Nicola Fano
Dopo l'elezione di Trump

Il sole e la paura

Quel che è successo negli Usa è la fine di un cerchio, non un nuovo inizio. La paura ha messo in soffitta la ragione. Ma, come dice Obama, domani, comunque sia, sorgerà il sole. Cerchiamo di immaginare come e perché

«Non importa che cosa accadrà: comunque vada, domani sorgerà il sole». A Roma, oggi, dopo una settimana di pioggia e di grigio, splende il sole: aveva ragione Barack Obama. C’è sempre una buona ragione per essere ottimisti. Ma aveva ragione anche Beckett: «Come ogni giorno, il sole splende sul niente di nuovo» (è l’incipit di Murphy). In fondo, l’elezione di Donald Trump è un «niente di nuovo»: l’effetto finale di un mondo cambiato, non il germe di una novità. Certo, ora la sua onda si dipanerà sul mondo (occidentale) come un’onda radio, ma tutto era già scritto; tutto era già cominciato trent’anni fa. Splende il sole sul niente di nuovo: siamo all’atto finale della vittoria di una società barbara.

Barbara non è un termine inappropriato né metaforico. Le cose stanno proprio così: siamo in lotta con l’estraneo che è in noi stessi. Siamo in cerca affannosa di nemico e la lunga stagione della ragione (quella nella quale l’umanità occidentale riusciva a dominare con essa le proprie paure) ha lasciato il passo a una società irrazionale. Chiamatela pancia, chiamateli interessi primari, chiamatelo disimpegno, chiamatelo egoismo: insomma, quella roba lì ci governa. Per ora, nessun ragionamento, nessuna cultura (in senso lato e nobile) può più difenderci dalle nostre paure: occorre sprangare la porta di casa e mettere lì fuori uno che abbia sfoderato l’ascia di guerra. Nel cuore della vecchia Europa austroungarica legittimi governi spendono soldi (degli altri, anche nostri) per costruire muri; nel tempio della (appassita) democrazia occidentale la maggioranza dei cittadini ha sperato di poter fermare con un banalissimo voto il rimescolamento di popoli che sta rivoluzionando il mondo; nel simulacro delle libertà da oggi comanda un individuo che ha basato il suo successo esprimendo un concetto semplice: occorre limitare le libertà degli altri in favore delle proprie. E dovunque ci sono truppe di cittadini inebetiti dall’ignoranza che inneggiano all’antagonismo, al benaltrismo, allo sfascismo, dicendo no a tutto in nome di un’alterità inesistente. Comunque, dopo Trump il resto dell’Occidente seguirà a ruota: è troppo facile, a questo punto, prevedere la vittoria del No al referendum e il successivo, immediato trionfo dei grillisti qui da noi, alla periferia estrema; come pure la cavalcata vittoriosa del lepenismo in tailleur nel cuore dell’Europa. Il resto verrà da sé: neanche la signora Merkel fermerà la cascata con la mano delle sue (presunte?) regole.

sciopero-minatori-thatcherMa, lo ripeto: è una fine, non un inizio. Il volto buffonesco di Donald Trump chiude il cerchio aperto trent’anni fa dalla signora Thatcher e dai suoi soci; quel cerchio di cui il due comico Berlusconi/Bossi è stato una pedina e una pallida parodia al tempo stesso. Che cosa predicava la cosiddetta Lady di Ferro? Che per far sopravvivere il privilegio occidentale occorresse buttare al mare la zavorra. Fu lei a teorizzare che per salvarsi dal confronto con il mondo globale il capitalismo avrebbe dovuto ampliare le libertà di alcuni a danno delle libertà di molti. Così è stato, ovunque, in Occidente in questi ultimi trent’anni: ovvio che questa dottrina dovesse trionfare nella capitale dell’impero.

Il guaio è che la formula era sbagliata.

La teoria thatcheriana (che è stata chiamata liberismo, figuriamoci, un ossimoro: imporre ideologicamente una libertà sulle altre libertà!) ha prodotto il capitalismo immorale che – una volta scoperta la finanza creativa – ha divorato se stesso. Trump è l’atto finale, non il nuovo inizio. Il nuovo inizio – ché ci sarà, questo è certo – è questo sole che splende oggi a Roma e che continuerà a splendere ogni giorno, come ha ricordato drammaticamente Barack Obama, unico argine e simulacro di razionalità in un mondo irrazionale che ha venduto Freud al mercato dei santoni.

Una cosa importante, però, questa elezione la dice anche a noi che ci occupiamo di cultura e che con gli strumenti della cultura abbiamo cercato e cerchiamo di interpretare e capire il mondo. Dobbiamo cambiare parole, cambiare strumenti. Non è un caso che i cosiddetti (ormai molto cosiddetti) sondaggi non avessero previsto né la vittoria della Brexit né quella di Trump fino all’ultimo giorno. Perché l’andamento del sentimento comune cammina sottotraccia: la paura non si espone, entra nella cabina elettorale ma non si esprime in pubblico. La paura ha paura anche di se stessa: ecco la lezione che la cultura deve trarre da questo rutilante 2016. Spetta agli uomini di ingegno delle nuove generazioni trovarle le parole nuove e gli strumenti nuovi per lenire la paura, per ricondurla nello spazio della ragione. Noi altri possiamo solo aver fiducia: perché fino a quel giorno, ogni giorno sorgerà il sole.

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