Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Antonella Anedda

Le vite degli altri

Titoli ironici per esorcizzare l’io, esistenze altrui per evadere dalla propria e ricavarne sollievo. La poetessa avverte sempre di più il legame con un’umanità lacerata e sofferente. Come la sua ultima raccolta, “Salva con nome”, dimostra…

Antonella Anedda, oltre che saggista e traduttrice, è considerata una delle più importanti poetesse italiane. Dopo l’autorevole libro di esordio Residenze invernali (1992) ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Notti di pace occidentale (1999), Il catalogo della gioia (2003) e Dal balcone del corpo (2007). L’ultima sua silloge, edita nello “Specchio” di Mondadori nel 2012, si intitola Salva con nome (128 pagine, 16 euro) e si configura come l’ideale prosecuzione delle precedenti. In questo libro, sulla falsariga delle opere di Sebald, sono presenti immagini che rimandano ai testi, essendone inestricabilmente intrecciate. Il vissuto, infatti, è quanto mai presente nella dinamica della raccolta chiamando in causa esistenze (la madre, i parenti, certe «presenze ormai inghiottite dal tempo e dai paesaggi che li videro agire e soffrire, nella irredimibile solitudine dei loro destini», come recita la nota nel risvolto di copertina) che costituiscono una sorta di umanità dilacerata e sofferente, chiusa in un mondo popolato di fantasmi cui è difficile dare parola.
anedda-copLa realtà è descritta attraverso numerosi frammenti che, alla stregua di tessere musive ormai irrecuperabili, non possono più restituire il disegno originario del mosaico. Le parole debbono perciò “accontentarsi” di stilare l’inventario di ciò che ci circonda, «una minuta quotidianità domestica» tesa paradossalmente a rappresentare il senso di precarietà che ci attanaglia: «A tutti, a te, a me, al mondo, / avevano tolto la spina del tormento». L’unico elemento che sembra in grado di rapportarsi a questo tipo di realtà magmatica e sfuggente è la fisicità, la corporeità di individui la cui esistenza non si discosta da quella delle larve, di ectoplasmi carichi del «rosso pompeiano delle gambe / il grigio delle labbra / il bianco che riga i polpastrelli».
Il dialetto sardo, usato con parsimonia all’interno della raccolta, cadenza alcune poesie mentre la pregnante prosa finale Visi. Collages. Isola della Maddalena, in cui sembrano condensarsi le tematiche del libro, descrive il singolare ex voto composto da numerose fotografie che caratterizza la chiesa della Trinità, «piccolo edificio a navata unica appena fuori dal paese e poco distante dal camposanto».

Leggendo le poesie contenute nella sua ultima raccolta, Salva con nome, ho avuto l’impressione che ci fosse il tentativo di evadere dalla propria individualità in favore di un dettato che si esprimesse a nome di esistenze in qualche modo intrecciate alla sua. È così?
Sì, è così, mi interessano sempre di più le vite degli altri, non per altruismo anzi, mi dà sollievo non pensare alla mia. Il problema dei miei titoli è che sono ironici, e l’ironia è un modo di esorcizzare l’io. Notti di pace occidentale parlava in realtà di guerre, Salva con nome ironizza sull’ossessione di salvare il proprio nome soprattutto in rete: tutte queste vite con foto che si affollano. È vero comunque quello che lei dice, sento sempre di più la mia esistenza intrecciata alle altre esistenze e che i confini tra i corpi, dunque tra i pensieri, forse… non esistono.

Il suo esordio è avvenuto nel 1992 con Residenze invernali. Come pensa si sia evoluta da allora la sua poesia?
Evoluta è un termine che mi piace vista la mia passione per Charles Darwin, ma preferisco dire modificata. Sarebbe terribile se rimanessimo uguali e comunque ogni cinque anni le nostre cellule cambiano.

Il ricorso che ha fatto del dialetto sardo può considerarsi occasionale?
Sì, credo, non ne sono sicura. È stata però un’esperienza importante, mi ha fatto capire molto delle mie scelte in italiano.

Può parlarci della sua attività di saggista?
Non sono una saggista, non comunque una saggista accademica. A volte mi capita di scrivere su libri e ultimamente su luoghi. E in un certo senso il saggio nel senso di saggiare quello che incontro come si saggia con il piede l’acqua o un terreno entra anche molto nella poesia che scrivo.

Come scrive abitualmente?
Davvero come capita e dove capita, con il computer è facile… bastano le ginocchia, poi solo alla fine trovo una scrivania. Scrivo con molta diffidenza verso quello che scrivo e lascio le poesie a lungo “insepolte” prima di costruire la struttura del libro. Non sento tanto la musicalità di un verso ma credo di capire se la sua architettura regge.

Quali sono i suoi autori di riferimento?
Tanti, e, a seconda dei momenti alcuni sono più presenti, Ovidio e Mandel’štam, Alcmane, Saffo e Anne Carson, Lucrezio e Wallace Stevens e Elizabeth Bishop e con lei Marianne Moore e Emily Dickinson che leggeva Emily Brontë. Costellazione Dante senza mai stancarmi. Sono stati molto importanti i testi in prosa, i romanzi: Joyce, leggere l’Ulisse ti dà gioia, e amo la letteratura contemporanea giapponese. Però ho letto e leggo molti libri scientifici. L’ultimo che mi ha appassionato è Looking for Spinoza del neuroscienziato Antonio Damasio e ora sto leggendo Missing out di Adam Phillips, l’autore di I vermi di Darwin.

Cosa sta preparando attualmente?
Per ora la mia tesi di Phd in letteratura su Leopardi e… il nonno di Darwin, Erasmus.

Può commentare la poesia inedita presentata?
Credo sia una poesia molto esplicita, fa parte di un dittico ispirato a Tacito che nelle Historiae racconta un mondo per disordine, crudeltà, inganni, molto simile al nostro, ma il suo linguaggio è tanto conciso, la sua sintassi tanto perfetta che appunto rileggerlo durante questa estate in cui non passava giorno senza sangue, era quasi una cura.

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antonella-anedda

Historiae

Rileggendo Tacito in questa estate di massacri

il conforto veniva dal latino, la nudità dei fatti, l’assenza

o quasi di aggettivi. L’uso dei gerundi evitava inutili giri di parole.

Se si confrontava la traduzione con l’originale, il testo

italiano era più lungo, il sangue colava più lento tra le righe.

In giorni pieni d’insegne levate in diversi schieramenti

la sintassi agiva come un laccio emostatico, stringeva

l’emozione, metteva un freno alle lacrime.

Sestilia, la madre dei Vitelli, antiqui mori, non esultò – racconta Tacito,

mai per la fortuna – sentì soltanto le sventure familiari.

Il grigio libro di Tacito scritto quando il suo autore aveva sessant’anni

dice soltanto ciò che deve. Sul grigio orizzonte delle Historiae

non c’è posto per i paesaggi o per l’amore.

Ci cura questa forma lapidaria:

la radicata cupidigia dei mortali, i premi ai delatori non meno

abominevoli dei crimini, le teste dei nemici dilaniate

come dire altrimenti queste guerre, il metallo che decreta l’oro,

dicevo, questa forma lapidaria sembra la più esatta delle epigrafi.

Antonella Anedda

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