Tina Pane
Un racconto inedito per le Feste

La poesia di Natale

«“Sei impazzito? Roberto, non dire sciocchezze, a zia, ti prego”. Ma lui con la faccia seria aveva risposto “Non sono sciocchezze, io ti desidero”. Allora a Immacolata era andato tutto il sangue in testa»

Tin tin tin. Facendo tintinnare ripetutamente il calice del vino con piccoli colpi di coltello, don Peppino Compostella richiamò l’attenzione dei commensali. “Zitti, zitti” – si sovrappose la voce di sua figlia Antonietta che rientrava dalla cucina con un enorme vassoio di frutta secca – “deve parlare il Nonno Vecchio, tutti zitti e ascoltate”. “Cari familiari” – disse don Peppino mettendosi in piedi e facendo scorrere lo sguardo sul lungo desco che lui presiedeva a capotavola e pure sul piccolo tavolo sistemato in un angolo che accoglieva il gruppo dei bambini. “Cara figlia e cari nipoti e pronipoti! Anche quest’anno Dio mi ha fatto vedere il Natale e quindi anche quest’anno, prima di concludere la serata, io vi voglio leggere una mia poesia…”. Un brusio di sospiri e mezze parole accolse l’annuncio, qualcuno alzò gli occhi al cielo e dal tavolo dei bambini si levò una protesta più chiara “Nonno, fai presto però, noi vogliamo andare a giocare!”.

Ma Don Peppino non si scompose e con gesti lenti si tolse gli occhiali da lontano per inforcare quelli da lettura; poi con mano leggermente tremante estrasse dalla tasca della giacca un foglio protocollo piegato in quattro parti e lo aprì. “Ecco qua, la poesia di quest’anno si intitola Gli uccelli migratori”. Declamato il titolo con voce impostata, diede di nuovo un lungo sguardo a tutti i commensali, prese fiato e cominciò a leggere: Il freddo di stagione /muove gli uccelli /a cercar calore altrove

Mentre le sue parole saturavano la stanza, sommandosi alle luci intermittenti dell’albero e all’aria greve di odori di cibo, quasi tutti i commensali si distraevano in qualche modo. Dei tanti riti della cena della vigilia, la lettura della poesia del Nonno Vecchio, che a 92 anni si piccava di riuscire a fare le stesse cose che faceva a 60, non la sopportava più nessuno. E per quanto Antonietta cercasse di tenere a bada l’insofferenza della famiglia, preoccupata che il padre se ne accorgesse, ognuno dei commensali chiacchierava a bassa voce col suo vicino, commentando ironicamente la poesia o parlando di tutt’altro.

fabriano-adoration-magiAlla fine della lunga tavolata Roberto, il più grande dei pronipoti, che aveva ottenuto il permesso di sedere alla tavola degli adulti, era l’unico che non parlava. Teneva lo sguardo rivolto verso il bisnonno, sembrava essere l’unico che seguiva attentamente le strofe della poesia, ma in realtà protetto dalla lunga tovaglia rossa, muoveva incessantemente la gamba destra, strusciando con quella la gamba di sua zia Immacolata, seduta tra lui e il marito.

All’inizio della cena Immacolata, che era la più giovane delle sorelle di sua madre, gli aveva lanciato delle occhiatacce terribili e un paio di volte era anche sobbalzata sulla sedia, come punta da uno spillo. Ma Roberto non aveva desistito e lei, per timore che il marito si accorgesse di tutte quelle manovre, non aveva più provato a resistere al nipote. Era meravigliata, anzi di più: era allibita, poteva mai essere che quel contatto cercato dal nipote avesse qualche significato …sessuale?

Perciò quando lui si era dovuto alzare – mandato a prendere il vino in cantinola – Immacolata era stata lesta ad alzarsi anche lei e ad aspettarlo in cima alle scale. “Roberto, ma che stai facendo, me lo spieghi?” – gli aveva chiesto ancora calma con un filo di voce. “Zia, io penso sempre a te, da quest’estate penso sempre a te”. Allora Immacolata si era ricordata di un episodio accaduto nella casa del mare, lei che si cambiava il costume nel bagnetto di servizio e il nipote che era entrato trovandola nuda.

“Sei impazzito? Roberto, non dire sciocchezze, a zia, ti prego”. Ma lui con la faccia seria aveva risposto “Non sono sciocchezze, io ti desidero”. Allora a Immacolata era andato tutto il sangue in testa, a fatica aveva mantenuto la voce bassa: ”Smettila, hai capito, smettila di pensare queste cose, sono assurde”. Sperava di essere stata convincente, ma Roberto non aveva risposto, si era limitato a guardarla in silenzio, con lo stesso sguardo di quando da bambino sfidava gli adulti. “Roberto, io ora torno di là e quando tu mi raggiungi ti comporti bene”. Roberto continuava a guardarla senza risponderle. Allora lei aveva cambiato tono “Smettila, hai capito? Se qualcuno se ne accorge succede un casino e ci intossichiamo il Natale…”. Ma non aveva fatto in tempo a finire la frase che Roberto l’aveva attratta a forza a se e l’aveva baciata. “Zia… Imma” – aveva detto quando lei si era divincolata con il viso in fiamme- “Imma, ti prego, accontentami, solo una volta!”.

adorazione-dei-magi-giottoMa Immacolata gli aveva mollato uno schiaffo e gli aveva voltato le spalle, tornando frettolosamente a sedersi a tavola. “Dove sei andata?” – le aveva chiesto il marito a bassa voce mettendole una mano sulla coscia. Lei aveva sentito l’alito di lui pesante di vino ed aveva avuto un moto di fastidio: “In bagno, dove vuoi che sia andata” – aveva risposto stizzita, a mezza voce. E rimettendosi il tovagliolo in grembo ne aveva approfittato per spostare la mano calda dell’uomo.

Il cenone era continuato con le sue varie portate mentre Roberto, tornato dalla missione in cantinola, aveva continuato imperterrito a lavorare di gamba. Immacolata era strabiliata, e di fronte all’atteggiamento del nipote si sentiva destabilizzata, alternando sgomento e arrabbiatura. Ma come era possibile, si chiedeva, che quel ragazzino che non aveva compiuto ancora 17 anni la desiderasse?

Lei lo conosceva dalla nascita, gli aveva cambiato il pannolino, gli aveva dato da mangiare, lo aveva fatto dormire nel suo letto nella casa del mare, quando i genitori erano in città per lavorare e tornavano solo per il fine settimana. E ora quasi non lo riconosceva: era alto, pieno di peli e col pizzetto, i muscoli che gli gonfiavano leggermente la camiciola, un odore buono di doccia appena fatta e di profumo al muschio.

E adesso lui la guardava con occhi imploranti, la guardava come un uomo guarda una donna. Fu colpita da questo pensiero e gradualmente le sue sensazioni si ammorbidirono, passando dallo sdegno iniziale a una sorta di innocente stupore, e poi a un senso di gratificazione. Nel momento in cui il Nonno Vecchio aveva cominciato a leggere la poesia, Immacolata non si sentiva più scandalizzata, ma quasi provava riconoscenza per il nipote, che le aveva fatto riscoprire la gioia di sentirsi desiderata.

re-magi-botticelli“È come uomo, non come nipote, che mi desidera”. Quest’ultimo pensiero le attraversò la mente come una rivelazione, un chiarimento che semplificava tutto, mentre Don Peppino Compostella girava finalmente la quarta facciata del foglio protocollo e si avviava a concludere la declamazione della poesia. Nel momento in cui l’uditorio aveva raggiunto l’apice della noia, Immacolata aveva preso la sua decisione e aveva rilassato la gamba fino a quel momento irrigidita nello sforzo della negazione, cedendo teneramente allo strusciare della gamba di Roberto.

Poi tornano gli uccelli in primavera /come torna /il risvegliar dei sensi. Un applauso liberatorio aveva accolto l’ultima strofa della poesia. “Bravo, bravo” – gridò ripetutamente Antonietta, anche per coprire le voci di quelli che tiravano un sospiro di sollievo e si dicevano tra loro “Finalmente, finalmente, è finita!”. Don Peppino Compostella si era fatto versare un sorso di vino per dare sollievo alla gola secca e si era guardato intorno soddisfatto. “Grazie, grazie, cari familiari. Mi fa piacere che abbiate apprezzato la mia poesia, che è un inno al rinnovamento, alla vita. Ancora buon Natale a tutti”.

Mentre i commensali, tra risate e commenti, si lanciavano sul ricco vassoio della frutta secca, nella distrazione di tutti e del marito, Immacolata cercò timidamente con la mano la mano di Roberto, sotto alla tovaglia, e senza guardarlo, con le tempie che le pulsavano e il cuore a mille, la strinse forte come gliela stringeva da bambino, la sera, per farlo addormentare.

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Dall’alto, i Re magi secondo Eduardo De Filippo, Gentile da Fabriano, Giotto, Botticelli

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