Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Franco Buffoni

Contro i padri

Il tema dell’ultima raccolta del poeta lombardo è l’omosessualità, e il rapporto controverso con la figura paterna percorre la trama autobiografica della crescita in un contesto omofobico. Del resto, anche per Leopardi non fu diverso...

L’ultima raccolta di Franco Buffoni, datata 2015, si intitola Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli, 128 pagine, 17 euro). Si tratta di una silloge suddivisa in quattordici sezioni che accolgono componimenti brevi, di taglio per lo più epigrammatico, dedicati in gran parte al tema autobiografico del rapporto tra genitori e figli, anche se, nel caso di Buffoni, si deve parlare di un autobiografismo sui generis, relativo a quella particolare Bildung affrontata in raccolte precedenti, di cui ricordiamo Il profilo del Rosa (2000), Guerra (2005) e Jucci (2014). Il titolo del libro è ispirato alla figura di Alan Turing (1912-1954), uno dei padri dell’informatica, «il cui contributo fu decisivo nel decrittare i codici segreti nazisti» e che «morì suicida, dopo essere stato sottoposto a castrazione chimica in quanto omosessuale». E il tòpos dell’omosessualità è quanto mai presente nella dinamica della raccolta, ricorrendo come un fil rouge nelle varie sezioni della stessa che si articolano procedendo quasi a strappi, con improvvise variazioni intorno al nucleo di quelle tematiche “forti” che da sempre caratterizzano la poetica di Buffoni. Tra queste ricorre il rapporto controverso con il padre («Ogni volta che fisso negli occhi un albero / Sento che mio padre mi guarda / E non è affatto piacevole») e quello con la madre, più amorevole e disteso, contrassegnato da una forma di peculiare pietas. Nel 2012 è uscito l’Oscar Mondadori comprendente le Poesie 1975-2012.

La sua ultima raccolta poetica, Avrei fatto la fine di Turing, contiene alcune poesie che figuravano in altri libri. È stata un’eccezione o è un suo particolare modus operandi?
cop-buffoniDisegno i miei libri di poesia anceschianamente, partendo da un preciso “progetto”. Essi sono tutti provvisti di una “trama”. Queste trame sono molto diverse tra loro. Non pubblico mai un libro se non ho una nuova idea, una nuova trama. Al contempo, nel mio archivio ho catalogato oltre 250 poesie inedite, mai pubblicate non perché “brutte”, ma semplicemente perché non congeniali o funzionali alla trama dei libri che via via andavo pubblicando. Prima o poi forse giungerà anche il loro turno. Avrei fatto la fine di Turing è una ricostruzione della mia crescita in un contesto fortemente omofobico, pur se permeato dall’amore assoluto della madre. Per rendere credibile il contesto, ho preferito fare ricorso ad alcune poesie incentrate sulle figure genitoriali apparse in libri precedenti, perché più pertinenti, rispetto ad altre poesie, che avevano il pregio di essere inedite, ma erano anche meno congeniali alla costruzione di quella trama. Dunque, alla realizzazione di quel progetto. Come i miei lettori ormai ben colgono, credo molto nel concetto di macrotesto.

In Avrei fatto la fine di Turing è presente una forte invettiva contro la figura del pater familias, impersonata dal suo stesso genitore o da Monaldo Leopardi, come nel testo inaugurale della raccolta.
Credo che nei confronti di Leopardi l’accademia italiana abbia commesso – e stia ancora commettendo – uno dei suoi crimini peggiori, continuando pervicacemente a non prendere in considerazione un dato biografico essenziale: Giacomo Leopardi era omosessuale. Bene vixit qui bene latuit, diceva Cartesio, con riferimento alla necessità di nascondere, di tacere, di essere ipocriti per sopravvivere. Avrei fatto la fine di Turing è imperniato sulla ribellione a questa impostazione, simbolicamente rappresentata dal superego dominante della figura paterna. Nel libro inoltre, la figura di mio padre finisce col sovrapporsi a quella del padre poetico, Vittorio Sereni, per consonanza di caratteri, esperienze belliche e di prigionia, circostanze biografiche. Creando intensi corto-circuiti che i miei lettori non hanno mancato di notare.

Lei è uno dei più affermati traduttori italiani. Quali sono le versioni a cui è più affezionato?
Con l’eccezione del primo decennio della mia vita adulta, in cui ero costretto a dedicarmi anche a traduzioni “alimentari”, dopo aver conseguito il ruolo in università ho sempre potuto scegliere i poeti da tradurre, passando dai grandi romantici inglesi ai contemporanei novecenteschi, e dedicandomi anche ad altre lingue oltre all’inglese, che ormai configuro come un enorme contenitore. Nell’ultimo quaderno di traduzioni, Una piccola tabaccheria, estendo il mio interesse dall’inglese elisabettiano a quello delle poetesse anglo-indiane contemporanee, per esempio. Quindi, per tornare alla sua domanda, oltre a Coleridge, Shelley, Keats, Byron (sulla vita del quale ho scritto anche un romanzo: Il servo di Byron, Fazi, 2014), i due poeti novecenteschi che sono più contento di avere tradotto sono Seamus Heaney e Tomas Tranströmer, due grandi premi Nobel. Che però ebbi la fortuna di conoscere e tradurre ben prima del conferimento di tale premio. Heaney addirittura dagli anni Settanta; quindi potei frequentarlo a Cambridge negli anni Ottanta, mentre traduceva Dante e non gli pareva vero di avere a disposizione un giovane italiano in grado di leggere Dante divertendosi. Heaney era davvero un bon vivant davanti alla sua pinta di birra, la sera. Ma di giorno era rigorosissimo come docente. Smisi di tradurlo nella seconda metà degli anni Novanta, quando tutti quelli che prima lo avevano ignorato si buttarono a pesce sulla sua opera. E cominciai a tradurre Tranströmer, che allora proprio nessuno conosceva in Italia. Lo amai al punto che, per qualche settimana, il mio libro Il profilo del Rosa si intitolò I ricordi mi vedono. Che cosa aggiungere? Evidentemente porto fortuna.

Può parlarci della rivista di traduttologia “Testo a fronte” che lei dirige?
Il semestrale “Testo a fronte” edito da Marcos y Marcos nacque 27 anni fa per divulgare anche in Italia i rudimenti di una nuova scienza: la traduttologia. La rivista si avvale di un Comitato Scientifico nutrito e prestigioso. Ogni numero è strutturato in modo abbastanza organico. Ai saggi teorici e alle anticipazioni dai più importanti lavori di traduzione, seguono l’autoritratto di un traduttore-poeta, il lavoro di due o tre giovani autori, un ripescaggio storico (Berchet, Cervantes, M.me de Staël, Foscolo, Bruni, Dryden, Huet), un Quaderno di traduzioni con una quindicina di versioni scelte di vari autori contemporanei o del passato in italiano o dall’italiano, recensioni e segnalazioni. “Testo a fronte” – tuttavia – sia per i contributi critici sia per quelli poetico-traduttivi non è solo una vetrina per nomi affermati. Anzi, le sorprese più belle a volte vengono proprio da dottorandi che magari non hanno mai pubblicato in precedenza. Noi badiamo soltanto all’originalità e alla qualità del lavoro. Per quanto riguarda la nostra posizione teorica, siamo convinti che la traduzione letteraria e di poesia in particolare, prima che un esercizio formale, sia un’esperienza esistenziale intesa a rivivere l’atto creativo che ha ispirato l’originale.

Oltre che poeta, saggista e traduttore lei è anche narratore. Come riesce a conciliare queste diverse attività?
Evitando di perdere tempo andando in vacanza, per esempio. In agosto lavoro benissimo nel silenzio della mia casa di famiglia in Lombardia. Dalla metà di dicembre alla metà di gennaio mi mimetizzo nell’anonimato romano osservando anche una scrupolosa dieta. Ho dunque due postazioni di computer fisse identiche, che con gli anni sono andato sempre più considerando come vere e proprie protesi. I miei libri in prosa (narrativa, saggistica, docu-fiction) vengono scritti in queste due postazioni di computer: quella di Roma, che sta proprio al centro del cosiddetto Tridente a duecento metri da Piazza del Popolo, nel silenzio più totale perché c’è isola pedonale e poi quando scendo ho il flusso costante delle persone che passeggiano in Via del Corso; o quella prealpina. La scrittura in poesia, invece, ha la grande fortuna di poter uscire in qualsiasi momento: bastano il foglietto e la matita sempre in tasca e quindi, anche quando passeggio, anche quando sono in giro, il verso può fuoriuscire in qualunque momento e a volte sono i versi migliori. L’idea può arrivare nella situazione più impensata. Quando sei al supermercato, in coda alla cassa per pagare. O in metropolitana. Per cui ho sempre una matitina e un foglietto a portata di mano. In una poesia del Profilo del Rosa scrivevo: «Il foglietto a portata di mano / la biro da scaricare». Prendo il mio appunto, poi è chiaro che tutto va rivisto, rielaborato.

Può commentare la poesia inedita presentata?
Ul Sass de Preja Buia è un enorme micascisto, un masso erratico ritenuto sacro fino all’Ottocento, in particolare per la fertilità delle giovani spose. Zumstein è una delle cime del Monte Rosa. Taino è una località situata nella zona di brughiera del Parco del Ticino.

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franco-buffoni

Ul Sass de Preja Buia

Richiama insieme il movimento e l’immobilità

Ul Sass de Preja Buia in quel di Sesto

Sulla sponda orientale del Ticino

Appena uscito dal Verbano.

Una massa pesante come scheggia di Zumstein

Che in leggera erranza

Sullo strato di ghiaccio precambriano

È poi a fondo penetrata nel terreno

Al bivio per Taino.

Come la scheggia quella vera

Del vetro nel mio polso

Di bambino.

Franco Buffoni