Giovanni Sorge
Riflessioni tra politica e arte

Don Abbondio e il G8

Il cinema, l'Italia, la grande economia, il potere e la sua controfigura spirituale. Incontro con il regista Roberto Andò, autore de "Le Confessioni": «Oggi il grande sentimento del mondo è il vuoto»

Nel suo più recente film Le confessioni, il regista, scrittore e sceneggiatore siciliano Roberto Andò affronta il tema del potere della politica e dell’alta finanza ma anche del silenzio capace di vincerne le logiche spesso disumanizzanti. Un resort di lusso sul Mar Baltico fa da scenario al raduno convocato dal direttore del Fondo Monetario Internazionale, Daniel Roché (impersonato da Daniel Auteuil), per pianificare una manovra finanziaria segreta volta a favorire la situazione di pochi paesi a discapito di molti. Insieme ai ministri dell’economia delle nazioni più industrializzate e alcuni ospiti selezionati, ossia una scrittrice per l’infanzia (Connie Nielsen) e una rock star (Marie-Jose Croze), v’è anche un monaco certosino, Roberto Salus (Toni Servillo): figura austera e atipica, che ama registrare i canti degli uccelli (e fumarsi qualche sigaretta in solitudine), presso cui Roché vuole confessarsi. Malato di cancro ma soprattutto tormentato dal senso di colpa e da un bisogno di redenzione in extremis, Roché viene trovato morto suicida all’indomani dell’incontro con il monaco. Ciò scompagina il ritmo dei lavori, scandito da colazioni, sessioni wellness e champagne, inducendo qualcuno – in minoranza – a un ravvedimento; e spingendo i ministri a far cerchio intorno a Salus, divenuto d’un tratto il possibile detentore d’informazioni top secret. Ma questi, tetragono, oppone il voto del silenzio, reso ancor più enigmatico da un misterioso algoritmo e un disegno. Figure animali – un cane, gli uccelli e, in particolare, un’upupa – diventano vive metafore di quanto, al di là del cerchio magico dell’ego, non si lascia fagocitare dalle dinamiche mortifere del potere.

Impreziosita dalla fotografia raffinata e sontuosa di Maurizio Calvesi e accompagnata da una colonna sonora tersa ed elegante (Fulgenzio Ceccon), la storia si dipana a ritmo di thriller, con dialoghi densi, talora apodittici e un sapiente inanellarsi di flashback. L’algida cornice del lussuoso hotel tedesco, già teatro di un G8 realmente tenutosi nel 2007, conferisce agli eventi un aspetto quasi surreale lasciando trapelare una lontanza siderale dal mondo esterno, eppure incistata al cuore della volontà di potenza propria di politica e finanza. Inaspettata e spiazzante, la morte – dell‘infelice grande marionettaio Roché – appare allora come sospensione dell’insano connubio tra vita e profitto ad ogni costo, richiesta di ripensamento integrale delle conseguenze del capitalismo neoliberista (ivi compresa la cosiddetta „distruzione creatrice“ teorizzata dall’economista Joseph Schumpeter).

toni-servillo-roberto-andoForse soltanto un Dio ci può salvare, sembra dirci, heideggerianamente, Roberto Andò. E se non un Dio, chi a Dio si è votato, e il cui tacere indica la condizione imprescindibile per creare o ritrovare quello spazio (interiore ed extramondano) impermeabile alle lusinghe del potere: che è poi lo spazio dell’etica. A chi si nutre, invece, di quelle lusinghe, votatosi al dogma laico di un capitalismo cosificante (o abbacinato dall‘illusione tecnicistica dell’eterna riproducibilità dell’esistente, di soggetti e cose), la morte non può che risultare estranea, spuria, incontemplata. Perché il di lei memento è stato radiato dal pensabile e, ancor peggio, dall’immaginabile.

Di Le Confessioni abbiamo parlato con Roberto Andò all’indomani dell’applaudita proiezione presso la dodicesima edizione dello Zurich Film Festival (22 settembre-2 ottobre 2016).

Nel celebre undicesimo capitolo delle Confessioni Agostino d’Ippona parla dell’incommensurabilità e incomprensibilità del tempo. Presente passato e futuro si fondono in un’unica dimensione, inverandosi nella presenza, potremo dire psichica, del tempo come distensio animi. Che il tempo non esiste se non in relazione all’anima lo ricorda Salus a Rochè, e il film è costellato di citazioni e allusioni agostiniane. Emergono inoltre due differenti concezioni: da una parte l‘economista che si ritiene padrone del tempo proprio ed altrui (“ho appena fatto una donazione al suo convento”, dice al monaco) e dall’altra Salus, che ne afferma l’inesistenza invocando, di contro, una norma trascendente. Mi pare di capire che si tratti di un tema centrale nella sua opera.

Sì, è un dato importante, perché di solito tutta la vicenda relativa all’economia e a come essa ha cambiato il nostro rapporto con la vita viene considerata e misurata in maniera astratta: confrontando sistemi, attraverso le logiche del neoliberalismo che negli ultimi vent’anni ha prevalso rispetto alle istanze sociali presenti ad esempio nelle teorie economiche di Keynes. È impressionante come oggi una certa soluzione economica ci venga presentata come una ricetta di cui non si può fare a meno. Come se fosse una chiave magica. Il film contesta proprio questa chiave magica. Ma a partire da qualche cosa che riguarda gli aspetti della nostra vita più essenziale. Come il tempo; o il rapporto con gli oggetti. A forza di moltiplicare gli oggetti si determina, ad un certo punto, la perdita di quel rapporto di necessità che intercorre tra una cosa prodotta e ciò di cui si ha bisogno. Viviamo in un’era nella quale, soprattutto nei luoghi dell’opulenza e del benessere, è come se fossimo persi, scissi. Perciò quella frase sul tempo mette in moto una qualità diversa, che attiene alla morale, all‘etica. Addirittura il monaco dice a Roché: “perdere tempo non ha mai fatto male a nessuno”. Quindi…

Quasi a ricordargli che fa parte della natura umana.

Sì, cosa c’è di più bello e più umano di quella prerogativa del perdere tempo che Roché non ha mai voluto seguire? È come se questi due personaggi fin dall’inizio si presentassero come due polarità, in cui si ritrova l’Occidente di oggi. Ciò che a me sembra interessante è che questo monaco ritiene di non possedere nemmeno la propria vita, mentre Roché e gli altri si sentono in qualche modo autorizzati a controllare le vite degli altri. È questo il dato sostanziale: non considero nemmeno la mia vita come mia. È un discorso che rimanda ad Agostino, perché è come se quest’ultimo avesse introdotto per la prima volta in ambito teologico il tema dell’interiorità. È stato il primo.

le-confessioniIl primo a rivolgersi a Dio in quel modo. Fin dall’inizio delle Confessioni, è affascinante ascoltare questa voce del III-IV secolo che invoca un Dio che è ancora un Dio panico, della natura, e al contempo cristiano, “luce delle menti” che in qualche modo possiede la chiave capace di render conto di ogni cosa fuori ed entro l’essere umano. Verso questo Dio Agostino ha una fede totale e gli si rivolge come se fosse un Tu.

Per la prima volta sentiamo la musica dell’interiorità. E da allora ci accompagna.

Tornando a questo cozzare tra due concezioni del mondo. Non crede di aver un po‘ ‚peccato‘ di ottimismo nel rappresentare una figura che arriva ad affermare “io non dispongo di me stesso“? Questo “militante del bene“, come lei l’ha definito, alla fine vince.

Vede, è molto facile oggi investire sul male. Anche in termini di mercato. E ciò vale soprattutto per chi produce finzioni, come ad esempio i registi. È facile immaginare personaggi che esprimono il male o le sue declinazioni. Questo personaggio invece è un’ipotesi del bene. Se pensiamo alla letteratura italiana, la grande figura che in qualche modo domina è quella di Don Abbondio. Quell’atteggiamento di paura è l’atteggiamento che ha vinto nella storia.

Intende nella storia italiana?

In generale, e sicuramente in quella italiana. Anziché Don Abbondio, a me piacerebbe che vincesse Salus. Salus è una figura spuria. Anche del cattolicesimo.

Legge Ernesto Buonaiuti, uno dei padri del modernismo teologico.

Ed io ho scelto un monaco (certosino) perchè è eccentrico rispetto al potere della chiesa: un fatto che mi sembrava importante. Al contempo, si potrebbe dire, rappresenta una figura di antiitaliano. Nel senso che è molto italiano (all’inizio cita Fedinando Russo, la poesia sul’angiulillo [“Quanno ncielo n’angiulillo / nun fa chello c’ha da fà, / ‘o Signore int’a na cella / scura scura ‘o fa nzerrà” (…)].)… Ma nella sostanza è un antiitaliano perchè, nel modo di vivere degli italiani, anche relativamente alla spiritualità, c’è più Don Abbondio che questo ecclesiastico così intransigente…

…Intransigente anche nel silenzio della confessione e nel potere che da esso gli deriva. In questo senso, il suo film vuole accendere una speranza.

Assolutamente. C’è dietro una scommessa sul bene che ovviamente ha anche dei risvolti ironici. Mi riferisco per esempio al finale, per così dire chapliniano. E al fatto che, alla fine, quest’uomo vince la manche con un bluff, in mano non ha nulla. Non gli sono stati rivelati segreti. Si gioca la partita mostrando al consesso dei ministri l’equazione, ossia la stessa carta illusionistica fornitagli da Roché. Il quale gli ha detto: “se mostrassi quest’equazione ai miei, ci crederebbero che siamo nei guai“. Ecco il risvolto ironico del film, che peraltro riguarda anche, in parte, il tema degli animali, sul cui significato simbolico di solito evito di dare interpretazioni, lasciando gli spettatori liberi di interpretare come credono. D’altronde, inizialmente non avevo pensato al fatto che l’upupa è una poesia di Montale (“Upupa, ilare uccello calunniato / dai poeti, che roti la tua cresta / sopra l’aereo stollo del pollaio / e come un finto gallo giri al vento; / nunzio primaverile, upupa, come / per te il tempo s’arresta, / non muore più il Febbraio, / come tutto di fuori si protende / al muover del tuo capo, / aligero folletto, e tu lo ignori”). Montale lo chiama l’uccello ilare. E, dice, è l’uccello che sospende il tempo. E quindi, chissà come, io…

Lei non ci aveva pensato?

No, non ci avevo pensato. Conosco quella poesia, ma poi chissà, le cose funzionano in modo inconscio.

le-confessioni-daniel-auteuilSulle risonanze di motivi simbolici nell’ambito della creazione artistica la psicologia analitica avrebbe molto da dire. Vorrei però tornare alla sensazione di sconforto che può trasmettere il film nella misura in cui tratteggia, con realismo, quella sorta di alterità esistenziale che sembra caratterizzare molti di questi personaggi che reggono le sorti del mondo. Lei stesso ha ricordato la storia della location [il Grand Hotel Heilingendamm venne impiegato dai nazisti come ospedale psichiatrico e all’epoca della DDR fu un sanatorio] osservando come in occasione del G8 tenutosi nel 2007, per evitare i disturbi delle manifestazioni l‘albergo venne circondato da un muro d’acciaio: un fatto simbolicamente pregnante. Per qualche bizzarra associazione il film mi ha ricordato l’ultimo lavoro di Kubrick Eyes Wide Shut. Perché quella maschera che compare alla fine, deposta sul cuscino, suggerisce un senso d‘impotenza e smarrimento rispetto a una certa tipologia del potere. Ora, ne Le confessioni vince una figura votata a valori che vanno oltre il mero profitto, e richiamano al trascendente. Però è vero che – per dirla con Guénon e anche con Battiato – il re del mondo ha un potere quasi sovrumano rispetto alle vite dei cosiddetti comuni mortali. Dico questo per chiederle che cosa, a suo parere, può fare il cinema, il teatro, l’arte?

Guardi, è molto difficile dare un senso, come dire, utillitaristico, ai film… C’è una bellissima frase di Harold Bloom, il grande critico letterario, sulla lettura, che potrebbe valere per qualunque intrattenersi delle persone con un’opera. Egli si chiede: a che serve un’opera? Serve a prepararsi a quella solitudine estrema che è prima della morte. Allora, qualunque creazione artistica, visione ecc. serve in qualche modo a intrattenere e allenare la propria solitundine. Solitudine però che cosa significa? È quel convocare quegli aspetti migliori di sé. Aspetti che le fantasie, le cose possono attivare. Allora io credo che il cinema – ma è un po’una mia immaginazione – sia un ponte sospeso tra l’immaginazione e la realtà. Deve essere questo. E l’Italia, in qualche modo, lo ha sempre fatto. Sia attraverso il realismo – il neorealismo, ecc. – sia adottando accenti più romanzeschi, quindi un cinema più romanzesco. Sicuramente questo film corrisponde di più a questa tipologia. Ora, tornando a Kubrick, Eyes Wide Shut è uno dei grandi film sul potere. Ma, rispetto ad allora, mi sembra ci sia stato un cambiamento. Dal 1999 sono passati tanti anni e il potere si è evoluto. Nel senso che si è totalmente sbriciolato. In altre parole: oggi il grande sentimento del mondo è il vuoto. E il potere lo sente; e ne risente. Mentre allora Kubrick ci proponeva un potere in forma di società segreta, adottando il tema della maschera, capace di condurre un gioco sottilissimo, spostando il senso del sogno e della realtà, finendo quindi per descrivere un senso di onnipotenza, oggi, invece, io non potrei dire lo stesso. Io sento il potere inadeguato. Nel film racconto un potere incapace di tenere sulle proprie spalle il peso delle proprie decisioni: fragile. Con questo, non meno maschera. Ma incapace di avere una voce. Di fronte a quell’evento che è la morte di uno di loro, essi sono impotenti. Questo monaco, quindi, è come se li conducesse a qualche cosa che hanno perduto; o con cui non hanno più alcun rapporto.

le-confessioni2Un‘altra frase pronunciata da Roché, “noi non abbiamo il diritto d’essere infelici”, indica questa disumanizzazione.

Per questo io penso che il senso del potere si sia eroso, tant‘è vero che persino l’economia, che Walter Benjamin definiva una teologia – in tedesco “debito”…

…si dice Schuld, che significa anche colpa.

Appunto. Oggi, questo aspetto profondamente dottrinario dell’economia si è scompaginato ed è entrato in crisi. Dopo l’ultima grande crisi del 2009 gli economisti sono allo sbando. Quindi ho la sensazione che siamo in un momento in cui la stessa idea di potere è talmente cambiata rispetto a quel momento, monolitico, che il potere oggigiorno lo si racconta meglio attraverso lo smarrimento. Allora Kubrick scelse la forma del labirinto e vi fece perdere quel personaggio, impersonato da Tom Cruise. Oggi però io tendo a non considerare più il senso del potere come pienezza. Era un’illusione già allora, ma oggi è caduto questo velo.

Alle spalle lei ha un percorso molto intenso e ha avuto maestri e ‚compagni di strada‘ dallo sguardo estremamente attento a problematiche di carattere sociale, a partire da Sciascia, ha lavorato con Francesco Rosi, Moni Ovadia, ed è arrivato, dopo Viva la Libertà che tratta peraltro il tema del potere politico in Italia, a questo film in cui unisce politica, società, religione e trascendenza. Mi viene da chiederle: in che direzione sta proseguendo?

Difficile dirlo. Diciamo che ognuno in un certo senso fa in modo di incontrare i maestri che vuole. A Palermo, in quella Palermo poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino, nel 1992-93, sentivo di non avere dei riferimenti ed andai a cercare Sciascia, me lo presentò Elvira Sellerio, e da allora siamo legati, ci siamo legati di un rapporto decisivo… Contemporaneamente incontravo Rosi, diventai suo assistente, ed è stata una delle amicizie fondamentali. E poi nella vita si incontrano persone che in qualche modo ti sollecitano, o con cui ti ritrovi. Per esempio sono diventato amico di Harold Pinter. Pinter è uno scrittore che affrontato grandi temi etici e politici, senza essere mai stato un predicatore. Ha sempre privilegiato l’innovazione, la forma: sulla scia di Beckett, non ha mai fatto un discorso veramente sociale come una predica. L’ha sempre fatto dentro una forma. Questo mi sembra essenziale: trovare la forma perchè, oggi, si riveli un tema politico, sociale. Questa funzione partecipativa del cinema è per me fondamentale. E lo stesso vale per il teatro. Quanto alla mia opera, mi ritengo, per così dire, uno schizofrenico totale. Invece di escludere includo, in tutte le sue derivazioni. Quasi una vita, qualcuno dice, rinascimentale. Sto scrivendo un romanzo, penso al prossimo film, ho fatto uno spettacolo teatrale di Thomas Bernhard che sta andando in scena a Roma, a Milano, ecc. Ma il punto sta nel fatto, come dire, di cercare di trovare la forma giusta per raccontare la sfida con la tensione, ecco, necessaria per parlare del nostro rapporto con la società, col potere: temi che, da sempre ed oggi in particolare, ci appassionano, ci devono appassionare.

Come è stato accolto il suo nuovo film in Italia?

Le Confessioni ha suscitato notevole attenzione, è come se avesse aperto una finestra che sta sempre chiusa. Perché, a parte Ermanno Olmi e pochi altri, la tensione spirituale e un pensiero che tenga conto del trascendente mi sembra continuino a rimanere minoritari nel nostro paese. E ogni volta che questa finestra si apre, e si dialoga su questi temi… non sanno più come definirti.

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Questa intervista a Roberto Andò, qui riportata in versione integrale, è stata condotta a Zurigo il 26.9.2016 per conto de La Rivista, ove è apparsa in forma abbreviata (La Rivista, Anno 107, n. 11/2016; v. http://www.ccisweb.com/IT/).

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