Attilio Del Giudice
Tra cronaca e letteratura

Fra i cespugli spinosi

«Eravamo in mezzo ai cespugli spinosi ben nascosti e trattenevamo il respiro per la paura. Se ci avessero beccati, ci avrebbero decapitati senza perdere tempo»

L’ingegnere Karim al-Shaghouri ha stipulato a Dubai un vantaggioso contratto di lavoro e ha stabilito di trasferirsi nell’emirato con tutta la famiglia. Il suo primogenito Rashid, mio amico e compagno di università, è rimasto a Londra ancora una settimana per sbrigare alcune faccende e partirà per raggiungere i Suoi domattina. Mi ha chiesto di vederci al Covent Garden nel bar dove abbiamo festeggiato svariati anniversari e successi scolastici e che abbiamo sempre considerato una seconda casa. Arriverà a minuti e ci saluteremo con commozione. Chissà se la vita mi serberà altre occasioni per riabbracciare questo mio coetaneo al quale sono legato da un’amicizia profonda e inalienabile.

Appena sei mesi fa, nella nostra terra d’origine, abbiamo vissuto un’esperienza terribile.

Eravamo in mezzo ai cespugli spinosi ben nascosti e trattenevamo il respiro per la paura. Se ci avessero beccati, ci avrebbero decapitati senza perdere tempo. Eravamo fuggiti rocambolescamente ed eravamo completamente disarmati. Non potevamo disporre di nessuna mediazione verbale. Non avremmo tradito, ma, in ogni caso, a loro non interessavano confessioni, spiate proditorie o pentimenti. Non accettavano collaborazioni di nessun genere.

Gridavano ai prigionieri i comandi in un inglese stentato e rozzo con parole ingiuriose e umilianti. È ormai noto, del resto, che questi uomini quando potevano usare la scure per uccidere ridevano sadicamente come chi, in una prassi consueta, dà sfogo a una libidine primordiale.

Sentivamo le loro voci, tra di loro parlavano in uno strano dialetto. Poi, d’un tratto, li vedemmo: erano solo due e tiravano il cappio al collo di due uomini nudi, o, per meglio dire, una specie di giogo con relativa trave di legno, come quello usato per i buoi nella trazione dell’aratro. I prigionieri avevano la catena ai piedi, non più lunga di trenta, quaranta centimetri, per costringerli a fare passi brevi e le mani erano legate con filo spinato.

Uno dei prigionieri sembrava molto giovane, poteva avere quindici o sedici anni, l’altro, più grande, aveva il viso tumefatto e macchie di sangue secco sul collo e sulla spalla sinistra. I due non riuscivano a tenere il passo dei soldati, per via della catena ed erano costretti a procedere con una sorta di corsetta a balzelli, così da apparire ridicoli, come se avessero perduto ogni orgoglio di combattenti e ogni dignità.

Tutti e quattro si avvicinavano alla nostra postazione. Restammo immobili col viso schiacciato sul terreno, Rashid da qualche giorno tossiva spesso, specialmente di notte. Ora, se avesse avuto un colpo di tosse, per noi sarebbe stata la fine. Lo vidi che, con movimenti impacciati, lentamente, estrasse da una tasca un fazzoletto e provò a coprirsi la bocca per eventualmente attutire ogni rumore ma, secondo me, se gli fosse venuto un attacco di tosse, quell’accorgimento sarebbe stato inutile.

I soldati erano due giovani bruni, sui venti anni. Anche loro, come noi, avevano le camicie bagnate di sudore sotto le ascelle per l’afa. Quando gridavano i comandi, sembravano uomini duri e implacabili. Quando stavano zitti, invece, sembravano due ragazzi normali. Erano bassi di statura, uno dei due era più basso dell’altro, intorno, credo, a un metro e sessanta centimetri, appariva più sbracato a causa di una divisa certamente non della sua taglia.

Pensai, non so perché, alle loro mamme, quando tornavano in famiglia, stranamente, per un attimo, provai un sentimento quasi di umana solidarietà per questi giovani soldati, ma più che un sentimento era stato un abbandono a un’idea di dolore collettivo, alla terribile tragedia della storia che stavamo vivendo, a una mostruosità del mondo, che riguardasse tutti. Naturalmente, nel giro di due secondi, tornai al mio terrore, al pensiero di quello che mi poteva succedere da un momento all’altro.

I quattro si erano fermati sulla stradina, una specie di tratturo, a due passi da noi. Vedevo i piedi scalzi dei condannati e gli stivali militari dei soldati. Uno dei due si allontanò di qualche metro dal gruppo e andò a pisciare sull’altro lato della stradina. Se avesse deciso di pisciare sul lato opposto, dalla nostra parte, probabilmente ci avrebbe visti. Mi parve un segno enorme della fortuna e per un secondo ebbi la certezza che ci saremmo salvati. Poi questa certezza subito svanì.

Tra i due militari s’era accesa una discussione, non capivo quel dialetto, ma intuivo che la discussione riguardasse l’opportunità di una sosta, del resto il caldo afoso doveva essere insopportabile anche per loro. Il più basso aveva un tono di voce alto e la raucedine del fumatore, l’altro, però, mi parve più determinato e convinto della sua tesi. Se avessero deciso di sostare lì, davanti a noi, non avremmo potuto sperare di salvarci, ma prevalse l’opinione del soldato che sosteneva di procedere.

Quando ci rendemmo conto che si erano allontanati e che la distanza era notevole (infatti le grida erano appena percepibili) ci abbracciammo. Vidi che Rashid aveva gli occhi umidi di commozione. Lui, a casa, aveva chi lo amava e lo aspettava. Io no. Dei miei cari era rimasta in vita solo la mia sorellina, che quegli assassini s’erano portata nell’accampamento. Le ragazze e anche le bambine di sette o otto anni, se le tenevano per gli stupri collettivi. Stupri che praticavano giornalmente e sembrava che proprio questo tipo di violenza sessuale e il terrore sul volto delle vittime suscitassero, più di ogni altra cosa, una sorta di allegria giovanile, infatti durante gli amplessi di gruppo, ridevano a crepapelle, come se non stessero perpetrando un gigantesco atto di bestiale criminalità, ma stessero partecipando a un virile gioco da caserma.

Nessuno mi aspettava e credo che della nostra casetta col giardino fiorito, l’orgoglio di mio padre, non sia rimasto che un cumulo di macerie. No, nessuno mi aspettava, non avevo ragioni per continuare a vivere, di certo non avrei più visto Nadira, la mia sorellina: dopo averla usata per un’altra decina di stupri, l’avrebbero uccisa, divertendosi a lapidarla. Non avevo più un’àncora religiosa o ideologica, un riferimento spirituale, tutto il mio mondo, i miei amici, i miei studi, il sentimento per la mia gente, per il mio villaggio con il fiume verde, dove si specchiano gli oleandri rosa e le tamerici sulle spiagge meravigliose vicino alla foce, il fiume delle gite in barca con gli amici, il fiume dei primi amori, tutto era stato coperto dalla coltre nera della barbarie, dal sangue, dalle atrocità senza fine, eppure mai avevo amato la vita e mai avevo desiderato di non perderla, come in quelle ore disperate, in cui ero nascosto con Rashid, nei cespugli spinosi.

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