Gianni Cerasuolo
Italia, primo agosto/5

Sosta a Sant’Antimo

Un giorno a Sant’Antimo, tra l'Amiata e la Val d'Orcia: un luogo dell'anima e della semplicità, tra una natura punteggiata dagli occhi blu delle piscine delle ville ricche

Se un giorno dovessi tornare a pregare, ricomincerei da qui. Dall’Abbazia di Sant’Antimo, tra queste pietre bianche di travertino che profumano di incenso e alzano antichi canti. Un tempio romanico sotto Montalcino superbo e solitario nella valle Starcia, dal nome di un fiumicello che si butta nell’Orcia. Due, tre quinte di colline più in là, corre l’autostrada del Medioevo, la via Francigena, quella che coincide più o meno con la Cassia, percorsa ancora oggi dai pellegrini che vanno verso Roma, calpestata la prima volta dagli eserciti di Carlo Magno.

Un po’ di anni fa vi arrivai per il Vespro, inizio sera, era d’inverno, l’aria gelida. Dentro c’erano tepore e un’atmosfera senza tempo. I monaci dal saio di lana bianca scorrevano a uno a uno dalla sacrestia, cantando salmi, andando a occupare gli scranni ai lati dell’altare. Intonavano il canto più povero, il gregoriano, semplice, quasi modesto per struttura musicale, capace però di trasmettere emozioni e forza, il senso del sacro.

Sant'Antimo3C’erano, tra quei religiosi, molti francesi. Appartenevano alla Comunità Premonstratense. Sono andati via alla fine dello scorso anno. L’abbazia oggi resta aperta grazie a due monaci benedettini olivetani, quelli del grande complesso monacale di Asciano, Monte Oliveto Maggiore. Se preti, frati e suore diminuiranno ancora, chi si prenderà cura di tele e sculture, dei mosaici e delle colonne, dei templi e di una civiltà?

Quando li vidi la prima volta, i francesi dall’abito bianco, li classificai, sbrigativamente, come domenicani. La veste bianca fa tutti i monaci, confusamente, domenicani. «Domenicano?, Domenicano?… Padre domenicano?!…» gridava De Sica a Totò, il falso frate truffatore, nella stazione della scena finale dei Due marescialli.

Non erano domenicani. Questi frati venivano da una valle della Piccardia, Prémontré, dove un tedesco di nome Norberto aveva deciso poco dopo l’anno 1100 di fondare una comunità di canonici regolari. Regola di Sant’Agostino. Lavoro, preghiera, evangelizzazione. Invece in anni più vicini a noi, fine Settanta inizio Ottanta, un altro frate, padre Andrea Forest, un bretone, in rotta con l’abate e dubbioso sulle apertura del Concilio Vaticano II, decise di fermarsi da queste parti della Toscana. C’era bisogno di qualcuno che si occupasse di Sant’Antimo. Padre Forest lo fece.

L’abbazia è il mio posto dell’anima. Un sole d’acqua e un aria afosa e umida illuminavano e circondavano il tempio anche lunedì primo di agosto. Ci arrivo da uno dei paesi dell’Amiata, Castel del Piano: dalla provinciale Amiatina, invece di scavallare su Castiglione d’Orcia, Bagno Vignoni o Pienza, imbocco la strada della Grossola che scende verso la stazione del Monte Amiata. In alcuni mesi dell’anno, non in estate, nei fine settimana, vi transita un Treno della natura. Porta la gente per fiere, mercatini e castelli nei piccoli centri dell’Amiata e del Senese. Una volta si formava un cerchio, partenza e arrivo a Siena. Frane, alluvioni e altri disastri hanno spezzettato il percorso delle littorine e dei treni a vapore. Si toccano Asciano, Buonconvento, Murlo, San Giovanni d’Asso, Torrenieri, San Quirico d’Orcia, Monte Antico. Fermate che introducono a bancarelle colorate e seguono i profumi dei funghi e dei tartufi, del pecorino e del miele. E del vino. Brunello e Montecucco, vitigno meno nobile ma che si fa apprezzare: un rosso più del versante grossetano che senese. Capita di essere accolti nelle stazioncine con musica dixieland, mentre due fuochisti, le tute annerite dal carbone, alimentano la bocca di fuoco della motrice. Bisogna però sperare che il vento soffi in una certa maniera, altrimenti il fumo, a dispetto, entra dentro le vecchie vetture con i sedili in legno e le tendine pesanti ai finestrini. Roba romantica da Signori in carrozza. E un po’ di tosse ti infastidisce.

Sant'Antimo2 okCon l’auto, dalla stazioncina del Monte Amiata si risale su per le colline. A sinistra e a destra un tappeto di viti e di verde pulito, lindo, non un filo fuori posto. Tamerici e ginestre, i campi di grano, grigio, verde, giallo, gli olivi. Paesaggi straordinari che, a fissarli, trasmettono pace e rilassano. Come una massaggio shiatsu. Spot per copertine ricercate, suadenti come Banderas e il Mulino bianco. In certe giornate di sole limpido e bruciante viene voglia di spogliarsi e di tuffarsi sull’erba e nel grano. Da queste parti adesso arrivano anche i cinesi, oltre ai soliti inglesi e tedeschi. Si scorgono qua e là casali e manufatti antichissimi.  Sono stati tramutati in bed and breakfast, rifugi discreti e silenziosi, luoghi dove girare un ciak. Il castello di Velona è stato adattato: era una fortezza del 1100, ora è un resort a cinque stelle, da 300 a 800 euro al giorno. Non si sa se il castello abbia apprezzato. Comunque, uno schianto su quella collina. Poi, avendo le tasche piene di soldi, se ci si sposa, si fa un figurone.

Quando la strada torna in piano, bisogna fermarsi, scendere dalla macchina e guardarsi alle spalle. Si scorgono le due cime del massiccio dell’Amiata, lontane, confuse nella foschia, mentre, se si abbassa lo sguardo, le piccole valli si susseguono con le strade bianche e qua e là si intravedono macchie azzurre: sono le piscine, il mare artificiale di questi saliscendi.

Sant'Antimo4A Castelnuovo dell’Abate ti prende un attimo di smarrimento. Tre strade si parano innanzi, una va verso Montalcino, una verso il belvedere, sarà quell’altra per andare all’abbazia? Mentre, indeciso, non sai che cosa fare, ecco che il tempio ti chiama, lo scorgi laggiù nella conca. Sembra un vecchio con le rughe che dorme. Il campanile quadrato gli fa quasi da bastone. Capisci subito che quello spettacolo è inconsueto. Ma non è un fatto visivo. No. Qui c’è un senso della storia, un mondo ieratico e fiabesco. Ti passano davanti vecchie letture e visioni. I cavalieri che galoppano con le loro armature, i draghi e le fate, i monaci e i roghi, i Papi, i santi e i demoni, le scomuniche, le eresie. È un mondo antico che irrompe senza date e senza riferimenti. In maniera caotica e suprema. Mario Luzi scrisse a proposito della Val d’Orcia ma le sue parole funzionano anche per quest’altra parte del Senese: «Questa terra eccita ed alimenta la condizione enigmatica dell’uomo: la rappresenta e la asseconda. Ciascuno di noi ha dentro di sé queste perplessità dense di mistero e qui trovano un “luogo”…».

Dentro l’abbazia, poche cose da vedere. Scabre, essenziali. Il Cristo di legno sullo sfondo, la Madonna con il bambino, capitelli con figure mostruose attribuite a colui che venne chiamato il maestro di Cabestany, una specie di scultore itinerante del XII secolo, un bel tipo che girava per monasteri benedettini e creava. Qui si viene piuttosto per meditare. Per guardarsi dentro. Lontano dal frastuono della vita, dimenticando per un po’ lo scannatoio quotidiano. Chi ci crede, prega. Chi non ci crede, respira profondamente e si emoziona senza sapere perché. Quella volta, al Vespro, provai ad articolare il canto in latino. Non era una supplica, piuttosto un grido liberatorio.

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