevano il “privilegio” di poter lavorare in certe fabbriche. Molti arrivarono a tingersi di nero i capelli pur di essere scelti come operai. Ma le due più grandi deportazioni sgretolarono non tanto i “diritti” degli ebrei, ma la loro stessa vita, fisica e interiore. Ci furono molti suicidi con cianuro, stati di profonda depressione. E la febbricitante attesa di sapere dove andassero quei treni dove venivano stipati i non ariani. Il clima psicologico degenerò quando, attraverso testimonianze o la stampa clandestina, si venne a sapere che i convogli erano diretti verso campi di concentramento, con morte pressoché certa. Fu un dentista ad accennare per la prima volta all’esistenza di Aushwitz.

A cadenze variabili – a riprova dell’astuzia dei boia con la croce uncinata – gli ebrei venivano fatti radunare in piazza Zgoni. La maggior parte portava con sé gli averi più preziosi, compresi i libri di preghiera. Successivamente, furono privati di tutto, spesso quando i vagoni blindati arrivavano a destinazione nei campi. Stavano in piedi numerose ore, alcuni svenivano quando faceva caldo, sprovvisti com’erano di un goccio d’acqua. I bambini erano strappati dalle braccia delle madri, gli anziani fatti correre e presi di mira, quando cadevano, a colpi di fucile, fruste e attizzatoi. I tedeschi facevano di tutto perché non si parlasse di ghetto, preferivano il più ambiguo e generico nome di “quartiere ebraico”, dove le SS e la Gestapo si presentavano con divise eleganti e stivali tirati a lucido. Per dimostrare di essere generosi istituirono un Kinderhreim per bambini e ragazzi al di sotto dei 14 anni. Lì lavoravano, alcuni con gioia e sollievo. Poi furono tutti sterminati.

Tadeusz PankiewiczNelle tremende adunate in piazza Zgoni si arrivò all’ordine di far spogliare completamente i cadaveri prima di accatastarli su carrette. L’autore del libro osservava tutto da dietro i vetri della sua farmacia (si chiamava “All’aquila”). Nei suoi locali si radunavano gli intellettuali, i medici, i resistenti (ce ne furono anche a Cracovia, legati a organizzazioni polacche esterne), i disperati, i malati. Il dottor Pankiewicz (nella foto) ebbe occasione di incontrare monsignor Karol Wojtila, futuro papa. La farmacia era sempre aperta, anche di notte. Mentre gli invasori diffondevano la notizia secondo cui “la Germania vince su tutti i fronti”, all’interno de “All’aquila” si discuteva su tutto, compresa l’ipotesi di una probabile disfatta generale del Reich cosiddetto millenario. Mancavano quei polacchi reclutati nella Jundenrat, in pratica un gruppo di kapò, tutti in ginocchio dinanzi a ufficiali e soldati nazisti malgrado botte e inimmaginabili umiliazioni.

Con la totale disfatta militare, i nazisti furono presi dal panico e scapparono. Non prima di aver distrutto molti documenti e aver fatto saltare tutti i ponti sulla Vistola.

Un certo numero di ebrei cominciò a costruire dei nascondigli in casa. Alcuni furono molto inventivi. Una famiglia creò un minuscolo rifugio dietro un attaccapanni. Lo stratagemma ingannò i nazisti, che verso il ’42 presero a fare perquisizioni a tappeto. Non pochi tentarono di scappare. La via di uscita più usata era quella delle fogne, infestata dai topi. Stavano dentro a quei canali sotterranei anche giorni interi. I nazisti se ne accorsero con relativo ritardo e allora, nel punto in cui le acque fognarie terminavano ai bordi del fiume Vistola, piazzarono soldati con buona mira. I quali spararono contro tutti coloro che si affacciavano verso l’illusoria libertà. Ci fu un ebreo che riuscì a fuggire nascondendosi sotto uno dei treni della morte. Si trovò a vagare tra un paese all’altro, aiutato, purtroppo non sempre, da famiglie ariane. Non sapendo più dove nascondersi, stremato da una serie di tappe di fortuna, tornò nel ghetto. Oltretutto gli invasori avevano creato il corpo della “polizia blu” polacca, al fianco di quella germanica. Mote madri davano del Luminal (calmante pediatrico) ai bambini nascosti nei rifugi perché non piangessero e non si facessero sentire dalle belve naziste.

Ghetto-di-brodyAbbiamo detto che i nazisti urlavano. O “abbaiavano” come qualcuno osservò. Furono tanti gli ebrei che tentarono di ridicolizzare gli uomini con la svastica. Moltissimi soldati ridevano, con volto infiammato dall’eccitazione sadica, quando malmenavano o usavano pallottole. Pankiewicz racconta di una ottantenne che, in uno dei tanti raduni in piazza, si accasciò a terra con gli occhi perduti nel vuoto. Un soldato sparò di lato, l’anziana rinvenne improvvisamente e si rimise in piedi, in preda allo shock. Due dopo istanti fu uccisa. E giù risate.

L’autore di questo libro, con l’arrivo dei sovietici, dovette abbandonare la sua farmacia. Il nuovo regime nazionalizzò, nel 1951, tutte le farmacie. Fu nominato direttore di tutte le “farmacie sociali”. Poi scelse di lavorare in un piccolo paese. Uomo di grande cultura, fu testimone in diversi processi celebrati nella Germania Federale. Per la sua fama di salvatore, nel 1983 gli venne conferita la medaglia di “Giusto fra le nazioni” e invitato dal primo ministro israeliano Ben Gurion. Molti ebrei, sparsi in tutto il mondo, vollero incontrarlo. Il suo libro comparve nel 1947, tagliato qui e là dalla censura comunista. Nel 1982 fu in libreria una versione già più completa.

Facebooktwitterlinkedin