Giuliana Vitali
A proposito di “Io, Daniel Blake”

L’operaio di Loach

Il nuovo film di Ken Loach parla di crisi e proletariato senza paura: un omaggio (sommamente inglese) al neorealismo cinematografico italiano. Perché il disagio sociale è uguale sempre e dovunque

Lo schermo nero, scorrono piano i titoli di testa. Un dialogo a due voci riempie la sala del cinema. È così che inizia il nuovo lungometraggio di Ken Loach: Io, Daniel Blake. Dan, il protagonista, risponde ad alcune domande fatte da una professionista della sanità, per iniziare la pratica d’indennità al lavoro per malattia. Il colloquio è grottesco: riesce a mettersi il cappello senza difficoltà? A poggiare il dito sul telefono per comporre un numero? Ha emissioni frequenti di feci liquide?, fa l’incaricata. Accidenti, possiamo parlare del mio cuore anziché del mio culo?, risponde lui. Dan, infatti, ha avuto un infarto, i medici gli hanno proibito di tornare al suo lavoro di carpentiere, almeno per il momento.

La storia scorre in tondo, nel cerchio paradossale della burocrazia inglese che ritiene il sessantenne Dan, interpretato da Dave Johns (prima volta sugli schermi), idoneo a continuare il suo mestiere operaio. Ore di attesa alle linee dei call center degli uffici amministrativi, file al centro dell’impiego per poter fare ricorso, per richiedere almeno il sussidio di disoccupazione, tra impiegati servi della società meccanizzata, dell’illogica coerenza alle regole che non agevolano ma affondano la dignità dell’individuo. Proprio in quell’ufficio incontra Katie (Hayley Squires, anche lei per la prima volta attrice), ragazza madre di due figli piccoli. Nonostante i tentativi non riesce a trovare lavoro, in difficoltà economiche le è stata assegnata una casa popolare nella nuova cittadina lontana dal suo paese. Il suo viso stanco, dall’espressione asciutta, vera come la Magnani di Pasolini, incontra quella disillusa, combattiva di Daniel. Entrambi alla ricerca, all’affermazione della propria identità che va via via a sgretolarsi di fronte ai mutamenti della società, in continua digressione morale. Nasce così un’amicizia particolare, disinteressata ma che aiuta entrambi a sentirsi vivi, utili attraverso l’atavica solidarietà che tiene insieme gli esseri umani. Un’illusoria consolazione però che spesso induce all’isolamento degli esclusi, costretti nelle periferie della città nell’indifferenza delle istituzioni.

io-daniel-blake-ken-loach1Un’apparente contraddizione di fondo consuma la mente dei personaggi: la volontà di assistere gli altri, la difficoltà, l’imbarazzo di essere a loro volta aiutati. Katie, già indebolita dalla fame, rinuncia alla cena per offrire il suo piatto caldo a Dan, per ripagarlo di alcuni lavoretti fatti in casa. Dan, finiti i risparmi, è costretto a vendere i mobili dell’appartamento ma cerca di tenere Katie e i suoi vicini di casa, all’oscuro di tutto.

La telecamera di Loach ritrae i personaggi nella loro drammatica quotidianità, segue Dan nelle vie del quartiere popolare a Newcastle, a incontrare lo stile realista, la poetica amarezza dei registi italiani del secondo dopoguerra. Le immagini non si limitano a descrivere ma indagano nella psiche dei protagonisti restituendo le ombre della verità. Penso al pensionato Umberto D., di Vittorio De Sica, alla disperata richiesta dei diritti fondamentali per essere riconosciuti, protetti dallo Stato, all’indotta vergogna di non essere più utili alla società, perché vecchi, malati. Oppure, come nel caso del cinema del socialista Loach, si è donne sole con figli a carico e perciò troppo costose e distratte per un datore di lavoro. Il regista ha perciò la necessità di raccontare il vero riportando l’invisibile al centro della società.

La colonna sonora è minimalista, crea un’atmosfera rarefatta, malinconica, opera del compositore britannico George Fenton, più volte candidato all’Oscar.

Vincitore della Palma d’oro 2016 (miglior film) l’ottantenne Loach, nel discorso a Cannes, conclude dicendo: «Il cinema è portatore di tante tradizioni, e fra questa c’è la protesta del popolo contro i potenti. Non solo un altro mondo è possibile ma è necessario».

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