Lidia Lombardi
Itinerari per un giorno di festa

Pellegrinaggio a Margutta

Una passeggiata nella “via degli artisti” non solo per la mostra en-plein-air di opere di celeberrimi artisti italiani. Ma anche (nella giugla delle macchine che la soffocano) per rendere testimonianza a un passato che si vorrebbe valorizzato

Ci sono parecchie buone ragioni per proporre, questa volta, una passeggiata a Via Margutta. Un motivo celebrativo, ma anche un motivo di denuncia. Ruotano entrambi attorno a una bella mostra, della quale ha dato conto per “Succedeoggi” Danilo Maestosi ((http://www.succedeoggi.it/2016/09/ritorno-a-via-margutta/). Si intitola Via Margutta scolpisce il contemporaneo ed espone fino al 16 ottobre 13 opere monumentali di celeberrimi artisti italiani, molti dei quali hanno fatto la storia della stretta e lunga arteria che corre alle pendici del Pincio: da Arturo Martini a Giacomo Manzù, da Pericle Fazzini a Pietro Consagra, Antonietta Raphael, Arnaldo Pomodoro…

margutta-2Un modo, anche, per accendere i riflettori sulla appartata “via degli artisti”. Come era soprattutto una volta. Perché adesso se ne sono andati quasi tutti. E davanti a quelli che erano un tempo gli atelier bivaccano ora le auto in parcheggio. Tanto sfrontate da ostruire alla vista dei passanti-visitatori le sculture che il curatore della rassegna, Gabriele Simongini, ha riunito. Lamentandosi, tra l’altro, di doverle collocare agli angoli della via, nelle confluenze con i vicoli. Non è bastato. Colpisce lungo il percorso l’utilitaria che soffoca le opere di Mambor, la moto che quasi struscia la scultura di Giuliano Vangi, la silhouette raffigurata da Francesco Messina coperta da ulteriori lamiere e la ragazza di Eugenia Albini stretta all’angolo da due vetture (come dimostrano le foto scattate e qui pubblicate).

Dunque, si vada a visitarla, o a rivederla, via Margutta. Ci vadano non soltanto i cittadini di Roma, o i turisti. Ci faccia una passeggiata chi in qualche modo tiene le sorti della Capitale monumentale, artistica, urbanistica. E non soltanto i litigiosi e ambivalenti “inquilini” pentastellati del Campidoglio; ma anche Giovanna Melandri, al vertice del Maxxi; o, solo per fare un altro nome, la direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Cristiana Collu. E magari si lanci un appello per farne un’isola pedonale, bandendo passaggio e parcheggio di auto e permettendo così di cogliere i mirabili scorci che la incorniciano. Nell’unico rumore di fontanelle e passi.

Così tornerà veritiera la targa “Via Margutta patrimonio artistico del mondo”, ora un po’ stonata se si contano i ristorantini o ristorantoni insediatisi negli ultimi anni. Eppure via Margutta ha una storia lunga oltre cinquecento anni, allorché a Roma, da Porta del Popolo, entravano in città i pellegrini, molti diretti all’ospedale San Giacomo. Ma oltre ai devoti entravano anche sbandati, popolane e prostitute. Facce perfette per ottenere una parte dai pittori di genere, insomma per alimentare la poetica e i quadri dei Pitocchi. Girava da queste parti Orazio Gentileschi, il violento padre della stuprata Artemisia. Poi al sanguigno Cinquecento seguì l’intellettualistico e immaginifico Barocco. Le botteghe d’artista si moltiplicano, nell’Ottocento le modelle ciociare colgono i frutti turgidi e si offrono ai pittori in un’aria ferma e lattiginosa. Una serra, via Margutta, con le vigne pesanti di grappoli. E strade che oggi, nel nome, ricordano le messi: via degli Orti di Alibert, vicolo dell’Orto di Napoli.

margutta-3In questo miscuglio agreste e raffinato, tra ceste di verdure e terrazze mondane sta l’unicità dimenticata di via Margutta. Il compendio dei due poli è alla metà del via: ecco gli edifici coperti d’edera degli Studi di Pittura e Scultura Patrizi. Atelier a piano terra, stanze illuminate da finestre a parete. Si devono al mecenatismo di un marchese, Francesco Patrizi, che li costruì tra il 1858 e il 1883. Uno degli ingressi è al numero 54, con lo spiazzo coperto di ghiaia e gli atelier che si aprivano tutt’intorno. Adesso i pittori non lavorano più qui. Troppo cari gli affitti. Così, per esempio, se ne andò parecchi anni fa Pietro Consagra, preferendo un capannone-studio in via Cassia. Resistono alcuni spazi espositivi, in primis la Galleria Valentina Moncada di Paternò, che dei Patrizi è discendente nonché figlia dell’estroverso fotografo di mannequin, Johnny Moncada. Altre botteghe sono trasformate in camere d’albergo. L’atmosfera dei secoli passati è intatta nella salitina dietro gli atelier. Una viuzza pavimentata di sampietrini, proprio dove comincia ad alzarsi il Pincio, con la quinta bianco-grigia, lassù, di Villa Medici. Beh, una vecchia vite sbuca tra i selci e s’arrampica a coprire la pergola di un terrazzino. Ma gli abbaini di fronte, disabitati, sono occhi neri sotto le folte ciglia verdi dei rampicanti.

Valentina Moncada, che ha scavato negli archivi del trisnonno ritrovando lettere e foto di quanti hanno passeggiato qui. Lee Bouvier, che ci portò la sorella Jacqueline, futura Mrs Kennedy, la chiamava the sleepy little pink street. Gregory Peck e Audrey Hepburn ci girarono Vacanze romane. Woody Allen ha recentemente imbastito il set di To Rome with love. Fellini abitava al numero 110 e sulla soglia di casa rideva di Sordi Il tassinaro. Giulietta Masina faceva la spesa a via dei Greci, Luigi Ontani svariava nell’allegria di tableau vivant quand’era Carnevale. Picasso fu ospite degli Studi Patrizi. Un secolo prima Gogol portava a spasso qui il suo naso. L’Art Club organizzava annualmente una kermesse scapigliata: gli atelier aprivano al pubblico, si cenava e si ballava per tutta la notte, c’erano Moravia e Ungaretti, De Sica, Anna Magnani, Blasetti, Michelle Morgan. E Mafai, Matta, Leoncillo, Turcato.

Ora la strada degli artisti dove i flâneur sono gli stranieri che escono dall’Hotel Forte, che contano le foglie dei fichi selvatici, che sbirciano nelle vetrine – ahimè, dove sono finiti i romani veraci? – accende i riflettori con la mostra autunnale en-plein-air. Speriamo serva a risollevarla.

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