Laura Novelli
Visto all'Orologio di Roma

I danni dell’apparire

Tra Brecht e il "teatro verità", Marcello Cotugno ha messo in scena “Il corpo giusto”: un apologo di Eve Ensler sulla visione distorta che la società offre della donna. Fino alla violenza

Si apre come un varietà di stampo brechtiano l’importante spettacolo che Marcello Cotugno ha costruito su “Il corpo giusto” della nota scrittrice e drammaturga statunitense Eve Ensler (di cui ricordo i celebri Monologhi della vagina) e che, debuttato qualche settimana fa al teatro dell’Orologio di Roma, sarebbe auspicabile possa avere ulteriori repliche ed essere visto da tanti spettatori, soprattutto donne. Dico donne perché il tema di questa “preghiera” laica così ferocemente emblematica dei nostri tempi (il libro è uscito nel 2005 per le edizioni Tropea con traduzione di Monica Fiorini) è il corpo femminile. Il corpo femminile come simbolo sociale, come mappa di azioni manipolatorie e omologanti, campo di battaglia autolesionistico, ossessione patologica, oggetto e soggetto consumistico, feticcio ideologico, tremante viatico verso l’equilibrio personale e la possibilità di una vita relazionale serena. Insomma, “luogo” – di per sé teatralissimo – dove far convergere le ambiguità e le contraddizioni più pericolose di questo terzo millennio caparbiamente edonistico e superficiale.

È l’autrice stessa, interpretata con graffiante ironia dalla brava Elisabetta De Vito, a tenere le fila dei diversi quadri in cui è scandito il testo (tra i più incisivi “Pin Up”, “Rosa adolescente siciliana”, “Helena modella trentenne russa”, “Nina una donna italiana”, “Dappertutto”, “A Poem”) e che, parlando direttamente al pubblico, lo guida nelle sconcertanti rivelazioni di questa inchiesta planetaria sui danni dell’apparire. Basti ricordare le parole del prologo: «In un’epoca di escalation del terrorismo, mentre c’è sempre una guerra in corso e i diritti civili di assottigliano rapidamente quanto lo strato di ozono, mentre nel mondo una donna su tra viene violentata o picchiata almeno una volta nella vita, perché state qui a parlare della mia pancia? […] Forse perché mi rendo conto che ormai essa occupa gran parte della mia attenzione, e che l’attenzione delle altre donne è così occupata da pancia, culo, tette, cosce, capelli o pelle da non avere più spazio per pensare alla guerra o a qualsiasi altra cosa. […] Ho visitato più di quaranta Paesi diversi negli ultimi sei anni. Ovunque ho visto lo stesso veleno al lavoro: creme per schiarire la pelle vendute come fossero dentifricio in Africa e Asia, madri americane che fanno rimuovere chirurgicamente le costole alle figlie di otto anni in modo che non debbano più preoccuparsi delle diete, […] ragazzine che vomitano e digiunano fino a morire in Cina, nelle isole Fiji e in ogni angolo del mondo, donne coreane che cancellano l’Asia dalle loro palpebre […] Questa pièce è la mia preghiera».

il-corpo-giusto1Una preghiera d’amore verso il proprio genere che, partendo dalla denuncia e dall’inchiesta di stampo biografico-giornalistico, si trasforma quasi per ossimoro in una festa del corpo, in un inno alla bellezza integra dell’imperfezione, alla forza primigenia dei chili in più, delle pancette rotonde, dei muscoli poco tonici. Un inno soprattutto alla libertà, alla profondità, alla riscoperta dell’”anima” (sì, la scrivo questa parola così spaventosamente obsoleta), a ciò che ogni donna è dentro quel corpo, sotto quelle carni flosce e quei segni del tempo (“Abbiate il coraggio di amare il vostro corpo, smettete di aggiustarlo. Non si è mai rotto”).

Nel raccontare questa umanità femminile così variegata e in fondo sofferente, Cotugno disegna una regia fluida, originale, plastica che accondiscende la scrittura epica della drammaturgia e confeziona un cabaret a tratti ironico, a tratti più compassato e malinconico, sempre e comunque carico di energia e intelligenza. Siamo al confine tra teatro e teatro-danza, tra immedesimazione e straniamento, tra denuncia e lirismo, tanto che questo lavoro ricorda, per certi versi, alcune belle produzioni di Pippo Delbono. Anche perché la musica ha qui un ruolo nevralgico e funziona da tappeto sonoro pressoché costante (ben riconoscibili sono, ad esempio, la canzone femminista “You don’t owe me” di Lesley Gore, un brano di Fiorenzo Carpi scritto per lo sceneggiato “Pinocchio”, un jingle dei sudafricani Die Antwoord, la voce della russa Alina Orlova, canzoni anni ‘40 sulla mafia ebrea americana a moderni sound elettronici ed etnici). Oltre ad Eve/De Vito in scena ci sono la brava Rachele Minelli (molto credibile nel monologo della giovane modella russa con il corpo interamente rifatto) e una strepitosa Federica Carruba Toscano, attrice della compagnia catanese Vucciria Teatro (tra le sue più recenti prove “Ogni volta che guardi il mare” e “Jesus Christo Vougue”) la cui fisicità morbida e flessuosa fa essa stessa da contraltare alle preoccupanti verità della pièce, imponendosi come oggetto teatrale fortemente espressivo sin dal primo quadro (“Pin Up”) e, tanto più, in quel ritorno alle radici che è l’insaziabile, golosissima, Rosa siciliana.

Abiti, foulard, occhiali, scarpe: tanti gli elementi esplicitamente allusivi degli Anni ’50; epoca in cui nasceva il mito della donna/immagine e in cui la pubblicità lanciava un’idea ben precisa del corpo femminile “giusto”. Lo spazio invece ha una connotazione più neutra, quasi fosse una scatola lucida (uno studio televisivo/un luogo dove mostrarsi e guardarsi) in cui bastano pochi oggetti per alludere a luoghi diversi e in cui rimangono a vista i cambi d’abito delle interpreti: ancora, questo, un atto artisticamente politico, un volersi posizionare tra finzione e realtà, tra gioco e impegno. Non è un caso, infatti, che la quarta parete venga infranta spesso e che altrettanto spesso sia il pubblico ad essere interrogato, sollecitato, chiamato in causa. Come nello splendido epilogo in cui le tre interpreti, tornate alla natura nella loro integrale nudità e riappropriatesi dunque di un’identità che poco a che fare con le apparenze, si rivolgono agli spettatori per chiedere maglioni o soprabiti con cui coprirsi. Non resta che il tempo di una poesia (“A Poem”, appunto) e delle note di “Song to the Siren” di Tim Buckley per dire e dire e dire ancora: “Il nostro corpo è il nostro paese, / La sola città/ il solo villaggio, / il solo tutto / che conosceremo mai”.

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