Nicola Bottiglieri
Una domenica a Salerno

Gesù e le melanzane

Mentre mia sorella frigge le melanzane per la parmigiana, il diacono con occhi intensi mi guarda dicendo che abbiamo sul tavolo il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe…

A Salerno, a casa di mia sorella Juanita, vive mia madre di 96 anni. Poiché la nostra “matriarca” non riesce più a camminare per andare in Chiesa la domenica, il diacono Luigi viene a portarle la comunione. Di solito arriva a mezza mattinata, quando in casa fervono i preparativi per il pranzo.

Domenica 2 ottobre fervono i preparativi per un pranzo speciale, perché si festeggia il compleanno di mia sorella e a rigore si prepara la parmigiana alle melanzane, oltre ad un pastoso ragù di carne che aveva “pipitiato” come dice Eduardo De Filippo nella commedia Sabato, domenica e lunedì, dalle sette del mattino in una pentola di creta.

Il diacono arriva intorno alle undici, portando la sua borsetta consacrata. È un uomo leggero, calvo, la schiena incurvata e il tono della voce un po’ nasale. Entrando augura pace e bene alla famiglia, poi si dirige verso la cucina, dove seduta su una poltrona si trova mia madre. Che appena lo vede si alza con sforzo e trascinando le gambe si va a sedere vicino al tavolo di marmo che ha visto più di un secolo di pranzi, innumerevoli partite a tresette e mille discussioni di famiglia. Mia sorella saluta il diacono amico e chiede scusa se non partecipa alla cerimonia, perché l’olio sta bollendo e le melanzane devono essere fritte subito, prima di essere coricate sul lenzuolo di basilico e mozzarella.

Il diacono Luigi, come se avesse un dono prezioso da regalarci, apre la borsetta, sorride nel vedere quello che c’è dentro, prende un fazzoletto inamidato, sul quale pone la piccola teca dorata. Io accosto al veloce altarino un cero acceso, un fiore rosso dimenticato in una tazzina di caffè… e la cerimonia può cominciare.

Il diacono con occhi intensi mi guarda dicendo che abbiamo sul tavolo il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, è lo stesso Dio che ha creato il cielo e la terra, ed è ancora quello che fu messo in croce… Tace, ma poi ci ripensa e insiste: «Non fu messo in croce, ma lasciò che gli altri lo mettessero in croce perché era diventato un uomo, era diventato uomo per stare in mezzo a noi, per parlare con noi! Vi rendete conto che cosa abbiamo in questo piccolo vasetto», dice indicando la teca? «Un Dio diventato uomo e questo Dio è dentro l’osta e l’ostia è venuta a casa vostra ed ora vostra madre può mangiarla».

Al sentire queste parole, mentre mia sorella continua a friggere le melanzane, ho una vertigine, non del corpo ma della mente. Perché quella successione di misteri, apre di colpo le pareti della cucina e mi fa sentire piccolo e sperduto nel vasto universo. Non solo il passato, il presente ed il futuro sono su quel tavolo ma anche l’alto ed il basso, l’umano ed il divino, la saggezza e la pazzia, tutto questo mi dicono le parole di quell’uomo che nel frattempo ascolta la suoneria del telefonino.

«Mi chiamano per sapere se passerò a visitarli, per via della pioggia, ma non sanno che la pioggia nulla può fare contro la comunione» dice spegnendo il cellulare.

Mentre Luigi apre il libretto e comincia a leggere, io ricordo che la sera prima in macchina, venendo da Roma, avevo sentito su Radio24 brandelli di una conversazione sulle religioni. Un professore diceva che gli egizi raffiguravano gli dei con sembianze di animali, non perché gli animali fossero dei, ma perché il dio aveva le virtù dell’animale con il quale veniva raffigurato. Il dio Rha poteva anche diventare sciacallo o serpente ma non era lo sciacallo o il serpente che era divenuto un dio. Concludeva che gli dei egiziani vivevano in mezzo agli uomini, furono i greci che portarono gli dei sull’Olimpo, allontanandoli dall’umanità vivente.

Nella mia testa ronzano satelliti e galassie, secoli e misteri, apostoli e tradimenti, perciò mi sento in balia delle stelle peggio dell’astronauta del film 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, quando il computer Hal taglia il cavo che lo tiene unito alla stazione spaziale ed il corpo del disgraziato inizia a volteggiare morendo nello scafandro fosforescente.

Riuscirà la mia mente a capire davvero quello che gli occhi stanno vedendo sul tavolo da cucina di mia sorella? Riuscirà la ragione a capire i misteri del vivere quotidiano?

Mi riportano alla realtà le parole del Padre Nostro, (ed a questo punto mia madre apre le braccia e china la testa con umiltà) parole che – sottolinea Luigi – sono state insegnate proprio da Gesù, perciò non sono umane ma divine. Le parole del Padre Nostro mi sono sempre piaciute, non tanto per una solidarietà fra padri ma per quel riferimento al “pane quotidiano” che non deve mai mancare sulle tavole degli uomini…

Dopo aver recitato la preghiera, non so dire in quale parte del mondo io sia finito, anzi mi perdo del tutto quando il diacono prende l’ostia e la porta sulle labbra di mia madre che la ingoia chinando la testa in segno di umiltà e gratitudine. Mi viene facile immaginare che stia ingoiando i secoli del passato e del futuro, Isacco, Giacobbe e tutta la crocifissione, i dolori di Gesù e lo strazio della Madonna e perché no?, anche la storia della Chiesa.

A questo punto io dovrei scoppiare a piangere per il tumulto del cuore, come mi succede quando ascolto le bande musicali di paese in mezzo la strada, oppure fingere distacco. Fingo distacco, vedendo il diacono che si pulisce le dita sul tovagliolo inamidato, riponendolo insieme alla teca nella sua borsetta consacrata. Poi va via, augurandoci buon appetito e tanta salute. Io lo accompagno alla porta, lo vedo scendere le scale e avviarsi sul marciapiede portando nella sua borsetta il divino tesoro.

Quando ritorno in cucina mia sorella continua a friggere, tutto è identico a prima eppure in quella stanza è passata una cometa con una coda lunga fino alle pareti dell’infinito, per quindici minuti abbiamo sentito le silenziose campane del mistero. Guardo mia madre che ha ingoiato Dio e la vedo distratta e felice come se avesse fatto la Prima Comunione da bambina.

«Altro che egiziani e greci, altro che animali ed Olimpo, qui un dio può essere mangiato, trasformando il corpo di un uomo in un santuario perenne…».

Il pranzo scorre felice, le melanzane vengono commentate a bocca piena, il vino libera ilarità e calore umano, ma il mistero è rimasto sul tavolo e le pareti della stanza sono ancora aperte fino alle stelle. Gesù visiterà la casa di Salerno fra sette giorni ma io non ci sarò e nemmeno le melanzane alla parmigiana.

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Accanto al titolo: “Ultima comunione di San Girolamo” di Agostino Carracci

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