Arturo Belluardo
Un bozzetto inedito

Melina e la pipetta

«E ridevo a vedere i tuoi brufoli colorirsi, contrarsi quasi a schizzare. E finalmente entravi in acqua, Melina ti spruzzava e tu rimanevi ammammaloccuto a spiarci i capezzoli duri. I capezzoli che io li sapevo. Tu, no»

E attia Melina ti faceva sangue, vero? E lo vedevo come i suoi capelli rosso Tiziano che si sparpagliavano sulla sabbia di Fontane Bianche ti scuotevano la carne: il tuo sguardo sembrava scivolare sulle volute dei suoi ricci, quasi fossero un toboga, per poi atterrare sulle ciglia lunghe, sulle labbra affusolate. E le tue narici si gonfiavano a inalare il suo ciauru di latte di mandorla. Dolcissima e saporita era, io lo sapevo. Tu, no.

E poi, le lentiggini.

E ti eri messo a contarle tutte, chidde lentiggini niche niche che si spalmavano sul suo corpo; e lo vedevo come ti fermavi su chidda più grande, chidda che spuntava malandrina da sotto il reggiseno del bikini turchese. Che non era una lentiggine io lo sapevo. Tu, no.

E la taliavi e ti giravi sulla tovaglia da mare, mettendoti prono. E io la vedevo la minchia che ti attisava: faceva capolino violacea dal costume nero della Speedo. Io mi mettevo rasente al tuo ventre, nell’ombra stretta dell’ombrellone e vedevo che cresceva, cresceva ricoprendosi di granelli chiari di sabbia, cresceva affondando piccole conchiglie, fili di alga.

E allora, vastaso, dicevo: “Che fa, carusi, ce lo facciamo questo bagno?”.

E Melina che si suseva di scatto, in uno sbuffo che ti finiva negli occhi e mi raggiungeva tra le onde basse, confondendo il turchese del mare con chiddu del costume. E tu che rimanevi imparpagliato sulla sabbia, rosso come un pipi di Giarratana quando lei ti diceva: “E tu, Massimo, non vieni?”.

E ridevo a vedere i tuoi brufoli colorirsi, contrarsi quasi a schizzare. E finalmente entravi in acqua, Melina ti spruzzava e tu rimanevi ammammaloccuto a spiarci i capezzoli duri. I capezzoli che io li sapevo. Tu, no.

E allora io ti afferravo da dietro, le braccia strette sul ventre, a controllare se era rimasto un residuo d’erezione. E ti tiravo giù nell’acqua, a testa sotto, godendo di come si agitava il tuo corpo e ti lasciavo andare solo quando finivano le bolle.

E correvamo fuori dall’acqua tenendoci per mano, per mezzo di Melina: io le tenevo sicuro la destra, tu incerto la sinistra. E raccussì io stringevo sicuro te.

E ti spiavo, guardavo la tua contentezza ammiscata a finta preoccupazione quando scoprimmo che qualcuno si era fottuto la pipetta del mio Bravo e che io e Melina eravamo rimasti a piedi.

“E ora? Come ci torniamo a casa? Papà mi ammazza” aveva lastimiato Melina.

E quasi lo sapevo che ti saresti gonfiato i pettorali, incollando le scapole all’indietro, accostandoti a lei con i piedi insabbiati e ti saresti offerto di portarla a casa con la tua Vespa bianca. Una minchia turgida in tutta la sua estensione, quant’eri bello.

E Melina mi aveva taliato interrogativa e io: “Massimu’, facciamo raccussì. Melina la lasciamo qui a Fontane Bianche e tu mi porti al benzinaio di Cassibile, che chiddu una pipetta sicuro ce l’ha”.

E mi piaceva vedere come la delusione ti svuotava le vene del collo, come le spalle ti si raggrinzivano, accartocciandosi in una sacca di pelle floscia. E come ti ringalluzzivi quando Melina ti soffiava una mano sul deltoide e ti taliava implorante: “Avaia, Massimo, fallo per me”.

E allora ti abbracciavo da dietro, che sentivo la pienezza dei tuoi addominali. E la tua schiena si incollava al mio petto, il tuo culo si incuneava tra le mie cosce sul sellino infuocato.

E quando Melina scompariva dal fondo della trazzera in una nube di pruvulazzo bianco, allungavo una mano sulla tua minchia e la stringevo. Non facevi in tempo a frenare, che già ti avevo azziccato il naso nell’orecchio e ti avevo soffiato: “Ti piace mia sorella, eh? Melina fa tutto chiddu che dico io. Se te la fai sucare, la faccio mettere con te”.

E avevi fermato la Vespa dietro una masseria abbandonata.

E mentre scendevo dal sellino, la pipetta mi era caduta dalla tasca dei pantaloncini, rotolando ai piedi di un ficupala.

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Accanto al titolo: “Fico d’india” di Renato Guttuso

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