Marco Fiorletta
Una storia di flipper, cappuccini e impegno

Chiacchiere da bar

Il catalogo di una vita scorre anche negli spazi, nelle abitudini e nelle chiacchiere dei bar vissuti. La loro storia non è quella di una singola esperienza, ma quella di un pezzo (significativo) di immaginario comune

È tornato di moda dire chiacchiere da bar, non perché la quantità di corbellerie dette nei locali siano aumentate ma perché sembra che esse si sviluppino principalmente nella rete, in particolare su Facebook. Per alcuni versi, il paragone può essere giusto, per altri è assolutamente sbagliato. Nei bar di solito c’è il tizio uso alzare il gomito già dal mattino che si mette lì in quell’angoletto su cui tu casualmente volgi lo sguardo. E parla da solo in attesa che qualcuno abbocchi. Parla dei fatti di cronaca o di politica e spesso di sport. I clienti fissi di solito evitano la trappola ma qualcuno che ci casca c’è sempre e allora si sviluppano dialoghi, discussioni che hanno un che di comico. In altri si può trovare il “matto del quartiere” che sproloquia. Ma, insomma, sono personaggi che non provocano danni se non un fastidio all’udito. Ben diverso dai propalatori di notizie false, allarmanti e via dicendo che si trovano sui social network. Il vero problema è che alle chiacchiere da bar nessuno prestava attenzione invece a quelle nell’etere c’è sempre qualcuno, anzi tanti, che abboccano. Ho pensato ai bar che ho frequentato nella mia vita e sinceramente non ho trovato, o mi è rimasto impresso nella memoria, un chiacchierone che abbia lasciato il segno. Ne è venuto fuori un racconto-elenco che è anche parte della mia vita.

Il Paese. Il bar della Stazione: non ricordo se questo fosse il nome, ma per me bambino era così. Non che frequentassi i bar in tenera età, era gestito o di proprietà di un coetaneo amico, poi perso di vista. Era in piena curva sulla statale e la strada che portava al centro, d’estate sotto i platani che lo costeggiavano si metteva il cocomeraro che te li vendeva dopo aver fatto la “prova”. Era piccolo, direi nei ricordi, minuscolo. Davanti, le pompe di benzina e gasolio, la colonnina dell’aria, dietro la porta che immetteva in un locale con un banco, la macchina del caffè e il contenitore con le paste. Anni dopo le identificai con la Luisona di Benni ma allora, bambino, mi piaceva quella che si chiamava pesca, due palle di pasta dolce unite da una crema e con sopra una ciliegia, il tutto con un vago sapore liquoroso. Oppure le girelle fatte con la crema di burro e altre porcherie simili che erano tanto buone e che ora facciamo finta di schifare ma nel nostro intimo le rimpiangiamo. Ci si vedeva al bar per poi andare a giocare al convento dei cappuccini. Ma questo è materiale per altre storie. Non ricordo che nel bar della Stazione ci fosse qualche tipo particolare che intrattenesse i clienti con le sue chiacchiere, ma d’altronde ero troppo piccolo perché mi interessassero.

guttuso-boogie-woogiePoi ci sono il Brio bar, quello di cui non ricordo il nome e il Circolo Enal. I primi due sono entrati già in un lungo racconto che qualche sfortunato ha avuto la sventura di leggere, il primo era il punto di ritrovo dalle medie in poi. Ritrovarsi al Brio bar era come fare l’ingresso nell’età adulta o quasi. D’altronde aveva tutto, il bigliardino (in italiano biliardino, ma non ricordando il dialetto potrei anche aver detto una stronzata); il juke box, grazie al quale i più piccoli conoscevano musiche e interpreti diversi da quelli che ci ammanniva la Rai (a quel tempo non c’erano altre emittenti); il flipper con il maledetto tilt che ti fregava sempre quando stavi per fare un buon risultato ed eri preso dalla foga e non misuravi la forza. Al piano inferiore con entrata indipendente c’era il Circolo Enal, mentre il Brio bar era frequentato principalmente da studenti e da giovani al Circolo andavano adulti e lavoratori anche perché aveva i biliardi per giocare a boccette e stecca. Diverse cose accomunavano i due locali, il politicamente scorretto e sessismo e testosterone a volontà perché la presenza femminile era ridotta nel primo e assente nel secondo. Ecco, in questi locali di chiacchiere da bar se ne sentivano molte. Sulla politica, preferivo farla in sezione, sulle donne e sul calcio. Dico la verità, non ho mai prestato molta attenzione alle parole al vento, ero troppo impegnato ad apprendere l’arte del biliardino e degli altri giochi, tanto sono sempre rimasto un’aurea mediocritas (al biliardo nemmeno quello, una vera schiappa), e cioccare (puntare) le ragazze, sui risultati meglio sorvolare. Al Brio bar ci si ritrovava anche la mattina presto, prima di entrare a scuola e lì si decideva se fare sega (bigiare per i nordisti) o meno. Ogni scusa era buona. Ricordo un sabato che aveva nevicato, parliamo di due o tre centimetri, quindi nulla. Ridendo si decise che dato che c’era la neve non si poteva andare a scuola e di andare nella vicina stazione sciistica. Era l’epoca dei pantaloni a zampa d’elefante che strusciavano per terra. Lascio alla vostra immaginazione le condizioni in cui si tornò a casa. Aggiungeteci che fummo visti dal professore di religione, un prete, e pensate al casino che ne venne fuori. Nello slargo vicino al Brio bar tenni il mio primo comizio, era maggio del 1975, e lì mi feci due sambuche prima di iniziare. Il bar senza nome lo ricordo principalmente per il gelato artigianale e perché i proprietari avevano anche il carro funebre del paese. C’erano, è ovvio, anche altri bar nel paese ma non li frequentavo se non occasionalmente perché per un motivo o un altro non rientravano nei percorsi giovanili.

Roma. I bar di Roma sono legati principalmente al lavoro e di conseguenza alla redazione de l’Unità dove ho trascorso tutta la mia vita lavorativa dai diciannove anni fino alla cassa integrazione e alla pensione. Il primo che mi viene in mente è quello che era, e c’è ancora, in piazza dei Siculi. Era il punto di riferimento che avevo preso per il mio primo giorno di lavoro, 16 maggio 1976. L’ansia mi fece arrivare con largo anticipo rispetto alle sette di mattina in cui iniziava il turno tra i fattorini. Mi prese lo sconforto quando scesi dall’autobus in quella fredda mattina e scoprii che era chiuso. Ero lì, sulla piazza, solo e senza sapere cosa fare finché non decisi di chiedere che mi facessero entrare e mi scontrai con un portiere che non era stato avvertito che ci sarebbe stato un nuovo fattorino. Ci misi un po’ per convincerlo ma alla fine mi fece entrare. Si chiamava Vincenzo e aveva un bel paio di baffoni. Rimasi con lui in buoni rapporti nonostante il pessimo inizio.

guttuso-la-discussioneIl bar-tabacchi fu per anni approvvigionatore di tramezzini freschi fatti sul momento, ovvero sempre. Piccolo inciso, c’era anche una pizzeria gestita da una rubizza e pienotta signora con una voce esile che ci accoglieva tutti con: “La pizza calda-calda”. Era buona, la pizza. L’altro bar si chiamava, con un tocco di fantasia Piccolo bar ed era di Bruno e consorte. Nonostante fosse un buchetto, anche qui c’era un flipper che vedeva alternarsi dipendenti de l’Unità, compresi i direttori, e della federazione comunista che era dietro l’angolo. E lì conobbi un giovane di belle speranze, mio coetaneo, che poi fece una luminosa carriera ma che ebbe modo di dichiarare in seguito che non era mai stato comunista. Certo, qui di chiacchiere se ne facevano molte, quasi sempre di politica e anche molto noiose come sapevano essere i comunisti, veri e di facciata. Altro bar che ricordo, non esiste più, è quello della sede distaccata della Cgil di via Boncompagni dove come fattorini portavamo un pacco di giornali con il giro della mattina. Lo ricordo bene perché consumavamo cappuccino e due cornetti a testa di cui uno passava in cavalleria (ovvero non pagato). Che ci volete fare, qualche peccatuccio l’ho anche io. Quello del cornetto aggratis era un gioco che si è portato avanti con gli anni. Quando l’Unità riaprì dopo la chiusura del 2001 per un certo periodo ho seguito le manifestazioni per l’edizione on line del giornale, intervistavo, diciamo così, personaggi noti o partecipanti, e mi veniva di solito affidato qualche stagista da portarmi dietro. Una volta ne ho scandalizzato uno per avergli fatto consumare il pasto in un noto bar senza farglielo pagare.

Abbandonammo via dei Taurini nel 1992 per approdare in Via due Macelli, iniziò a circolare subito la nuova definizione tre Macelli dopo Momento Sera e Paese Sera: fu una profezia facile da fare al punto che si avverò. Intanto, rispetto a via dei Taurini cambiò anche il bar: subentrò il bar di Dino. Anche questo un buco lungo e stretto, senza infamia e senza lode che non mi ispira particolari ricordi. Nel 2004 fummo deportati in quel di via Benaglia, al portuense e i bar diventarono due. Uno gestito da tre ragazzi abbastanza scrauso ma in cui mi trovavo bene. Facevano benissimo i pomodori con il riso e le relative patate al forno. L’altro, invece, aveva i cornetti sempre fragranti e caldi, avevano il laboratorio nel sottosuolo. Niente ricordi particolari, lo scrauso ha cambiato gestione, nell’altro, quando mi capita di andarci, mi fa piacere essere riconosciuto e salutato con calore dai baristi. Poi arrivò la crisi, la cassa integrazione e la pensione e terminò il rapporto con i bar di Roma. Ora ho solo il bar sotto casa e, stupite, un chiacchierone lo sono diventato io.

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Nelle illustrazioni, alcuni bar di Roma nei quadri di Renato Guttuso

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