Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Roberto Deidier

L’inquietudine addomesticata

Un dettato pacato quello del poeta romano (che spazia tra traduzioni, saggi e curatele), misurato ma non premeditato, che si riallaccia alla lingua e alle forme del passato e le utilizza per mettere ordine in un presente carico di tensione

La figura di Roberto Deidier è quella di un autore quanto mai versatile che spazia indifferentemente da una disciplina all’altra (traduzioni, saggi, curatele), ma sempre con un occhio di riguardo per la poesia. L’autore romano ha pubblicato le sillogi Il passo del giorno (1995), Libro naturale (1999), poi confluite in Una stagione continua (2002), e Il primo orizzonte (2002). La sua ultima raccolta, intitolata Solstizio (176 pagine, 16 euro), edita nel 2014 nella collana dello “Specchio” mondadoriano, conferma Deidier come una delle voci più rappresentative di quella generazione di autori, nati a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta, a suo modo “schiacciata” dall’autorità delle generazioni precedenti e l’invadenza di quelle successive.
Il suo dettato è pacato, misurato, sobrio – nei suoi versi è presente una sorta di naturale ritrosia, di discrezione, non essendoci nulla di esibito, di urlato – e si riallaccia apertamente a un recupero di certe forme metriche della nostra tradizione senza, al tempo stesso, farsene irretire. Il ricorso all’endecasillabo risulta infatti quanto mai connaturato alle tematiche di Deidier che indugiano intorno a un «groviglio di sottilissime inquietudini e tensioni», come rileva l’avvertenza che figura nel risvolto di copertina.

L’ultima sua raccolta, Solstizio, pubblicata nella prestigiosa collana dello “Specchio” mondadoriano, rivela una dizione elegante e composta che adombra però un’inquietudine esistenziale molto marcata. È ricercato questo contrasto?
solstizio
Più che ricercato mi sentirei di dire che nasce naturalmente, nel senso che non risponde a un progetto di poetica, non è premeditato. Per me si tratta del contrasto tra il disordine degli eventi, delle circostanze, del modo in cui percepiamo la nostra realtà più intima, e la poesia come ordine, come forma. Non ho mai creduto a una poesia informale: Auden diceva che nessuno vorrebbe dormire tra lenzuola sgualcite. Le inquietudini ci sono, ci appartengono, ma la scrittura mi consente di addomesticarle. La lingua come tentativo di ordinare il mondo, istruirlo secondo un disegno: è un pensiero antico che non ci ha mai abbandonato e che si è ripresentato in epoche e circostanze diverse. Penso a Borges e Calvino, letti da ragazzo. Emozioni e sentimenti non hanno forma. La forma di un’emozione o di un sentimento è sempre un artificio, un traslato, un miracolo della lingua. Paz ripeteva giustamente che la poesia non è l’esperienza, ma la sua metafora.

Nella sezione Dieci poesie vissute a Palermo c’è una sorta di rivisitazione della forma del sonetto. Qual era il suo intento?
Le prime persone che le hanno lette mi hanno espresso dubbi sul gioco delle rime, che è comunque molto libero. Altri lettori invece hanno reagito al contrario. Volevo solo dimostrare a me stesso che certe forme possono continuare a sopravvivere, magari rivisitate, aggiornate, reinventate. Il passato continua ad appartenerci e a essere, esso stesso, una forma con cui leggere il presente: a patto, però, di non forzare la scrittura verso anacronismi inutili, o peggio decorativi. In un secolo di grandi sperimentazioni foniche, se la rima ha perso una funzione storica può recuperarne un’altra. Come si fa, in poesia, a scindere suono e senso? Ci sono ambiti come quello anglo-americano, o quello russo, dove la rima continua a esistere. Per fare un esempio italiano potrei pensare, in questo senso, a un libro apparentemente asettico eppure denso come Salutz di Giovanni Giudici. Comunque, si è trattato di un esperimento isolato.

La sezione Il secondo trapezio è ispirata a un celebre racconto di Kafka. Le accade spesso di prendere spunto dai classici?
Mi chiedo come possiamo farne a meno. Nei miei libri precedenti ci sono riscritture da Petronio e da Orazio. Qui il classico si è fatto più moderno, invece. Il racconto di Kafka, Primo dolore, è forse l’ultimo scritto, lui morì subito dopo averne corretto le bozze. Tra i suoi è quello che amo di più. Volevo rendergli un omaggio, cercando di riscriverlo in versi, perché parla di qualcosa che anche io ho sentito molto: un nuovo, improvviso e irrinunciabile bisogno, che interrompe per sempre la perfezione e l’autonomia (presunte) della gioventù. A volte ci accade di ri-scrivere ciò che è già stato scritto da altri, solo per il fatto che avremmo voluto scriverlo noi, o perché capiamo che ci riguarda molto da vicino, più di quanto crediamo.

Uno dei suoi numi tutelari è Auden, cui è dedicata una lirica di Solstizio. Può ricordarci la sua figura?
Auden è il poeta con cui mi sono misurato più a lungo: ma è un mondo troppo vasto. Lo è per la perizia, per l’intelligenza, per l’erudizione. Difficile pensare gli anni del mio apprendistato senza di lui. I suoi ritratti migliori sono quelli che ci ha lasciato Brodskij. La poesia di Solstizio fa riferimento a un miraggio, avevo finito di tradurre le poesie del suo viaggio in Cina con Isherwood e improvvisamente, entrando in un autogrill, si accostò al bancone un turista inglese che sembrava la sua copia. Ma al di là delle sue grandi costruzioni, l’Auden che continua a parlarmi è quello delle poesie più domestiche. Non me lo immagino molto diverso da come l’ha dipinto Alan Bennett in una sua pièce: un monumento in rovina, pieno di autoironia. Ma pur sempre un monumento.

Come pensa debba rapportarsi la poesia di fronte al fenomeno dirompente della globalizzazione?
Semplicemente essendo sé stessa. Per fortuna esistono ancora le frontiere linguistiche, e sappiamo quanto sia complesso tradurre poesia. Questo continuo esercizio di interpretazione sarà uno dei pochi territori affrancati dall’appiattimento mediatico e commerciale: continuerà a essere un terreno di incontro fra identità diverse.

Lei sta lavorando da svariati anni a un “Meridiano” dedicato a Sandro Penna. Può precisarci cosa raccoglierà?
Ci sarà tutto ciò che Penna ha lasciato, con qualche sorpresa, ma come presumo che Penna avrebbe voluto lasciarcelo. Un Penna “secondo Penna”, insomma. Le poesie, i racconti; le prose di diario finalmente trascritte e raccolte, e qualche autocommento. Mi auguro che possa servire ad aprire una nuova stagione di studi: Penna rappresenta il nostro Novecento migliore, e non solo il nostro. La sua è una poesia della meraviglia di fronte all’infinita sorpresa della vita.

Può parlarci del suo lavoro di saggista e traduttore?
Il lavoro di saggista è in realtà quello di un poeta che cerca di capire gli altri, o di capirsi attraverso gli altri. È sempre così. Più gli altri sono lontani o diversi da noi, più funziona. Mi è accaduto di occuparmi in passato di autori che con la mia scrittura hanno poco o nulla a che fare, come Manganelli, o Delfini; e più recentemente di poeti come Heaney o Jude Stéfan. L’ho detto più volte, faccio un po’ fatica a occuparmi di quelli che sento più vicini: è come se non riuscissi a metterli a fuoco, nella distanza necessaria. Il traduttore è ancora un poeta che non sa resistere alla curiosità di riscrivere, a suo modo, le poesie che gli piacciono. Ho tradotto soprattutto dall’inglese, di recente quasi tutto Keats, sempre per un “Meridiano”. Ho cercato di dargli la musica della nostra poesia: tutto il pensiero traduttologico deve mirare a questo, a creare un’altra poesia nella lingua d’arrivo, e non un fac-simile che sa di traduttese. Sarà ancora Keats? In gran parte sì.

Può commentare la poesia inedita qui presentata?
È una poesia scritta la scorsa estate, nella casa di campagna dove vado ogni anno e dove ho composto molte delle mie poesie (sicuramente tutto il Libro naturale). L’atmosfera ne risente, le immagini sono quelle del giardino. Ricordo una vecchia intervista di Bernardo Bertolucci sul padre, diceva che quando il vecchio Attilio scriveva di un fiore, quel fiore effettivamente era lì, in fondo al loro giardino. Anche l’ippocastano e le ortensie ci sono. È come un’antenna che amplifica le voci della terra (i «cori segreti»). Dalla terrazza, al primo imbrunire, l’aria si fa limpida, come i pensieri del giorno, che allentano la presa su di noi. Il cielo in quella chiarezza sembra più alto, più capiente, più protettivo: contiene previsioni benigne. Mi rendo conto che è una poesia lirica, in tempi in cui la lirica viene messa da parte. Ma la poesia non è una questione di mode o di tendenze. Le nostre verità, o quelle che crediamo tali, vogliono essere condivise in ogni forma.

 

***

roberto-deidier 

L’arte della previsione

Verso sera, i gomiti sulla ringhiera,

Si va incontro a un’improvvisa limpidezza.

La polvere del giorno decanta

Minuscoli grani di pensiero.

Sembra più alto, il cielo. L’ippocastano

Piega i rami sulla corona di ortensie

E le sue voci si fanno profonde

Come un fuoco di cori segreti.

 

I gomiti sulla ringhiera, ancora calda,

E il cielo sempre più alto.

Roberto Deidier

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