Erminia Pellecchia
La rassegna teatrale di Serramezzana

Proust nel Cilento

Ruggero Cappuccio traccia un bilancio del suo festival “Segreti d'autore”: «Non chiamatelo di nicchia. È un termine abusato per speculazioni consumistiche. Proust, Croce, Vico sono élitari?»

Si parla tedesco, francese e inglese a Serramezzana, uno strano slang globale che si miscela alla lingua cilentana, arcaica e rude, come i volti di chi in questo avamposto rurale ci abita da secoli. Trecento o poco più in questo che è il paese più piccolo del Cilento. Il Cilento Antico, ci tengono con fierezza a precisare, quello dei borghi fortezza arroccati sul Monte Stella, l’autentico. Non fanno smancerie ma il forestiero non è guardato di malocchio, basta che si integri e rispetti il senso di comunità e, allora, sia il benvenuto a tavola o, perché no, come compagno di una partita a carte o a boccette accompagnata da un buon bicchiere di vino. È un piccolo miracolo di un Sud che resiste e che costruisce sull’identità ed il rispetto della propria storia e tradizioni il suo futuro. L’artefice, lo riconoscono tutti, è il “signorino” che ha fatto scoprire la bellezza di un paese fino a pochi anni fa sopravvissuto nell’oblio.

Il “signorino” è Ruggero Cappuccio, serramezzanese a metà, l’altra appartiene alla vicina San Mauro, centri entrambi legati ai suoi affetti, visto che qui sono nati e vissuti i suoi nonni. Sei anni fa, la folle idea di ambientare in questi luoghi dimenticati e perciò preservati dal cemento, un festival che si modulasse «sul dialogo con gli isolati», creando un incontro-confronto tra le «belle menti» italiane e la gente del posto, «non certo sciocchi imbottiti di tv spazzatura», al fine – spiega l’autore e regista – «di alimentare la fragile economia non col turismo delle barbare invasioni, bensì sull’attrattiva intelligenza e sensibilità». Ed ecco Gigi Proietti e Franco Battiato a battezzare “Segreti d’autore”, una rassegna insolita nel panorama dell’Italia festivaliera, perché – sottolinea Cappuccio – «la mia mission è l’etica e non l’estetica; fare spettacolo e riempire le piazze è facile, basta un nome di richiamo; puntare sulla trasmissione di valori, sull’urgenza di formare le coscienze intorno ai problemi dell’ambiente, della solidarietà e della legalità, educare con la cultura è stata una scommessa». Vinta, a guardare i risultati di una manifestazione nata e cresciuta sul volontariato e sulle amicizie personali – 130mila euro stanziati dalla Regione per l’edizione 2016 – e che oggi, se si vuol banalmente ridurre le ragioni di un successo in numeri, conta su di una platea di ventimila persone. Affezionati, pronti a macinare chilometri perfino da Roma e Napoli, ad attraversare strade accidentate, poco illuminate, mal segnalate, pur di vivere l’emozione di posti e di persone che ti rilasciano energie positive. E sono tanti quelli che, sulla suggestione del festival, hanno deciso di trascorrere le vacanze tra le architetture di pietra e il verde del Cilento antico, il mare che si apre improvviso nella cortina di rocce, ulivi, fichi e viti e che sai che puoi facilmente raggiungere per un tuffo, immergendoti dopo nel silenzio di slarghi e viuzze e godendo delle parole “d’autore”.

«Gli stranieri, ma anche gli italiani –  Cappuccio analizza un fenomeno che si è amplificato in cinque anni – sono rimasti magnetizzati dal fascino di questi piccoli villaggi interni, hanno comprato e affittato case, si sono aperti numerosi B&B, le locande e i bar esistenti hanno valorizzato la loro offerta con prodotti tipici e specialità cilentane. E anche le amministrazioni hanno capito di dover invertire la rotta, investendo sul restauro di monumenti, la riqualificazione urbana e la segnaletica, come pure i privati che ora sponsorizzano la bonifica di discariche a cielo aperto, un tempo la nostra piaga, e la pulizia di sentieri e boschi».

luca zingarettiLuca Zingaretti, Pio d’Emilia, Gea Martire, Nadia Baldi, Lucrezia Lerro, Claudio Di Palma, Isa Danieli, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, Franca Abategiovanni, la doppietta di Peppe Servillo prima con i Solis String Quartet, poi in trio con Mangalavite e Girotto, Enzo Avitabile, James Senese, Susy Del Giudice, Giulio Cancelli sono stati i protagonisti del lungo cartellone che si è inaugurato il 25 luglio e che ha avuto il 14 agosto, a Serramezzana, un gran finale rosso, protagonista il mito Ferrari raccontato dall’ingegnere progettista Nicola Materazzi. Il tutto condito da workshop su teatro, letteratura e legalità, passeggiate naturalistiche lungo la Valle dei Mulini di Sessa, assaggi di delizie della dieta mediterranea, lezioni di botanica e mostre nel restaurato palazzo Coppola, con i bozzetti delle scenografie di Carlo Savi, i “Ritratti” di Romeo Civili e le “Storie e segreti”, diario fotografico del festival ad opera di Armando Cerzosimo che interagiscono con gli affreschi settecenteschi.

Appuntamenti di nicchia, disorientanti per spettatori comuni? «Assolutamente no – replica Cappuccio – la parola nicchia non mi piace, è un termine abusato per speculazioni consumistiche. Proust, Croce, Vico sono élitari? Come mai resistono nel tempo e sono conosciuti da milioni di persone? Oso un paradosso: di nicchia è qualcosa che attrae centomila persone ma che in un baleno è dimenticata. In Italia c’è il vizio del numero, soprattutto in politica. Chi fa audience va bene. Il consenso, così, inteso, è la distorsione della democrazia, centomila scalmanati valgono più di dieci belle intelligenze. Invece è il contrario e questo festival ne è la dimostrazione. C’è un pubblico eterogeneo composto da contadini, artigiani, operai, professionisti, intellettuali, disoccupati e casalinghe, giovani e anziani. Si incrociano, discutono, comunicano tra loro. Cadono le maschere, chi sceglie questi scenari assolutamente non mondani disconosce il suo ruolo abituale, cerca la semplicità, ama l’ambiente, apprezza la seduzione di un mondo popolare ancora in vita. Le proposte del festival intrigano, si trovano davanti non più la figura astratta di un attore, scrittore, musicista ma la sua umanità, i suoi sacrifici e le sue gioie. Io per primo diffido delle cose ermetiche, ma ritengo che la complessità sia interessante quando riesci a spiegarla a un bambino, quando raggiungi i cuori. Questa per me è la vera democrazia».

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