Danilo Maestosi
Rivoluzione a Valle Giulia

La Gnam non c’è più

Cambia nome, cambia percorso espositivo, perde la connotazione verticale cronologica in favore di un allestimento orizzontale a effetto: è la nuova vita della Galleria Nazionale d'arte moderna di Roma targata Cristiana Collu. Funzionerà?

Gnam. Scompare il vecchio logo attribuito da anni al padiglione primo Novecento di Cesare Bazzani di fronte alle scalinate di villa Borghese. Facile da iscrivere in un titolo di giornale e da riconoscere perché ti ricordava un verso da fumetto. Un agenzia di comunicazione, pagata chissà quanto, lo ha compresso a Gn, mutilazione che ora lo assimila alla tante gallerie nazionali sparse in tutt’Italia: solo a Roma fa da insegna a palazzo Barberini, palazzo Venezia, palazzo Corsini e palazzo Spada. Ma quel rumore onomatopeico da mandibole in azione rispunta ora maligno a raccontare la scorpacciata imbandita dalla nuova direttrice Cristiana Collu per rimodellare a sua misura il museo di valle Giulia che il ministro Dario Franceschini le aveva affidato, spacchettandolo come struttura autonoma da altre appendici: il museo Andersen, il museo Manzù, il Casino Ludovisi.

Gnam, gnam , gnam. In pochi mesi la direttrice nominata senza trafila prima si è mangiata quella aggiunta « d’arte moderna» che ne delimitava ambito di ricerca e confini agli Anni Sessanta del Novecento, escludendo l’arte contemporanea, area di competenza assegnata al Maxxi: niente più vincoli, ora ogni sconfinamento nel contemporaneo, terreno in cui la Collu si è formata, diventa possibile.

galleria-nazionale-canova-ercole_e_licaPoi si è divorata l’intero museo e la sua storia, trasformandolo nel palcoscenico neutro di una megamostra che, abbandonata ogni sequenza cronologica, distribuisce le opere a diposizione (400 provenienti dalle sue raccolte, una quarantina pescate da collezioni o prestate da autori in attività invitati ad animar lo spettacolo) associandole per affinità tematiche, assonanze o contrasti, effetti di pura scenografia come fossero materiali inerti di un puzzle da rimontare a capriccio. A farne le spese – come vedremo – sono soprattutto tele e sculture dell’Ottocento, che rappresentano il nucleo più consistente della galleria, fondata a fine Ottocento per celebrare l’unificazione del paese e le ambizioni del nuovo Regno d’Italia attraverso le testimonianze degli artisti di casa e poi trasferita a valle Giulia con il compito di aprirsi alle novità della scena internazionale e al futuro. Un’eredità che col tempo è apparsa scomoda e ingombrante, sbilanciando il peso della Galleria e squilibrando la qualità delle sue collezioni piene di buchi vistosi sui maestri e le avanguardie del primo Novecento, che solo in parte nel dopoguerra la gestione di Palma Bucarelli è riuscita a colmare con una faticosa politica di acquisizioni. Ma un’eredità tutt’altro che da buttare, perché l’Ottocento italiano, su cui anche la critica internazionale sta affinando la rilettura, non trova luogo dove sia più ampiamente rappresentato e comunque vanta un consistente pubblico di collezionisti e amatori.

07_2016_gallerianazionale_allestimento_time_ph_giorgio_benniCome provò a dimostrare una ventina di anni fa Sandra Pinto, una specialista dell’arte risorgimentale, rimodellando la galleria con un allestimento retrò per dar più spazio al nostro Ottocento. Operazione non proprio riuscita che comunque recuperò dal letargo dei magazzini e dei prestiti per arredo di ministeri e ambasciate molti tesori, riaccendendo i riflettori su autori dimenticati o ingiustamente relegati in seconda e terza fila. A giustificarla c’era anche il bisogno di tracciare una delimitazione di campo e un patto di non interferenza con il museo del contemporaneo che stava allora nascendo al Maxxi. Preoccupazione rimasta a orientare le successive gestioni che, con continui interventi di revisione, aggiornamento e acquisizioni hanno finito per fissare i confini del museo e la riorganizzazione dei suoi spazi sulla soglia degli Anni Sessanta del Novecento. Cercando di rinnovarne i richiami con una strategia di mostre piccole e grandi che comunque, tra alti e bassi, hanno assicurato al museo una platea annua di visitatori non trascurabile.

Troppo pochi però per il ministro della cultura Dario Franceschini, convinto , come ha spiegato partecipando al varo della nuova cabina di regia, che «le mostre portano pubblico e incassi. E i musei no». Un invito alla rottamazione che Cristiana Collu ha preso alla lettera. Via il museo: un puro scheletro liberato dalle superfetazioni e dai tramezzi per dar più aria a luce alle opere delle collezioni, il cui numero è stato quasi dimezzato, come se questo fosse sufficiente a ripristinare il dialogo con la sua architettura originario. Al suo posto una grande mostra, sgranata per le 43 stanze lungo il percorso, che rimescola il vecchio mazzo di carte ma rivoluziona il gioco. La storia con la sua profondità verticale, la sua scomoda, perché no a volte anche noiosa complessità, esce di scena, ci avverte il titolo in inglese, una citazione dell’Amleto, il titolo «Time is out of Joint», il tempo è uscito dai cardini. È vero il tempo è cambiato, o meglio è cambiata la sua percezione, il presente è una corsa all’impazzata in avanti e all’indietro. Ma chi ha detto che debba essere così, senza rimedio, anche il nostro futuro. Se una porta si rompe, non sarebbe più utile cercare di ripararla? Chi ha detto che dobbiamo rassegnarci agli spifferi dell’usa e getta?

gallerianazionale_mondrian-grande_composizione_aÈ innegabile: la mostra suscita domande. Ed è a suo modo pure divertente. Da spettacolo sin dalla prima sala. Prima qui troneggiava una doppia fila di statue neoclassiche che culminava con la mole gigantesca dell’Ettore e Lica di Canova, ricostruendo la parata ad effetto che arredava un salone dell’ex palazzo Torlonia. Ora il colosso del Canova è rimasto solo, a fargli compagnia un raccogliticcio campionario di invitati: una tela di Penone, maestro dell’arte povera, alle spalle, davanti un mosaico di piccole piscine squadrate che Pino Pascali ha squadrato a scacchiera e riempito d’acqua. E attorno altri quadri, altre invenzioni di colore e di segno: il blu puro di Yves Klein, le geometrie a tinte primarie di Mondrian, un trionfo di parole e linee graffiate incise nel bianco da Cy Twombly. Canova retrocesso da primattore a servo di scena: bello però per le foto ed i selfie quei riflessi del marmo che si specchia nell’acqua. E con lui retrocedono a materiali d’arredo anche le altre statue coeve, piazzate qua e là nelle altre stanze, a far da sentinelle ad invenzioni formali da cui le separerebbe un baratro di tempo, filosofie, significati.

La sala di museo come un’istallazione, una profezia metafisica, uno slittamento di senso come nelle visioni partorite da Magritte, De Chirico, Alberto Savinio. Suggestioni e incubi di superficie. Come se il cervello fosse un magazzino senza memoria oppure un frullato in cui è impossibile separare i sapori e i perché che ti vengono su ad ogni passo. A qualcuno piace. «Meglio farsi domande che annoiarsi come era prima», commenta Guido Strazza, 94 anni, un artista che ha reinventato l’arte grafica. Qualcuno invece arretra sgomento: «Mi sembra una ricetta trash – si sbilancia una signora cinquantenne, assidua frequentatrice della Gnam mandata in pensione –. Significa esser vecchia, fuori tempo se non apprezzo la spazzatura?».

10_2016_gallerianazionale_allestimento_time_ph_giorgio_benniNon mancano accostamenti riusciti, di impatto immediato. Bello e giusto mettere una scena tardo Ottocento di immigrati sul molo per l’America a confronto con un video di migranti anni Duemila, guizzo di genio dell’albanese Adrian Paci: una folla variopinta di profughi ed esuli di ogni colore che conclude il suo viaggio su una passerella d’areo isolata in mezzo alla pista. Da brivido invece l’accostamento che obbliga un delizioso quadretto di Morandi a specchiarsi nell’orinatoio di Duchamp. La poesia della tradizione e lo sberleffo sulla morte dell’arte: una vertigine che nasce dalla perdita del senso di durata. Davvero serve pensare che la durata non sia più una misura accettabile? E se invece questo ribadire che tutto è arte e anche i suo contrario non fosse che una sorta di invito alla rassegnazione, a considerare insuperabile il matrimonio col pensiero debole che ci spacciano per attualità e per futuro ma invece ha oltre un trentennio di passato alle spalle.  A farci considerare opera anche la ripetizione e l’inconsistenza.

D’accordo è una mostra, un capriccio d’autore di un gruppo di critici che fanno moda e mercato. Anche stimolante a far la tara di tanti vezzi e cadute. Ma il guaio è che si tratta di una mostra permanente: solo tra due anni – annuncia la direttrice – rimetteremo mano ad un altra rotazione. E se la provocazione, esaurita la novità, non desse i risultati sperati, non recuperasse altro pubblico, non raggiungesse la platea di giovani cui strizza l’occhio? Come e chi ne darà conto in modo trasparente? E chi e come potrà riparare i danni inferti al museo? Anche i futuristi predicavano la distruzione di musei e accademie. Ma erano parole d’ordine da artisti, che hanno partorito una grande stagione creativa ma non hanno distrutto i musei. Cristiana Collu la demolizione l’ha avviata davvero.

Le foto del nuovo allestimento della Galleria Nazionale sono di Giorgio Benni

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