Danilo Maestosi
Visto a Roma, negli spazi della Solco

Nel labirinto del lavoro

Va in scena “La moda dei suicidi”, uno spettacolo di Marco Avarello e Linda Di Pietro dedicato a vicenda reale e terribile: i 58 suicidi maturati, non casualmente, in un'azienda in ristrutturazione...

Una doppia fortuna aver assistito allo spettacolo La moda dei suicidi, raggiunto da un passa parola che sta compensando l’assenza di pubblicità. Perché non conoscevo o avevo rimosso la «storia vera», che il testo scritto per l’occasione da Marco Avarello evoca e ripercorre. È una impressionante catena di «morti sul lavoro», innescata da una crisi e da una spietata politica di ristrutturazione aziendale di un colosso francese della telefonia: oltre al licenziamento di 20 mila persone, una strategia di diecimila tra trasferimenti, cambi, di mansioni, provvedimenti di dequalificazione che puntava a spingere all’esodo volontario i lavoratori colpiti. Una vicenda maturata tra il 2008 e il 2010, sigillata da un indagine giudiziaria ormai quasi arrivata al processo, che offre la prova tangibile della voragine senza ritorno in cui sono precipitati il mondo del lavoro e il valore stesso della vita umana. A fotografarla, un allucinante balletto di cifre e di verità: 58 suicidi di dipendenti nel corso di un solo biennio, che la multinazionale chiamata alla sbarra ha ridotto a tre soli incidenti sul lavoro, e il filtro giudiziario ridotto a trenta casi su cui è stato possibile raccogliere prove concordanti di evidenti nessi causali tra le persecuzioni imposte al personale da sfrondare e l’ondata di suicidi.

Un massacro di esistenze spezzate, deragliate dai propri binari che ha le stesse impressionanti proporzioni contabili di un disastro ferroviario, del crollo di un palazzo o di un terremoto, ma che la linea difensiva dei sei dirigenti imputati vorrebbe derubricare a casuale coincidenza di una serie di imperscrutabili «drammi personali». A una contagiosa «moda che va fermata», come ebbe modo di definirla in un’intervista televisiva l’ex amministratore delegato della società, spiegando anche come: un anno dopo la società cambiò sede, unificando le varie succursali in un gigantesco palazzone nel centro direzionale di Parigi. E sbarrando le finestre di tutti i piani per impedire alla gente di buttarsi giù. Precauzione inutile: perché la scia dei suicidi non si è interrotta e altri hanno continuato a togliersi di mezzo con altri modi. Impossibile insomma opporsi ad una moda così contagiosa. E allo sberleffo che dà il titolo e aggiunge il sapore aspro del grottesco alla piece che stiamo recensendo: in cartellone altre sei repliche: 2,3,4, 16,17,18 dicembre.

A impreziosire questa rappresentazione, affidata a un’affiatata compagnia di attori professionisti coadiuvata da un manipolo di impiegati coinvolti per l’occasione, è però anche un colpo d’ala condiviso dalla regista Linda Di Pietro e dall’autore Marco Avarello: ossia l’idea di ambientare la messa in scena negli uffici di una società romana, La Solco di viale Castrense, che lo stesso Avarello, manager di punta del gruppo da vari anni travolto da un anomala passione per il teatro, ha messo a disposizione come palcoscenico.

Un adattamento, certo: nella realtà un colosso di vetro e cemento, qui invece un grazioso villino a tre piani che accoglie lo spettacolo nei locali del pianoterra e riserva sicuramente al piccolo popolo dei suoi dipendenti, quasi un centinaio, un trattamento sicuramente più umano. Ma nonostante questa differenza di scala e gestione una location ideale  a restituire a gesti e parole la cornice analoga di uno spazio di lavoro che evoca il maniacale, claustrofobico condominio di interessi e rapporti umani, gerarchie di stipendi e destini che impregnava e rendeva soffocante l’atmosfera di quel grattacielo parigino.

la-moda-dei-suicidi2Il pubblico, suddiviso in due scaglioni che si riuniranno alla fine, viene scortato in un labirinto spaesante di corridoi e salette, e ascolta in piedi o su sedili di fortuna tre monologhi che danno corpo al prologo della piece immerso nel brusio di corpi, voci, abitudini che si incrociano e si accavallano come può succedere in ogni ufficio nelle pause per uno spuntino, un caffè, una sigaretta magari. I testi che gli attori recitano sono un collage di messaggi d’addio, testimonianze, conservate nei faldoni dell’inchiesta giudiziaria, che racconta o ricostruisce la storia di alcuni dei tanti suicidi riusciti o mancati. Come la storia di quell’impiegato cinquantacinquenne, raggiunto da una lettera di licenziamento, che per un’intera giornata rimase seduto davanti alla porta del funzionario che lo aveva congedato, guardando i colleghi senza aprire bocca, senza lamentarsi, poi prese l’ascensore salì sul terrazzo e si lanciò nel vuoto. Lasciandosi alle spalle un secco commiato:« non mi toglieranno la dignità». Come l’impiegata confinata da una nuova mansione in un archivio deserto, sola con i fantasmi materializzati dalle pratiche dei colleghi più sfortunati usciti di scena, che per farla finita non può più scavalcare le finestre, ormai sigillate dalla direzione, e allora si ammazza con un sonnifero. Come l’ingegnere, che pensava di essere indispensabile e invece viene trasferito dall’ufficio progetti all’ufficio reclami, e poi traslocato ancora ad altri incarichi di bassa forza: non un uomo, cuore e cervello, ma un soprammobile. La disperazione, la perdita di senso, il crollo dell’autostima, non sono mai gridati. E l’effetto dei gesti più estremi non viene sminuito, ma raddoppiato.

È il registro morbido, a bassa voce, la tragedia che assume i toni della commedia, che caratterizza anche l’ultimo atto, recitato nella sala riunioni dove i due plotoni si ricongiungono e trovano posto a sedere. Un incontro-scontro di pura invenzione stavolta, tra un’ impiegata che per interrompere la strage piazza un ordigno a innesco chimico nella sala dove deve riunirsi il consiglio d’amministrazione e il giovane direttore del personale, che per un guasto del sistema di prevenzione incendi, rimane bloccato lì dentro con lei e la sua bomba. Un gioco delle parti che non lascia speranza.

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