Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Milo De Angelis

L’abisso a fianco

«L’esperienza poetica è qualcosa che scende a picco nel cuore dell’uomo e s’inabissa nella sua necessità profonda e nella sua quotidiana salvezza». Questa è la cifra del poeta milanese, una certezza che trasmette da anni come insegnante nel carcere di Opera e che i suoi versi ci raccontano…

«Non andartene, abisso, dal mio fianco» è un verso che potrebbe benissimo rappresentare l’excursus poetico di Milo De Angelis, considerato uno dei più importanti – se non il più importante – poeta italiano contemporaneo. De Angelis ha pubblicato le raccolte Somiglianze (1976), Millimetri (1983), Terra del viso (1985), Distante un padre (1989), Biografia sommaria (1999), Tema dell’addio (2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010). Nel 2008 è uscito l’Oscar Mondadori che raccoglie le sue Poesie. La sua ultima silloge, edita nello “Specchio” mondadoriano nel 2015, si intitola Incontri e agguati (72 pagine, 18 euro) e rappresenta uno dei lavori più ragguardevoli di questo inizio secolo, considerata la sua totale adesione nel descrivere quelli che sono gli aspetti più controversi e inaccettabili dell’esistenza, a cominciare da quel dolore basso, ottuso, persistente, che in sé tutto ingloba e annichilisce. «Come ha potuto mieterti così, la vita?» si interroga emblematicamente il poeta.
Nonostante permanga una serie di caratteristiche tipiche della poetica di De Angelis – una certa oscurità, un certo procedere analogico che si impone a strappi, in virtù della forza centrifuga del frammento – il dettato con il passare del tempo si è fatto meno ostico, più limpido ed essenziale, pur non rinnegando quella complessità, quella tensione verticale e quell’onirismo presenti sin dagli esordi e aderendo sempre più, sul piano tematico, alla realtà disarmante dei paria, dei reietti.

Incontri e agguati è suddivisa in tre lunghe sezioni in cui sono presenti tematiche differenti contrassegnate dal motivo del dolore, di un “male di vivere” che diventa sordo, cupo, lacerante, formando «a poco a poco la parola niente».
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Incontri e agguati in effetti è diviso in tre parti e ogni parte ha la sua gestazione e il suo dolore. La prima (Guerra di trincea) è una sezione molto pensata, ha nella sua origine qualcosa della strategia militare, con perlustrazioni, mappe, prove balistiche, le grandi opere della morte, una visione prospettica e complessiva per me del tutto nuova. La seconda parte, che dà il titolo al libro, è quella più tipica del mio stile. Non è “preparata”. È il frutto di un’ispirazione improvvisa: un antico personaggio della mia vita, un compagno di scuola o di strada, emerge nella memoria e la sfonda per entrare nel presente e generare sgomento. Per questa seconda parte vale pienamente il detto di Maurice Blanchot: un poeta non scrive ciò che sa, ma inizia a saperlo scrivendo. L’ultima parte, quella di ambientazione carceraria, è una cosa a sé. Da un lato è stata anticipata e fecondata da vent’anni di insegnamento tra le mura di Opera. Dall’altro è inedita, in quanto tenta una via epica, una polifonia di voci e personaggi, svincola la propria parola dall’autore e la getta nel fuoco della realtà penitenziaria. Tutte e tre le parti sono percorse e minacciate, come lei ha notato, dalla presenza del niente. Il niente le scaraventa in una zona precaria e pericolosa, in uno stato d’allerta permanente, dove si cammina sul filo delle grondaie, sul bordo dei pozzi, tra i pali dell’alta tensione.

Lei insegna in un carcere di massima sicurezza. Alcune figure di detenuti si riverberano nelle sue raccolte. Ci può parlare del particolare rapporto che si è venuto a instaurare con queste persone?
Da vent’anni insegno Lettere nel carcere di Opera, alla periferia sud di Milano (Istituto Tecnico Commerciale) e in questo carcere continuerò a insegnare fino a quando mi sarà consentito. Dopo tanti anni di vita penitenziaria, penso che sia la mia vocazione e il mio destino. Il mondo del carcere mi è sempre stato vicino. Dapprima l’ho “sentito” in modo romantico come memoria del sottosuolo, dei demoni, degli offesi, dei maledetti. Poi l’ho conosciuto di persona nelle sue dinamiche storiche ed esistenziali. E ho deciso di restare. Fin dal primo giorno sono entrato in classe convinto di un compito essenziale, quello di insegnare l’amore per la poesia, per la disciplina della poesia. Spero di essere riuscito, nel corso degli anni, a trasmettere questa convinzione e a mostrare come l’esperienza poetica sia qualcosa che scende a picco nel cuore dell’uomo e s’inabissa nella sua necessità profonda e nella sua quotidiana salvezza.
Il carcere certamente è un luogo di scavo interiore ed è un luogo di memoria. E tra i miei alunni c’è stato un formidabile specialista della memoria, un vero e proprio maestro del ricordo. Questo alunno è diventato – con il suo straziato racconto di amore e di sangue – il protagonista dell’ultima sezione del mio libro più recente, Incontri e agguati, dove per la prima volta il carcere entra direttamente in ciò che scrivo e lo nutre con la sua voce ferita e trepidante. E devo dire che Franco (questo è il suo nome) è stato un maestro di rievocazione, di tempo perduto che pulsa nel presente. Per questo gli ho lasciato la parola nella scena sanguinosa del crimine. Lui ha davvero conosciuto il rimorso inesauribile di avere ucciso la cosa più amata.

Con l’attrice Viviana Nicodemo ha proposto recentemente una serie di letture che avevano per tema il padre nella poesia italiana del Novecento.
Dopo il trionfo della madre nell’Ottocento, dopo Foscolo, Manzoni, Victor Hugo, Novalis, il Novecento segna la rivincita del padre. Ma quale padre? Un padre molto diverso da quello a cui ci ha abituati la grande narrativa di questo secolo. Il romanzo novecentesco – da Kafka a Svevo a Gavino Ledda – è dominato da padri violenti, tirannici, potenzialmente assassini. Mi pare invece che la poesia sia molto più varia. Anche qui possono esserci qua e là padri-padroni (per esempio in Antonia Pozzi) ma si disperdono in una grande tavolozza di colori paterni, una tavolozza ricca di tipi e di caratteri, sfumature, toni e semitoni. C’è la figura del padre come guida ed esempio (Tonino Guerra o Quasimodo). Il padre come protezione (Spaziani) come esempio inimitabile (Maraini) il padre muto di Luzi o Accrocca, il padre colmato di affetto e ammirazione (Sbarbaro), il padre “civile” di Risi, il padre pittore di Zanzotto che lo spinse nell’amore per il paesaggio, il padre georgico e antico di Sinisgalli o di Piersanti, camminatore di campagna e conoscitore di erbe e di fiori. Insomma, sono molti i padri novecenteschi che hanno lasciato un segno, compresi quelli di poeti viventi, il padre bramato, invocato e supplicato della Valduga, il padre di Vivian Lamarque o di Maurizio Cucchi. Con quest’ultimo poi si chiude un capitolo fondamentale della figura paterna di questo secolo, il capitolo dell’orfanità e dei padri morti precocemente – dal capostipite Ruggero Pascoli fino al presente.

Quali sono gli autori che hanno maggiormente contato nella sua formazione?
Giacomo Leopardi, Eugenio Montale e Cesare Pavese.

In cosa si differenzia la situazione poetica attuale rispetto a quella dei suoi esordi?
Sono cresciuto nel periodo delle ideologie e delle avanguardie, due nemici storici. Oggi si sta meglio.

Può parlarci della sua attività di traduttore?
I poeti che decidiamo di tradurre, che osiamo tradurre, sono creature amate e come tali portano con sé somiglianza e mistero, luoghi affini e luoghi sconosciuti. Tradurre un poeta significa insieme contiguità e distanza. Abbastanza vicino per sentirlo fratello, abbastanza distante per sentirlo maestro. Abbastanza vicino per camminare con lui, abbastanza distante per osservare e imparare nuove forme del cammino, nuovi ritmi del passo. Questo mi è avvenuto traducendo Racine, Baudelaire, Blanchot, i tragici greci e soprattutto Lucrezio, che ho cominciato a frequentare nel 1969 con la tesina dell’esame di Maturità e ancora oggi leggo e rileggo.

Cosa sta preparando attualmente?
Una nuova traduzione del De rerum natura, appunto, in cui mi metto alla prova non solo con le parti esistenziali e drammatiche di Lucrezio, ma anche con quelle più legate al suo poderoso senso della natura.

Può commentare la poesia inedita presentata?
Questa è una vecchia poesia, precedente al mio primo libro Somiglianze e scritta negli anni del liceo. È tutta giocata sul contrasto tra la monotonia della vita d’ufficio (ricordo di avere chiesto a mio fratello assicuratore un elenco di termini tecnici) e l’improvvisa, luminosa irruzione dell’infanzia, con l’amico Carlo che disegna sul muro le porte e prepara in un antico cortile la nostra partita di calcio. Apparirà l’anno prossimo (in un libro che raccoglie da Mondadori tutto ciò che ho scritto) insieme a un gruppo di versi giovanili intitolati “Poesie liceali”.

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 Un’altra busta poi ci sono le schede fa caldo

se non le hanno spostate la firma e tutti

i rinnovi cambiali in protesto una copertura

le proroghe tariffe che saltano

e la carta carbone dopo le polizze la faccenda

dei premi proroghe al timbro la garanzia

altre schede e le pratiche e: Carlo.

Andiamo in cortile

con le maglie e i compagni, tu

stai disegnando sul muro le porte.

Milo De Angelis
(1969)

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