Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Campione senza voce

In memoria di Adolfo Consolini. Grande discobolo, uomo gigantesco e campione epico che vinse tutto affascinando Brera e Lizzani. Solo, non parlava: pigolava. Eppure alle Olimpiadi del 1960 gli fecero recitare "Il giuramento dell'atleta"

Oggi potremmo chiamarlo il Grande Gigante Gentile, allora gli dissero che era il Gigante Buono. Davvero lo era. Alto 1 metro e 80 centimetri, pesava 105 chilogrammi, aveva un’apertura di braccia di 201 centimetri, un perimetro toracico 116 all’inspirazione e 110 all’espirazione. Un uomo grosso ma non sgraziato, con mani grandi e contadine. Certo, quando parlava veniva da sorridere perché la sua voce era sottile, pareva quasi si spezzasse in quel corpo da Maciste.

Non si incrinò la voce, quella giornata, 25 agosto 1960, mentre pronunciava il giuramento degli atleti: quattro microfoni enormi davanti a sé, aveva una giacca blu, il braccio destro alzato nel leggere la formula; lo stadio Olimpico era pieno, il prato occupato dalle delegazioni di atleti di tutti i paesi del mondo (o quasi), la pietra bianca della Farnesina che faceva capolino al di sopra della Tribuna Tevere. E il presidente Giovanni Gronchi, lui sì con una voce squillante e cardinalizia, che… «proclamo l’apertura del Giochi».

consolini-olimpiadiRestano oggi poche immagini firmate Rai – che non badò a spese e mezzi: 300 milioni di lire in preventivo, quattro studi, cento postazioni, 450 tecnici e 17 telecronisti – quelle che mostrarono in diretta Eurovisione l’avvenimento. Con l’immancabile Giulio Andreotti sulla tribunetta bianca appena dietro al discusso presidente del Cio, lo statunitense Avery Brundage, l’uomo che si rifiutò, come Usa, di boicottare i Giochi di Hitler. Andreotti a quell’epoca aveva occupato il ministero della Difesa prima con Tambroni, che si era dimesso un mese prima del grande avvenimento, poi con Fanfani; manco a dirlo, il Divo Giulio era presidente del Comitato organizzatore dei Giochi di Roma.

Il Gigante Buono si vede appena nelle riprese. La Domenica del Corriere del 28 agosto 1960, lire 40, gli dedicò invece la copertina a colori e questa lunga ed enfatica didascalia: «Il pittore Giorgio Tabet ricostruisce simbolicamente la scena che si svolge al nuovo Stadio. Alla presenza di oltre settemila atleti rappresentanti di 87 nazioni che partecipano alla grandiosa manifestazione, il campione Adolfo Consolini legge la sacramentale formula del giuramento».

adolfo-consoliniAveva 43 anni, Consolini, quando venne scelto dal Coni per pronunciare, da capitano degli azzurri, il giuramento degli atleti della XVII Olimpiade: non senza polemiche proprio per via di quella voce in falsetto. Passò un anno a studiare il rito e la giaculatoria. Meritava quel riconoscimento Consolini, il Gigante Buono nato cento anni fa, il 5 gennaio del 1917 a Costermano, vicino a Verona. È stato uno dei grandi dello sport italiano. Fu tre volte primatista mondiale del disco (53,34 metri nel 1941, 54,23 nel ’46, 55,33 nel ’48); oro olimpico a Londra (’48), argento ad Helsinki (’52), 6° a Melbourne (’56), 17° a Roma (’60); 3 vittorie ai campionati europei (’46, ’50 e ’54); 15 titoli italiani. Capace di ottenere a 38 anni, nel ’55, la sua migliore misura: 56,98, primato europeo.

Antonio Ghirelli mise giù così le sue impressioni su quell’inizio dei Giochi romani: «La voce di Adolfo Consolini si levò stridula e convulsa nella formula del giuramento… Certo avevano ragione di sostenere alla vigilia che non era voce adatta, che Consolini non possedeva il timbro stentoreo dei grandi annunci corali, la potenza dell’urlo gladiatorio… E nondimeno, nel falsetto esasperato di quella voce, vi era più verità che in ciascuna delle fasi che avevano preceduto il giuramento… Consolini gridava… con tutta la sua candida anima da fanciullo, era l’atletica leggera italiana, lo sport umile di un tempo, la francescana pazzia dei lanci, delle corse, dei salti, dei primati, dei viaggi in terza classe, dei piccoli alberghi, delle cartoline agli amici…». (da uno scritto di Matteo Lunardini su www.atleticacinisello.it).

consoliniE Gianni Brera, che di Consolini fu cantore e amico, ne parlava così molti anni dopo (il brano che segue è dell’1989 ed è tratto dagli Archivi di Repubblica) da quando Bruno Roghi, direttore della Gazzetta dello Sport, tolse il giornalista dal calcio e gli affidò una rubrica di atletica leggera: «La sua struttura era del gigante ben proporzionato, né brevi-né longilineo… Compiva gesti di prepotente eleganza… Nei preliminari in pedana, socchiudeva gli occhi come un artista che si ispirasse prima di intonare il canto. La sua bocca non larga, dalle labbra sottili, si corrugava quasi non gli bastasse il tono compunto, ieratico. In seguito, conoscendolo meglio, avrei capito che le premesse erano tese ad esorcizzare in se stesso l’efebo troppo incline alla dolcezza, direi perfino alla timidezza femminea. Da come si esprimeva, con voce sottile, stranamente soave, sentii ben presto la voglia di titolare l’articolo: “Il pigolio del gigante”. Non era tuttavia né un debole né un rassegnato. Il buon Dio aveva voluto irridere alla forza virile addolcendo i suoi tratti in modo strano, non ambiguo. Di profilo poteva ricordare l’Adamo della Cappella Sistina…».

Di quella epopea, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Brera scrisse tanto: di Consolini ma anche dell’altro gigante dell’atletica italiana, Beppone Tosi. I due erano la versione Coppi e Bartali dell’atletica leggera, i duellanti del disco, oro e argento a Londra nel ’48: «Tosi della riva destra del Ticino di Novara… Consolini della riva veronese del Garda… Se Giuseppe Tosi era Porthos, Adolfo Consolini era Aramis, però maggiorato di qualche buon palmo in lungo e largo…». (24 luglio 1984, dagli Archivi di Repubblica).

consolini-mastroianniChi rimase sorpreso da Consolini fu Carlo Lizzani. Il regista gli affidò la parte di Maciste, il maniscalco antifascista fiorentino di Via del Corno, nella versione cinematografica (del 1954) di Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini (nella foto, con Marcello Mastroianni). «Un Ercole gentile e impacciato… era poi imbarazzante quella vocina esile che tanto contrastava con il suo corpo massiccio». Ma la voce nel film non era quella del discobolo. Consolini venne doppiato in una parlata fiorentina che non poteva essere la sua. A differenza di Primo Carnera, l’altro gigante che apparve invece in molti film, quella fu una delle poche volte che l’atleta veneto finì su un set cinematografico (a parte qualche spot pubblicitario, uno con Duilio Loi per reclamizzare la Lambretta, nella foto sotto). Consolini, dunque, tra gli interpreti di una pellicola (non tra le migliori di Lizzani), che venne messa all’indice e boicottata a Cannes, ai tempi del maccartismo all’italiana. Nella storia c’erano antifascisti e comunisti che venivano uccisi dagli squadristi: questi film “diffamavano” l’Italia e “rallentavano” la rinascita del paese, erano le opinioni dominanti, della Dc e delle destre. I fascisti erano rimasti ai loro posti. La Chiesa cattolica vigilava ed Andreotti era il suo braccio armato, come era solito scrivere il grande critico di Rinascita Mino Argentieri.

duilio-loi-e-adolfo-consolini“Dolfo” era l’ultimo nato in casa Consolini, cinque figli, buoni per i campi. Si racconta che un giorno due gerarchi radunarono un po’ di ragazzi del paese per trovare qualcuno da mandare alle finali provinciali di atletica leggera al Bentegodi. La gente spinse Adolfo a mettersi in fila e a farsi notare. Gli misero in mano una pietra di circa 7 chili e gli dissero di lanciarla. Il giovane la scagliò lontano e impressionò i talent scout. Era il 1937 e il nostro aveva già vent’anni. Cominciarono allenamenti e misurazioni, avanti e indietro in bicicletta dal paese a Verona, lancia il peso, lancia il giavellotto, no, prendi il disco. Non sapevano che cosa fargli fare. Grosso com’era, si pensò anche alla lotta greco-romana. I veronesi lo mandarono a fare una gara a Brescia. «L’avversario era un brescianotto dal collo tozzo e gli occhi spavaldi… D’un tratto un urlo, il tuo: nella morsa via via accentuata, il costato del tuo avversario aveva subìto uno schianto maligno: rimase poi senza fiato a tastarsi le fluttuanti, sopra il fegato: l’orrore della morte lo aveva sconvolto: e tu gridando (ah quella voce che si rompeva, stridula, in singhiozzi): “cossa g’ho fato? cossa g’ho fato?!”, fuggisti agli spogliatoi. Non si trattava, dissero per consolarti, che di tre costole rotte. Fu l’ultima volta che pensarono di avere in te un eroe dell’agonismo. La natura aveva compensato i gobbi (che tutti siamo) umiliandoti a gigante sensibile, forte fino all’angoscia di esserlo troppo. Finirono di pensare al nuovo Carnera. Non avresti picchiato nessuno. Tutti o quasi tutti avrebbero potuto vincerti in cattiveria. Dunque di nuovo in pedana: disco. I preliminari, ti dissero. E qui di istinto, ridicolizzavi Mirone…» (da Gianni Brera. Il principe della zolla. Scritti scelti da Gianni Mura, il Saggiatore).

Il padre di Adolfo si lamentava, in campagna c’era bisogno del figlio. Tacitarono il genitore mandandogli qualche bracciante. Il giovane serviva altrove. Il gigante sensibile andò a Milano e cominciò a frequentare altri campi. Il Campo Giuriati, il palcoscenico dei suoi record. Consolini lanciava al Giuriati, Coppi girava al Vigorelli: uomini e atleti speciali. Dopo la guerra, l’estate del ’48 restituì i grandi campioni tra mille tensioni: Bartali andava a vincere il Tour a luglio, undici giorni dopo gli spari contro Togliatti; una settimana dopo Consolini, a Londra, saliva su una pedana fradicia di pioggia e batteva il suo amico-rivale Tosi. Poi si dovette aspettare un po’ per l’inno, non si trovava il disco.

Qualcuno rimproverava però al veronese – allora come in tempi più recenti – di non ottenere il massimo per uno stile poco coordinato. Giorgio Oberweger, olimpionico e allenatore, figura chiave dell’atletica azzurra, ricordava, ultraottantenne, a Corrado Sannucci i “peccati” di Consolini in una intervista apparsa su Repubblica nel dicembre del ’97: «Consolini era timido, ignorante come un contadino, dotato di una forza erculea. Ma mancava totalmente di coordinazione naturale. Lo allenavo per ore e ore, piroettando davanti a lui… io dovevo stare vicino a Consolini, Tosi lo allenavo a cinquanta metri di distanza. A Londra, nel ’48, gareggiai ancora per stare loro vicino sul campo».

tosi-e-consoliniConsolini divenne una timida star, spesso in giro per l’Europa e il mondo, protagonista di grandi prestazioni. Insieme all’altro, Tosi (nella foto qui accanto). E a quell’altro ancora: Brera. Una volta ad Oslo, incapparono in Nina Dumbadze, lanciatrice colossale e tuttavia belloccia, tutona con CCCP scritto sul petto esasperato, lei era georgiana. Brera annotò: «Consolini e Tosi le davano pazienti lezioni… Tosi sembrava un asino a maggio. La Nina lo teneva lontano ridendo: poi, una sera, agguantò l’Adolfo e lo trascinò tra i cespugli. Troppo galantuomo era Tosi per non esserne persuaso (non dico lieto). Sedette su una proda e aspettò che l’amico tornasse. Non passò molto e come Tosi lo vide: psst! Eh?!, rispose l’Adolfo come un galastrone fradicio. Come è andata? inquisì Beppone. Tasi! G’ha fato tuto la Nina. Confessati domani, ironizzò l’amico: hai proprio tutte le fortune…».

Quando una domenica di dicembre del ’69, un male improvviso e che non gli diede scampo si portò via Consolini mentre stava per compiere 53 anni, Brera non ce la fece. Invitato dalla Rai a parlare di “Dolfo” in una trasmissione (credo fosse La Domenica Sportiva ma il ricordo non è nitido) disse poche parole e poi scappò via, sopraffatto dal pianto.

Download PDF