Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Chandra Livia Candiani

Il disarmo delle ali

Nei versi della poetessa milanese linguaggio quotidiano e metafore evocative, confidenza e sacralità. Un costante misurarsi con la necessità della poesia cercata percorrendo molte Vie e percepibile nel silenzio. Come nell’inedito che pubblichiamo...

Chandra Livia Candiani è autrice di varie raccolte, tra cui La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore (162 pagine, 13 euro), pubblicata da Einaudi nella collana “bianca” nel 2014, che per molti lettori (compreso il sottoscritto) ha rappresentato una lietissima sorpresa. Basterebbero i versi presentati in copertina per contrassegnare la sua vicenda poetica: «L’universo non ha un centro, / ma per abbracciarsi si fa così: / ci si avvicina lentamente / eppure senza motivo apparente / poi allargando le braccia, / si mostra il disarmo delle ali, / e infine si svanisce, / insieme, / nello spazio di carità / tra te / e l’altro».

cop-chandra-melinaVi è infatti, nei versi della poetessa milanese, un particolare pathos, «il risultato di una efficacissima miscela di linguaggio quotidiano e metafore evocative, colloquialità e schemi anaforici sacrali», come recita la nota in quarta di copertina, che catturano il lettore e lo conquistano, rendendolo compartecipe delle vicissitudini raccontate. La Candiani non si maschera dietro le parole, non è reticente, non ha paura dei sentimenti né il timore di dire «Ti amo / come una frase inutile / che scappa fuori / maldestra» ma si immerge, a piene mani, nel magma, nel flusso vitale che accompagna gli esseri, animati e inanimati, come fossero briciole che si perdono tra folate di vento. Nel 2015 Interlinea ha ristampato Bevendo il tè con i morti, con una premessa di Vivian Lamarque, uscito originariamente nel 2007 per Viennepierre Edizioni.

Si ha l’impressione, leggendo La bambina pugile, che i suoi versi derivino da un vissuto in cui sia presente una sorta di felice immediatezza, un misurarsi della poesia con le vicissitudini esistenziali senza ricorrere ad alcun tipo di filtro. È così?
Non saprei, certe volte l’immediatezza di una poesia è frutto di intenso lavoro, altre volte è un dono inaspettato, una specie di fischiettio nell’orecchio. Marina Cvetaeva diceva che la poesia è questione di ascolto, è questo udire, forse, che meno filtri ha, più è fedele e felice. Mi piace pensare che la poesia è la voce di quello che cerco. Il nome di quello che cerco non lo so, seguo un fiuto. I versi sono le orme. Nella vita, per me improvvisare è tutt’uno con respirare e camminare, ma, come ben sanno i musicisti, per improvvisare occorre una grande maestria, una lunga consuetudine con la musica e con lo strumento. Sì, penso di vivere in modo immediato, vorrei essere più riflessiva, ma ho poca pelle e così reagisco come chi si brucia molto spesso.

Qual era l’idea di fondo da cui è nata la raccolta Bevendo il tè con i morti?
Più che un’idea, era un’esperienza. Tornavo da anni di vita in India e mi sentivo spaesata e sola. In Occidente, mi mancava il presente, essere pronti a non sapere insieme, condividere il vacillare, parlare respirando e sentendo la presenza dell’altro, parlare a. Non credersi chissà chi, perché siamo tutti briciole. Così, mi sono accorta che stavo in compagnia dei morti, più che dei vivi, i ricordi e i libri. E le presenze nella casa. Ho provato ad articolare questa singolare compagnia. Si tratta dei morti di tutti, non dei miei morti personali, ma di sogni, di parvenze fluttuanti, un po’ come i sogni.

Quanto ha influito, nel suo peculiare percorso poetico, la frequentazione con le dottrine orientali?
Penso che abbia influito come tutto il resto, come le mie radici, come gli amori, le letture, i sogni, gli incontri. Non ho mai seguito delle dottrine, ma delle Vie. Via è un bel concetto, come sentiero: un luogo che nasce dal togliere ostacoli, frapposizioni, un luogo sgombro. I metodi che ho incontrato mi hanno insegnato a sgomberare la mente, la sua prevedibilità e le sue cronache, a stare in ascolto del silenzio e per me la poesia è articolazione del silenzio. Inoltre nella mia formazione, i miei Maestri hanno messo l’accento sulla compassione, sentimento educabile, coltivabile, una pratica di vita che sicuramente si riflette anche nella poesia, nel non separare me e te, sapere che parlando di me parlo anche di te e viceversa.

Lei tiene seminari di poesia nelle scuole elementari, nelle case alloggio per malati e per i senza tetto. Ci può parlare di questa sua attività?
È iniziata per caso, come tutte le grandi svolte della mia vita, e poi è diventata un centro importante del mio stare al mondo. Sono sempre stata molto bene con i bambini, un’etnia a cui sento di appartenere. L’invito a scuola è stato fortuito, ma l’incontro si è rivelato fulminante e poter unire due amori della mia vita, poesia e infanzia, è stato un grandissimo dono. Vado a scuola sprovvista di un sapere costituito, ci vado spaventata ma anche appassionata. Entro timidamente, ho uno zaino con tanti “strumenti” e tante poesie che amo. Sento che spazio c’è tra me e i bambini e poi partiamo insieme per un viaggio alla ricerca di parole vere che dicano di volta in volta quello che decidiamo di esplorare. Qualche volta, gioco di sorpresa perché i bambini non facciano i bravi, e si abbandonino all’avventura, altre volte invece seguiamo un bisogno di ricerca e di conoscenza e allora andiamo cauti, come camminando sul ghiaccio o scalando montagne. Quando invece ci abbandoniamo, è più un tuffarsi. Spesso, ho un incubo, arrivo a scuola senza zaino, senza poesie, senza alcun programma. Ho deciso che quest’anno, il primo incontro sarà la realizzazione di questo incubo, ci andrò così, a mani vuote, e vediamo cosa succederà. Ma sono passati dieci anni dalla mia prima “lezione”, ecco perché posso rischiare di soddisfare un incubo.
Per un anno, con un progetto Caritas, ho visitato tutte le case alloggio per persone affette da Aids della Lombardia e tenuto seminari di poesia vagabonda. È stato uno scossone notevole. Ho incontrato persone appese a un filo di vita, ma tanti erano così disponibili a cercare parole, ad avventurarsi insieme nel non provare a dire ma nell’essere detti, lasciarsi sorprendere dalle parole, che mi hanno terremotato il cuore. Con i senza casa, è stato un esperimento difficile, forse non del tutto riuscito, in quel caso ho incontrato la loro giusta aggressività per una struttura rigida in cui mi sentivo costretta pure io, e ho imparato a chiedere scusa con dignità e ho visto come sa ricevere le scuse chi è poco abituato a essere visto e come sia possibile trovarsi sul terreno comune dell’errare, ma è stata un’esperienza breve.

Cosa sta preparando attualmente?
Una nuova raccolta di poesie che uscirà ad aprile 2017. Il titolo è Fatti vivo. Raccoglie dieci anni di lavoro poetico e spazia da una raccolta su una bambina insonne che vive sola e ascolta dagli oggetti di casa vari suggerimenti su come si fa a dormire, allo sradicamento di tanti scampati che, se non annegano, vivono senza lingua e senza terra sotto i piedi, al nostro smarrimento in un mondo che non sa come non procurare dolore agli altri e a noi stessi e agli animali che se ne stanno andando, lasciando il pianeta più vuoto, più freddo, più cerebrale. Insomma, un libro che si chiede: “Dov’è mondo?”, che è il titolo di una delle sezioni. E poi varie poesie sul mistero di chi sia un padre. Uscirà anche un libro che unisce due mie raccolte sull’infanzia. Non so ancora il titolo.

Quali sono i suoi autori di riferimento?
Cambiano. Ci sono degli astri fissi, come delle rocce a cui ritorno quando mi sento smarrire: Rilke, Pasternak, Cvetaeva, Mandel’štam, Holan, Dickinson, Celan. Ma ultimamente anche Mahmud Darwish e Adonis. E mi nutre anche la letteratura, Amos Oz, Appelfeld, Szabo, Dostoevskij, in questo momento. I discorsi del Buddha. Certe volte seguo i consigli di amici, altre volte incappo nei libri come si inciampa e so che sono inciampi importanti. Non posso vivere senza leggere poesia e letteratura, qualche volta saggi, ma devono essere scritti da animali a sangue caldo, se no mi stanco subito, ho bisogno di esagerazioni documentate, di visioni terrestri. Indizi terrestri è infatti un libro di brevi saggi e frammenti di Marina Cvetaeva.

Può commentare la poesia inedita presentata?
Entrerà nella prossima raccolta. Non è tra le mie preferite, ma le voglio bene, segna una svolta. Non scrivevo da un po’ e aspettavo, aspettavo. È un momento doloroso quando si aspetta di scrivere e non si sa se tornerà più la poesia, è un lavoro sotterraneo e oscuro che mi dimentico ogni volta di considerare lavoro poetico. E poi mi sono ricordata di chiedere aiuto ai grandi esseri verdi.

***

 

chandra-melina

Io aspetto

come il melo

aspetta i fiori –

suoi –

e non li sa

puntuali

ma li fa,

simili

non identici

all’anno passato.

Li fa precisi

e baciati nel legno

da luce e acqua

da desiderio

senza chi.

Sorrido sotto il noce

ai suoi occhi tanti

che mi studino bene

la tessitura dei capelli

e ne facciano versi

di merlo e di vespa

di acuti

aghi di pino

e betulla appena sveglia.

Non so chi sono

ho perso senso

e bussola privata

ma obbedisco

a una legge

di fioritura

a un comando precipitoso

verso luce

spalancata.

Chandra Livia Candiani

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